Sorrento “L’angolo del teologo”: 1. Teologia e arte

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Sorrento Tanti mi hanno chiesto un approfondimento in merito all’articolo sulla Rassegna DiversabilArte e, in modo particolare, cosa s’intende per via pulchritudinis. Attingerò a piene mani dalla mia Tesi di Licenza scusandomi per le note che correderanno gli articoli ma credo che sia giusto e doveroso riportare le Fonti dalle quali si attinge e anche perché gli articoli potranno essere fascicolati dagli studenti di teologia o da chi è appassionato all’argomento. La Chiesa ha utilizzato, fin dall’antichità, due modi di parlare di Dio, di Cristo, del suo mistero: la via veritatis e la via pulchritudinis. La prima, la via della verità, quella intellettuale, speculativa, che persegue il criterio del dimostrare, come le famose dimostrazione dell’esistenza di Dio di Anselmo d’Aosta o la Summa theologiae di Tommaso d’Aquino. La seconda via, della bellezza, attraverso l’arte persegue il criterio del mostrare. L’artista usa un linguaggio che consente direttamente l’accesso al mistero. L’arte in quanto arte ha una sua sacralità, una sua trascendenza, che la mette al di sopra della strumentalità amorfa . Attraverso la contemplazione ci immergiamo nel mistero della conoscenza di Dio. Pavel Evdokimov, a tal proposito, afferma: «Non è la conoscenza che illumina il mistero, ma il mistero che illumina la conoscenza. Noi possiamo conoscere solo grazie alle cose che non conosceremo mai» . Filosofi e poeti hanno fatto a gara per mantenere fermo nelle loro mani lo scettro del primato; eppure, la disputa non prendeva in considerazione un terzo contendente: l’artista. Nello stesso tempo poeta, filosofo e teologo, egli è stato l’artefice più coerente del linguaggio umano quando ha preteso di voler “dire” Dio. Il suo genio è l’unico in grado di allargare le maglie di quella gabbia in cui il linguaggio dell’uomo è da sempre rinchiuso, soprattutto quando intraprende la strada di esprimere ciò che va oltre il limite dell’esperienza personale. Questa, se si vuole, è una riscoperta che deve fare la teologia, una riscoperta che permette di presentare il contributo originale e fecondo che la fede ha saputo offrire al mondo. La fede, che ha suscitato arte, non è solo oggetto di cultura, ma preludio e fonte di cultura. Per questo la via pulchritudinis non è diversa, né estranea dalla via veritatis che obbliga a comprendere il senso nascosto. È un sentiero non facile; molti, infatti, sembrano ancora oggi schiacciati dal timore e sono paurosi nell’affrontare la sfida a coniugare verità e bellezza. L’opera d’arte, invece, può narrare anche all’uomo d’oggi e racchiude ancora tanta preghiera. Diventa una necessità, allora, affiancare via pulchritudinis e via veritatis, e incamminarci sui sentieri di quella che potrebbe definirsi teologia estetica, ossia teologia non solo del Bello, ma essa stessa bella . Le parole di Romano Guardini sono di sorprendente attualità: «La teologia dell’immagine sacra presuppone che Dio abbia creato il mondo in modo che lo sguardo di un cuore puro può contemplare la gloria del Creatore […] e presuppone che Dio sia diventato uomo e che, quindi, chi guarda la figura di Cristo con cuore puro scorga in essa la pienezza della verità di Dio. L’opera d’arte sacra serve a questo mistero. Il suo compito non consiste nell’istruire didatticamente e nell’influenzare pedagogicamente ma nel preparare la via alla epifania […]. Essa deve annunciare […], deve indicare allo sguardo e al cuore del credente la via verso Cristo che conduce al Padre. Si può dunque dire, a ragione, che la vera opera d’arte sacra è, nella sua essenza, strumento di annuncio e di presentazione verso l’uomo, via di devozione e d’amore verso Dio […]» . Diventiamo artisti della nostra vita, ad maiora, Aniello Clemente. https://lateologia.wordpress.com/2016/01/10/1-teologia-e-arte/

Sorrento Tanti mi hanno chiesto un approfondimento in merito all’articolo sulla Rassegna DiversabilArte e, in modo particolare, cosa s’intende per via pulchritudinis. Attingerò a piene mani dalla mia Tesi di Licenza scusandomi per le note che correderanno gli articoli ma credo che sia giusto e doveroso riportare le Fonti dalle quali si attinge e anche perché gli articoli potranno essere fascicolati dagli studenti di teologia o da chi è appassionato all’argomento. La Chiesa ha utilizzato, fin dall’antichità, due modi di parlare di Dio, di Cristo, del suo mistero: la via veritatis e la via pulchritudinis. La prima, la via della verità, quella intellettuale, speculativa, che persegue il criterio del dimostrare, come le famose dimostrazione dell’esistenza di Dio di Anselmo d’Aosta o la Summa theologiae di Tommaso d’Aquino. La seconda via, della bellezza, attraverso l’arte persegue il criterio del mostrare. L’artista usa un linguaggio che consente direttamente l’accesso al mistero. L’arte in quanto arte ha una sua sacralità, una sua trascendenza, che la mette al di sopra della strumentalità amorfa . Attraverso la contemplazione ci immergiamo nel mistero della conoscenza di Dio. Pavel Evdokimov, a tal proposito, afferma: «Non è la conoscenza che illumina il mistero, ma il mistero che illumina la conoscenza. Noi possiamo conoscere solo grazie alle cose che non conosceremo mai» . Filosofi e poeti hanno fatto a gara per mantenere fermo nelle loro mani lo scettro del primato; eppure, la disputa non prendeva in considerazione un terzo contendente: l’artista. Nello stesso tempo poeta, filosofo e teologo, egli è stato l’artefice più coerente del linguaggio umano quando ha preteso di voler “dire” Dio. Il suo genio è l’unico in grado di allargare le maglie di quella gabbia in cui il linguaggio dell’uomo è da sempre rinchiuso, soprattutto quando intraprende la strada di esprimere ciò che va oltre il limite dell’esperienza personale. Questa, se si vuole, è una riscoperta che deve fare la teologia, una riscoperta che permette di presentare il contributo originale e fecondo che la fede ha saputo offrire al mondo. La fede, che ha suscitato arte, non è solo oggetto di cultura, ma preludio e fonte di cultura. Per questo la via pulchritudinis non è diversa, né estranea dalla via veritatis che obbliga a comprendere il senso nascosto. È un sentiero non facile; molti, infatti, sembrano ancora oggi schiacciati dal timore e sono paurosi nell’affrontare la sfida a coniugare verità e bellezza. L’opera d’arte, invece, può narrare anche all’uomo d’oggi e racchiude ancora tanta preghiera. Diventa una necessità, allora, affiancare via pulchritudinis e via veritatis, e incamminarci sui sentieri di quella che potrebbe definirsi teologia estetica, ossia teologia non solo del Bello, ma essa stessa bella . Le parole di Romano Guardini sono di sorprendente attualità: «La teologia dell’immagine sacra presuppone che Dio abbia creato il mondo in modo che lo sguardo di un cuore puro può contemplare la gloria del Creatore […] e presuppone che Dio sia diventato uomo e che, quindi, chi guarda la figura di Cristo con cuore puro scorga in essa la pienezza della verità di Dio. L’opera d’arte sacra serve a questo mistero. Il suo compito non consiste nell’istruire didatticamente e nell’influenzare pedagogicamente ma nel preparare la via alla epifania […]. Essa deve annunciare […], deve indicare allo sguardo e al cuore del credente la via verso Cristo che conduce al Padre. Si può dunque dire, a ragione, che la vera opera d’arte sacra è, nella sua essenza, strumento di annuncio e di presentazione verso l’uomo, via di devozione e d’amore verso Dio […]» . Diventiamo artisti della nostra vita, ad maiora, Aniello Clemente. https://lateologia.wordpress.com/2016/01/10/1-teologia-e-arte/