IL PATTO DEL FIUME SOLOFRONE UNA OCCASIONE DI SVILUPPO PER I COMUNI DEL SUO VASTO BACINO

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Ritorno, come avevo promesso qualche settimana fa e lo faccio per due motivi: 1) recuperare ed esaltare la storia di un fiume sacro alla memoria di tante comunità della vasta Kora pestana, ma anche i ricordi personali per aver passato buona parte della mia infanzia lungo gli argini di quel fiume; 2) per dare un contributo di idee a sostegno dell’idea, Patto del fiume, nata dalla mente fertile del sindaco di Giungano, il cavalier Franco Palumbo, tanto creativo ed immaginifico nell’ideazione quanto concreto e determinato nella realizzazione della progettualità, che è stata accettata e sottoscritta da tutti i sindaci dei comuni il cui territorio è parte integrante del bacino del fiume.

E prendo le mosse da un articolo che scrissi alcuni anni fa, spulciandone i passi più, significativi ed attuali, compreso l’accenno ad una bella corrispondenza con l’amico Giovanni Migliorino con il quale recuperammo teneri ricordi di infanzia, ma anche la consapevolezza di non esserci impegnati abbastanza per tutelare e difendere il nostro fiume.

……..”L’ho rivisto di recente il Solofrone in una delle mie tante improvvise irruzioni, brevi di tempo ma intense di emozioni, nel paese nativo- scrivevo allora… Ero tentato di arrivare alla sorgente, polla zampillante alle pendici del Vesole, dove i castagneti accendono al verde del fogliame l’oro dei ricci in rapida maturazione prima di esplodere al riso dei marroni, pulcini a timida fuoriuscita dalla cova. Mi sono rivisto bambino a perfida cattura dei girini da ingabbiare nella ciotola di fortuna. E l’ho inseguito, il corso del fiume, a zig-zag tra i coltivi a rifrangere il riso dei fichi settembrini, le pigne d’uva lustre di recente pioggia e gonfie di umori zuccherini e le mele “annurche” ancora bianchicce ma con accentuati arabeschi di screziature rossicce. E la malinconia della poesia di Bernardino Rota, marchese della mia terra, mi ha fatto da sottofondo ai ricordi laceranti di nostalgia.

Mi è ricomparso l’indomani mattina dalla gola di Tremonti, luminosa a sprazzi di sole pallido di un settembre che minacciava pioggia. Ed erano più maestosi che mai gli altari di pietra nell’ocra delle falesie che dirupavano dagli abissi della  cascata fino al Ponte di Giungano. E la brezza a carezza di lecceti si caricava dell’eco dell’ultima battaglia di Spartaco, liberto-eroe che fece tremare Roma per la sua carica rivoluzionaria di libertà e di giustizia sociale.

Mi ha accompagnato, il fiume, lungo la strada, ferita di asfalto tra uliveti, frutteti ed erbe foraggere a conquista di Mattine, che cresce a dismisura ed ingoia pianura fertile a scialo di insediamenti per civili abitazioni e capannoni di attività industriali e commerciali, a gonfiare,spesso, portafogli  di speculatori senza scrupoli. E’ l’avamposto di pianura di Agropoli, dove mi attende un eurostar con destinazione Roma, la mia residenza di emigrante, di lusso sì, ma sempre emigrante con nella mente e nel cuore le immagini della mia terra e sulla pelle tracce dei suoi profumi.

Sono in largo anticipo sull’orario di partenza e mi posso consentire una deviazione alla foce del “mio” fiume, che miscela nel mare greco di Paestum storia e storie raccolte dai displuvi di Trentinara e Giungano, Convignenti e Cicerale, Finocchito ed Eredita e che narrano dei prestigiosi insediamenti della kora poseidionate, delle incursioni dei Lucani alla conquista di mare e, soprattutto, di peana di lavoro di contadini che hanno strappato a terre avare i mezzi di  sussistenza per secoli.

E, intanto, mi martella nella mente la autoconfessione tanto appassionata quanto sincera di Giovanni Miglino, che  si autoaccusa del silenzio complice che ha consentito il degrado del corso d’acqua per inquinamento da miasmi  e veleni, con una bella lettera  aperta di cui sono stato destinatario.

Commovente Giovanni per la sua tenera poesia della memoria con le donne a fare il bucato a margine di fiume e lui, bambino, a caccia di emozioni lungo gli argini, ma anche per la sua forte denunzia di autocolpevolezza per il degrado!

Hai ragione, Giovanni, siamo tutti responsabili, tu, io e tanti altri, non fosse altro che per non aver levato alta e forte la protesta quando era necessario.

Ma la nostra è una infinitesima parte di responsabilità rispetto a quella di politici ed amministratori locali per la latitanza e, spesso, la complicità di fronte agli abusi dei tanti imprenditori, piccoli e grandi, che per facile guadagno hanno avvelenavano falde, sorgenti e corsi d’acqua.

Ma è definitivamente morto il nostro fiume? Io credo di no; e per quel miracolo di autorigenerazione della natura è ancora recuperabile a nuova vita…….

Ora per fortuna il sindaco del tuo comune, Franesco Palumbo ha ipotizzato di dare nuova vita e un ruolo straordinario al nostro fiume, recuperandone storia e funzione tramite IL PATTO DEL FIUME, che hanno sottoscritto i sindaci di Trentinara, Capaccio, Cicerale, Ogliastro Cilento, Agropoli e, naturalmente, Giungano, che ne è capofila. E, così, è possibile costruire lungo il corso del nostro fiume, sfruttando ed esaltando la figura del liberto Spartaco, che nella gola di Tremonti combattè la sua ultima battaglia e vi morì, LASTRADA DELLA RIVOLUZIONE, divisa in due tronchi, dalla sorgente alla cascata luminosa d’argento dirupante nella gola di Tremonti, tutta in territorio di Trentinara, e l’altra dalla gola, probabile luogo di morte del liberto/eroe fino alla foce .con un percorso attrezzato con staccionata   e siepi di piante autoctone della macchia mediterranea(mortella, lentischi, ginepri, rosmarino) con slarghi soste con “bacheche/legende, a forma  di artistiche nicchie che narrano la  storia delle rivoluzioni cilentane attraverso i secoli da Spartaco, appunto, fino allo Sbarco degli alleati del 1943 e la conseguente  rinascita della democrazia e passando attraverso il Canonico De Luca (1828), Costabile Carducci (1848), Carlo Pisacane(1847), Giuseppe Garibaldi (1860) e,  via via, tutti gli altri atti di eroismo minori. Cosi si renderebbe omaggio a belle pagine della nostra storia e si metterebbero nel circuito virtuoso dei mercati turistici anche zone ricche di fascino e di beni ambientali di rara bellezza E poi coltivi  di montagne, di colline e di pianura lungo il  fiume producono specificità della nostra agricoltura di qualità, vere e proprie eccellenze, che esaltano l’offerta di ristoranti  e trattorie accoglienti nel verde delle campagne con menù della dieta mediterranea, di cui esperti (?) improvvisati pontificano con ritornelli di bla bla tanto stucchevoli quanto  banali, ma che, forse, come vado scrivendo da un anno a questa parte sarebbe più giusto chiamare CIBO DEGLI DEI, perché i nostri contadini da secoli esaltano religiosità e  sacralità dell’enogastronomia ed hanno consapevolezza di andare A TAVOLA CON GLI DEI e MANGIARE DA E CON GLI DEI: Cerere e  Demetra (pane e cereali) Bacco/Dioniso (vino) Atena/Minerva (olio) nel segno dell’equilibrio e della perfezione/armonia dell’alimentazione (Apollo) e della  bellezza/amore (Venere). Paestum e la sua kora sono una fonte inesauribile di miti, di cui siamo depositari  e testimoni,se solo sappiamo attingere alle fonti del nostro passato nel segno della ricchezza prismatica della nostra CULTURA. Forse è questa la strada giusta per offrire un turismo di qualità, che faccia leva su un vademecum di quattro verbi: conoscere, amare, difendere, propagare, anzi  conoscere per  amare, amare per difendere, difendere per propagare. Il tema è avvincente ed impegnativo e richiede un ulteriore, approfondimento che mi riprometto di fare a breve.  Per ora lancio un messaggio, che ho già anticipato in privato ai sindaci di Trentinara e Giugano,  che si sono dichiarati entusiasti dell’idea, per irrobustire di ulteriori contributi nel segno della CULTURA, che è resta l’arma vincente costruire il futuro innestandosi nel passato, la bella ed originale progettualità.

A questo pensavo con la mia solita generosa passionalità a difesa della mia terra, mentre mi specchiavo nelle acque del fiume a miscela di mare, alla foce. Ed improvviso, quasi a provvida propiziazione, un raggio di sole squarciò con violenza le nubi ed inondò di luce il promontorio di Agropoli, sulla sinistra (dovette apparire così, pensavo, alla grande Yourcemar quando ne accennò in “Anna soror”, straordinario romanzo di amore e morte) e della pineta che si allungava a mezzaluna e sfumava in lontananza, a corona del mare dei miti e della storia, fin laggiù a Salerno ed, oltre, al tozzo braccio di terra di Capodorso nell’incanto della Costa di Amalfi, sulla destra.

Giuseppe Liuccio

liucciogiuseppe@gmail.com

Ritorno, come avevo promesso qualche settimana fa e lo faccio per due motivi: 1) recuperare ed esaltare la storia di un fiume sacro alla memoria di tante comunità della vasta Kora pestana, ma anche i ricordi personali per aver passato buona parte della mia infanzia lungo gli argini di quel fiume; 2) per dare un contributo di idee a sostegno dell’idea, Patto del fiume, nata dalla mente fertile del sindaco di Giungano, il cavalier Franco Palumbo, tanto creativo ed immaginifico nell’ideazione quanto concreto e determinato nella realizzazione della progettualità, che è stata accettata e sottoscritta da tutti i sindaci dei comuni il cui territorio è parte integrante del bacino del fiume.

E prendo le mosse da un articolo che scrissi alcuni anni fa, spulciandone i passi più, significativi ed attuali, compreso l’accenno ad una bella corrispondenza con l’amico Giovanni Migliorino con il quale recuperammo teneri ricordi di infanzia, ma anche la consapevolezza di non esserci impegnati abbastanza per tutelare e difendere il nostro fiume.

……..”L’ho rivisto di recente il Solofrone in una delle mie tante improvvise irruzioni, brevi di tempo ma intense di emozioni, nel paese nativo- scrivevo allora… Ero tentato di arrivare alla sorgente, polla zampillante alle pendici del Vesole, dove i castagneti accendono al verde del fogliame l’oro dei ricci in rapida maturazione prima di esplodere al riso dei marroni, pulcini a timida fuoriuscita dalla cova. Mi sono rivisto bambino a perfida cattura dei girini da ingabbiare nella ciotola di fortuna. E l’ho inseguito, il corso del fiume, a zig-zag tra i coltivi a rifrangere il riso dei fichi settembrini, le pigne d’uva lustre di recente pioggia e gonfie di umori zuccherini e le mele “annurche” ancora bianchicce ma con accentuati arabeschi di screziature rossicce. E la malinconia della poesia di Bernardino Rota, marchese della mia terra, mi ha fatto da sottofondo ai ricordi laceranti di nostalgia.

Mi è ricomparso l’indomani mattina dalla gola di Tremonti, luminosa a sprazzi di sole pallido di un settembre che minacciava pioggia. Ed erano più maestosi che mai gli altari di pietra nell’ocra delle falesie che dirupavano dagli abissi della  cascata fino al Ponte di Giungano. E la brezza a carezza di lecceti si caricava dell’eco dell’ultima battaglia di Spartaco, liberto-eroe che fece tremare Roma per la sua carica rivoluzionaria di libertà e di giustizia sociale.

Mi ha accompagnato, il fiume, lungo la strada, ferita di asfalto tra uliveti, frutteti ed erbe foraggere a conquista di Mattine, che cresce a dismisura ed ingoia pianura fertile a scialo di insediamenti per civili abitazioni e capannoni di attività industriali e commerciali, a gonfiare,spesso, portafogli  di speculatori senza scrupoli. E’ l’avamposto di pianura di Agropoli, dove mi attende un eurostar con destinazione Roma, la mia residenza di emigrante, di lusso sì, ma sempre emigrante con nella mente e nel cuore le immagini della mia terra e sulla pelle tracce dei suoi profumi.

Sono in largo anticipo sull’orario di partenza e mi posso consentire una deviazione alla foce del “mio” fiume, che miscela nel mare greco di Paestum storia e storie raccolte dai displuvi di Trentinara e Giungano, Convignenti e Cicerale, Finocchito ed Eredita e che narrano dei prestigiosi insediamenti della kora poseidionate, delle incursioni dei Lucani alla conquista di mare e, soprattutto, di peana di lavoro di contadini che hanno strappato a terre avare i mezzi di  sussistenza per secoli.

E, intanto, mi martella nella mente la autoconfessione tanto appassionata quanto sincera di Giovanni Miglino, che  si autoaccusa del silenzio complice che ha consentito il degrado del corso d’acqua per inquinamento da miasmi  e veleni, con una bella lettera  aperta di cui sono stato destinatario.

Commovente Giovanni per la sua tenera poesia della memoria con le donne a fare il bucato a margine di fiume e lui, bambino, a caccia di emozioni lungo gli argini, ma anche per la sua forte denunzia di autocolpevolezza per il degrado!

Hai ragione, Giovanni, siamo tutti responsabili, tu, io e tanti altri, non fosse altro che per non aver levato alta e forte la protesta quando era necessario.

Ma la nostra è una infinitesima parte di responsabilità rispetto a quella di politici ed amministratori locali per la latitanza e, spesso, la complicità di fronte agli abusi dei tanti imprenditori, piccoli e grandi, che per facile guadagno hanno avvelenavano falde, sorgenti e corsi d’acqua.

Ma è definitivamente morto il nostro fiume? Io credo di no; e per quel miracolo di autorigenerazione della natura è ancora recuperabile a nuova vita…….

Ora per fortuna il sindaco del tuo comune, Franesco Palumbo ha ipotizzato di dare nuova vita e un ruolo straordinario al nostro fiume, recuperandone storia e funzione tramite IL PATTO DEL FIUME, che hanno sottoscritto i sindaci di Trentinara, Capaccio, Cicerale, Ogliastro Cilento, Agropoli e, naturalmente, Giungano, che ne è capofila. E, così, è possibile costruire lungo il corso del nostro fiume, sfruttando ed esaltando la figura del liberto Spartaco, che nella gola di Tremonti combattè la sua ultima battaglia e vi morì, LASTRADA DELLA RIVOLUZIONE, divisa in due tronchi, dalla sorgente alla cascata luminosa d’argento dirupante nella gola di Tremonti, tutta in territorio di Trentinara, e l’altra dalla gola, probabile luogo di morte del liberto/eroe fino alla foce .con un percorso attrezzato con staccionata   e siepi di piante autoctone della macchia mediterranea(mortella, lentischi, ginepri, rosmarino) con slarghi soste con “bacheche/legende, a forma  di artistiche nicchie che narrano la  storia delle rivoluzioni cilentane attraverso i secoli da Spartaco, appunto, fino allo Sbarco degli alleati del 1943 e la conseguente  rinascita della democrazia e passando attraverso il Canonico De Luca (1828), Costabile Carducci (1848), Carlo Pisacane(1847), Giuseppe Garibaldi (1860) e,  via via, tutti gli altri atti di eroismo minori. Cosi si renderebbe omaggio a belle pagine della nostra storia e si metterebbero nel circuito virtuoso dei mercati turistici anche zone ricche di fascino e di beni ambientali di rara bellezza E poi coltivi  di montagne, di colline e di pianura lungo il  fiume producono specificità della nostra agricoltura di qualità, vere e proprie eccellenze, che esaltano l’offerta di ristoranti  e trattorie accoglienti nel verde delle campagne con menù della dieta mediterranea, di cui esperti (?) improvvisati pontificano con ritornelli di bla bla tanto stucchevoli quanto  banali, ma che, forse, come vado scrivendo da un anno a questa parte sarebbe più giusto chiamare CIBO DEGLI DEI, perché i nostri contadini da secoli esaltano religiosità e  sacralità dell’enogastronomia ed hanno consapevolezza di andare A TAVOLA CON GLI DEI e MANGIARE DA E CON GLI DEI: Cerere e  Demetra (pane e cereali) Bacco/Dioniso (vino) Atena/Minerva (olio) nel segno dell’equilibrio e della perfezione/armonia dell’alimentazione (Apollo) e della  bellezza/amore (Venere). Paestum e la sua kora sono una fonte inesauribile di miti, di cui siamo depositari  e testimoni,se solo sappiamo attingere alle fonti del nostro passato nel segno della ricchezza prismatica della nostra CULTURA. Forse è questa la strada giusta per offrire un turismo di qualità, che faccia leva su un vademecum di quattro verbi: conoscere, amare, difendere, propagare, anzi  conoscere per  amare, amare per difendere, difendere per propagare. Il tema è avvincente ed impegnativo e richiede un ulteriore, approfondimento che mi riprometto di fare a breve.  Per ora lancio un messaggio, che ho già anticipato in privato ai sindaci di Trentinara e Giugano,  che si sono dichiarati entusiasti dell’idea, per irrobustire di ulteriori contributi nel segno della CULTURA, che è resta l’arma vincente costruire il futuro innestandosi nel passato, la bella ed originale progettualità.

A questo pensavo con la mia solita generosa passionalità a difesa della mia terra, mentre mi specchiavo nelle acque del fiume a miscela di mare, alla foce. Ed improvviso, quasi a provvida propiziazione, un raggio di sole squarciò con violenza le nubi ed inondò di luce il promontorio di Agropoli, sulla sinistra (dovette apparire così, pensavo, alla grande Yourcemar quando ne accennò in “Anna soror”, straordinario romanzo di amore e morte) e della pineta che si allungava a mezzaluna e sfumava in lontananza, a corona del mare dei miti e della storia, fin laggiù a Salerno ed, oltre, al tozzo braccio di terra di Capodorso nell’incanto della Costa di Amalfi, sulla destra.

Giuseppe Liuccio

liucciogiuseppe@gmail.com

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