Monsignor Scarano minacciato al cellulare da un anonimo con accento romano: «Ora la devi finire. Ti sparo nelle gambe»

0

«Ora basta, la devi finire. Io ti gambizzo. Ti sparo in mezzo alle gambe». Poi il clic, che chiude la comunicazione telefonica e lascia impietrito, dall’altro capo, monsignor Nunzio Scarano. Sulle minacce al sacerdote, sotto processo a Salerno per riciclaggio e a Roma per corruzione e calunnia, la Procura ha aperto un’inchiesta e le verifiche dei carabinieri sono in corso per cercare di risalire all’autore. «Una voce dall’accento romano» ha dichiarato don Nunzio nella denuncia presentata con l’ausilio degli avvocati Silverio Sica e Giuseppe Pepe. Una voce che ha spiegato di non aver riconosciuto e che tuttavia appartiene a qualcuno che non solo conosce il suo recapito cellulare ma non ha avuto timore di contattarlo senza oscurare il numero chiamante, anche questo di telefonia mobile. Su questo numero si concentrano adesso le indagini coordinate dal sostituto procuratore Elena Guarino, lo stesso magistrato che ha formalizzato nei confronti di Scarano l’accusa di riciclaggio e quella di usura, per la quale si attende l’udienza preliminare. Il monsignore ha detto di non sapere a chi appartenga quel telefono e ha aggiunto che proprio per questo aveva deciso inizialmente di non rispondere. Poi ha cambiato idea perché il cellulare continuava a squillare con insistenza, una circostanza che secondo le indiscrezioni sarebbe già stata confermata dai primi esami sui tabulati. Sui motivi che potrebbero essere all’origine delle intimidazioni Scarano non ha fornito elementi rilevanti, ma in passato aveva sostenuto di avere paura e di sentirsi in pericolo per le informazioni assunte nel corso del suo incarico di contabile all’Apsa, l’agenzia che amministra il patrimonio del Vaticano. «Ho paura di essere avvelenato come Sindona» confidò ai suoi legali nell’ottobre del 2013, durante il periodo di detenzione in ospedale. E nelle numerose lettere al Papa – tutte senza risposta – si è sempre definito «capro espiatorio di alcuni potenti». L’accento romano attribuito alla voce minacciosa alimenta il clima da spy story di oltretevere, ma d’altronde è negli ambienti capitolini che il prelato ha costruito gran parte della sua fama di “monsignor 500”, com’era chiamato per quella familiarità con le banconote di grosso taglio. Romano è il suo grande accusatore, l’imprenditore Massimiliano Marcianò, che dopo anni di amicizia ha svelato agli inquirenti particolari su conti correnti segreti e lingotti d’oro. E di Roma sono pure tutti gli indagati per il furto nell’appartamento di Scarano a via Guarna, da cui sono partite le indagini sul riciclaggio. Ora la telefonata minatoria porta, di nuovo, all’ombra del Cupolone. (Clemy De Maio – La Città di Salerno)  

«Ora basta, la devi finire. Io ti gambizzo. Ti sparo in mezzo alle gambe». Poi il clic, che chiude la comunicazione telefonica e lascia impietrito, dall’altro capo, monsignor Nunzio Scarano. Sulle minacce al sacerdote, sotto processo a Salerno per riciclaggio e a Roma per corruzione e calunnia, la Procura ha aperto un’inchiesta e le verifiche dei carabinieri sono in corso per cercare di risalire all’autore. «Una voce dall’accento romano» ha dichiarato don Nunzio nella denuncia presentata con l’ausilio degli avvocati Silverio Sica e Giuseppe Pepe. Una voce che ha spiegato di non aver riconosciuto e che tuttavia appartiene a qualcuno che non solo conosce il suo recapito cellulare ma non ha avuto timore di contattarlo senza oscurare il numero chiamante, anche questo di telefonia mobile. Su questo numero si concentrano adesso le indagini coordinate dal sostituto procuratore Elena Guarino, lo stesso magistrato che ha formalizzato nei confronti di Scarano l’accusa di riciclaggio e quella di usura, per la quale si attende l’udienza preliminare. Il monsignore ha detto di non sapere a chi appartenga quel telefono e ha aggiunto che proprio per questo aveva deciso inizialmente di non rispondere. Poi ha cambiato idea perché il cellulare continuava a squillare con insistenza, una circostanza che secondo le indiscrezioni sarebbe già stata confermata dai primi esami sui tabulati. Sui motivi che potrebbero essere all’origine delle intimidazioni Scarano non ha fornito elementi rilevanti, ma in passato aveva sostenuto di avere paura e di sentirsi in pericolo per le informazioni assunte nel corso del suo incarico di contabile all’Apsa, l’agenzia che amministra il patrimonio del Vaticano. «Ho paura di essere avvelenato come Sindona» confidò ai suoi legali nell’ottobre del 2013, durante il periodo di detenzione in ospedale. E nelle numerose lettere al Papa – tutte senza risposta – si è sempre definito «capro espiatorio di alcuni potenti». L’accento romano attribuito alla voce minacciosa alimenta il clima da spy story di oltretevere, ma d’altronde è negli ambienti capitolini che il prelato ha costruito gran parte della sua fama di “monsignor 500”, com’era chiamato per quella familiarità con le banconote di grosso taglio. Romano è il suo grande accusatore, l’imprenditore Massimiliano Marcianò, che dopo anni di amicizia ha svelato agli inquirenti particolari su conti correnti segreti e lingotti d’oro. E di Roma sono pure tutti gli indagati per il furto nell’appartamento di Scarano a via Guarna, da cui sono partite le indagini sul riciclaggio. Ora la telefonata minatoria porta, di nuovo, all’ombra del Cupolone. (Clemy De Maio – La Città di Salerno)