Ipertensione e colesterolo, farmaci da limitare. Regione pone rigidi paletti a medici di famiglia: prescrizioni motivate

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Farmaci«contingentati». Sono quelli abitualmente utilizzati da pazienti affetti da ipertensione e con livelli di colesterolo elevati che, d’ora in avanti, rischiano di dover fare i conti con limiti e restrizioni. La mannaia scatta dal primo gennaio: i medici di famiglia dovranno attenersi ai rigidi paletti fissati dal decreto 56 (approvato dalla struttura commissariale nella precedente amministrazione regionale ma operativo dal 2016). L’altra faccia della medaglia è invece rappresentata dalla valanga di prescrizioni per esami diagnostici e di laboratorio che i medici di famiglia stanno firmando in queste ore per i primi giorni di gennaio, quando si ripartirà con i nuovi tetti di spesa dopo diversi mesi di stop a causa dell’esaurimento dei budget. Ma cosa prevede il famigerato decreto 56? In pratica i medici non potranno più decidere liberamente di prescrivere un farmaco e saranno tenuti a motivare il ricorso ad una determinata terapia piuttosto che ad un’altra. Stando al provvedimento, inoltre, ad una serie di medicinali tradizionalmente somministrati a pazienti ipertesi o con problemi di colesterolo dovranno essere preferiti altri farmaci, meno costosi ma anche meno collaudati. Di fatto è come se i medici di base fossero «commissariati», perché tenuti a rispettare una griglia predeterminata dalla Regione. Almeno questo è il ragionamento che fanno i camici bianchi, i quali rivendicano invece la propria autonomia anche perché, dicono, «non è possibile trattare tutti i pazienti allo stesso modo. Le terapie vanno stabilite caso per caso, non siamo tutti uguali». Diversa la versione degli esperti di Palazzo Santa Lucia, secondo i quali il decreto si è reso necessario per tentare di ridurre i costi dei farmaci per queste patologie, considerati eccessivi. Da qui le norme più restrittive che dovrebbero servire, nelle intenzioni dei promotori del decreto 56, a evitare o arginare gli sprechi. I medici di famiglia, però, non ci stanno e hanno già messo in campo le contromosse. A muoversi per primi sono stati i camici bianchi del Lazio, dove pure la Regione ha varato un provvedimento analogo. L’atto è stato impugnato davanti al Tar Lazio, che ha accolto il ricorso: non potranno essere posti limiti, è il verdetto dei giudici amministrativi, alle prescrizioni fatte ai pazienti. A questa decisione del Tar Lazio si aggrappano ora i medici campani nella speranza di potersi liberare dai vincoli fissati dalla struttura commissariale: «Grazie alla sentenza del Tar Lazio emessa a favore del ricorso presentato da Federfarma contro il decreto regionale sull’appropriatezza prescrittiva dei farmaci viene giudicato illegittimo ed arbitrario imporre ai medici criteri prescrittivi votati esclusivamente al risparmio o contenimento della spesa, che dir si voglia – spiega Saverio Annunziata, dirigente nazionale del Sumai Medicina generale – I medici di base campani potranno finalmente continuare a svolgere la propria professione secondo scienza, coscienza ed appropriatezza, così come prescrive il codice deontologico della professione». Rincara la dose Giuseppe Tortora, vicesegretario nazionale del Sumai Medicina generale: «Quella del medico è una professione intellettuale, non può essere ricondotta ad un ruolo ragionieristico che tenga conto in prima istanza dei costi. Il primo dovere per il medico è perseguire il bene del paziente, ovvero fornirgli le cure più appropriate per fronteggiare la sua malattia, nel caso sia cronica, oppure mirare alla guarigione nel caso di patologie acute. E il trattamento terapeutico può essere diverso da paziente a paziente anche se affetto dalla stessa patologia». Peraltro, aggiunge Tortora, «nell’atto prescrittivo è insito anche il principio di responsabilità, per cui il medico è chiamato a rispondere del proprio operato, ma non può accadere che gli venga imposto per decreto come debba assistere i propri pazienti». (Gerardo Ausiello – Il Mattino)

Farmaci«contingentati». Sono quelli abitualmente utilizzati da pazienti affetti da ipertensione e con livelli di colesterolo elevati che, d’ora in avanti, rischiano di dover fare i conti con limiti e restrizioni. La mannaia scatta dal primo gennaio: i medici di famiglia dovranno attenersi ai rigidi paletti fissati dal decreto 56 (approvato dalla struttura commissariale nella precedente amministrazione regionale ma operativo dal 2016). L’altra faccia della medaglia è invece rappresentata dalla valanga di prescrizioni per esami diagnostici e di laboratorio che i medici di famiglia stanno firmando in queste ore per i primi giorni di gennaio, quando si ripartirà con i nuovi tetti di spesa dopo diversi mesi di stop a causa dell’esaurimento dei budget. Ma cosa prevede il famigerato decreto 56? In pratica i medici non potranno più decidere liberamente di prescrivere un farmaco e saranno tenuti a motivare il ricorso ad una determinata terapia piuttosto che ad un’altra. Stando al provvedimento, inoltre, ad una serie di medicinali tradizionalmente somministrati a pazienti ipertesi o con problemi di colesterolo dovranno essere preferiti altri farmaci, meno costosi ma anche meno collaudati. Di fatto è come se i medici di base fossero «commissariati», perché tenuti a rispettare una griglia predeterminata dalla Regione. Almeno questo è il ragionamento che fanno i camici bianchi, i quali rivendicano invece la propria autonomia anche perché, dicono, «non è possibile trattare tutti i pazienti allo stesso modo. Le terapie vanno stabilite caso per caso, non siamo tutti uguali». Diversa la versione degli esperti di Palazzo Santa Lucia, secondo i quali il decreto si è reso necessario per tentare di ridurre i costi dei farmaci per queste patologie, considerati eccessivi. Da qui le norme più restrittive che dovrebbero servire, nelle intenzioni dei promotori del decreto 56, a evitare o arginare gli sprechi. I medici di famiglia, però, non ci stanno e hanno già messo in campo le contromosse. A muoversi per primi sono stati i camici bianchi del Lazio, dove pure la Regione ha varato un provvedimento analogo. L’atto è stato impugnato davanti al Tar Lazio, che ha accolto il ricorso: non potranno essere posti limiti, è il verdetto dei giudici amministrativi, alle prescrizioni fatte ai pazienti. A questa decisione del Tar Lazio si aggrappano ora i medici campani nella speranza di potersi liberare dai vincoli fissati dalla struttura commissariale: «Grazie alla sentenza del Tar Lazio emessa a favore del ricorso presentato da Federfarma contro il decreto regionale sull’appropriatezza prescrittiva dei farmaci viene giudicato illegittimo ed arbitrario imporre ai medici criteri prescrittivi votati esclusivamente al risparmio o contenimento della spesa, che dir si voglia – spiega Saverio Annunziata, dirigente nazionale del Sumai Medicina generale – I medici di base campani potranno finalmente continuare a svolgere la propria professione secondo scienza, coscienza ed appropriatezza, così come prescrive il codice deontologico della professione». Rincara la dose Giuseppe Tortora, vicesegretario nazionale del Sumai Medicina generale: «Quella del medico è una professione intellettuale, non può essere ricondotta ad un ruolo ragionieristico che tenga conto in prima istanza dei costi. Il primo dovere per il medico è perseguire il bene del paziente, ovvero fornirgli le cure più appropriate per fronteggiare la sua malattia, nel caso sia cronica, oppure mirare alla guarigione nel caso di patologie acute. E il trattamento terapeutico può essere diverso da paziente a paziente anche se affetto dalla stessa patologia». Peraltro, aggiunge Tortora, «nell’atto prescrittivo è insito anche il principio di responsabilità, per cui il medico è chiamato a rispondere del proprio operato, ma non può accadere che gli venga imposto per decreto come debba assistere i propri pazienti». (Gerardo Ausiello – Il Mattino)

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