Paolo Rossi: «Higuain è un fenomeno. Scudetto, Napoli favorito, è la squadra che gioca meglio in Italia»

0

Paolo Rossi detto Pablito o Paolorossi (tutto attaccato) ha preso parte a tre spedizioni mondiali in Argentina, Spagna e Messico (dove però non giocò mai). E ha incontrato i grandi attaccanti argentini di quei tempi: «Luque, Mario Kempes, Diaz, Valdano, Bertoni: erano dei talenti unici. Come Gonzalo Higuain che in questo momento è forse il più forte numero 9 d’Europa». Un’investitura non di poco conto, quella per il Pipita, da parte dell’italiano per lunghi anni più famoso al mondo. Il più forte di tutti, ma non quello che più le somiglia, giusto? «In qualche gol di Kalinic mi rivedo in maniera particolare. Anche lui è capace di essere attratto nel posto giusto un attimo prima di chiunque altro. Proprio come me». È lui che fa la parte di Pablito in questo campionato? «Un po’ sì, ma in questa serie A c’è un alieno e gioca nel Napoli. Lui è la riscossa della punta vera, quella vecchio stampo. È la rivincita contro il modo moderno di interpretare il ruolo dell’attaccante». Questi «falsi nove» hanno un po’ stufato anche lei? «No. È solo che veder muovere una punta in maniera così possente e dinamica come fa Higuain, puntando la porta e basta, senza preoccuparsi più di tanto di dover difendere o altro, non può che esaltare». La sorprende la sua capacità di far gol? «Anche nel Real Madrid, pur avendo davanti fenomeni come Benzema, Ronaldo, ogni volta che scendeva in campo segnava con puntualità. È una sua costanza». Lei per lo scudetto dice sempre Napoli? «Sì, lo penso da molte settimane. E ne sono sempre più convinto. È la squadra che gioca meglio di tutte e che più somiglia al suo allenatore. Insigne è spettacolare, ha fantasia, non è mai prevedibile. Ma ho un solo dubbio». Quale? «Se si fa male Higuain sono dolori». Beh, pure se si faceva male Platini non era facile sostituirlo nella sua Juve. «È il destino di tutti i numeri uno. Però senza i gol di Higuain vedo un Napoli che potrebbe avere dei problemi in attacco. Anche se Sarri fa dell’organizzazione di gioco la sua arma vincente». Già, Sarri. Più o meno suo conterraneo? «Sì, è del Valdarno proprio come me che ho deciso di vivere a Poggiocennina. Presto lo inviterò nel mio agriturismo ma intanto mi accontento di sentire i racconti dei tanti che qui lo hanno conosciuto». Certo, ora è il personaggio del momento. «Pochi giorni fa ho conosciuto un suo ex giocatore ai tempi della Sangiovannese. E non faceva che sottolineare il suo essere professore di calcio. Parla di Sarri come di uno a cui puoi chiedere qualsiasi cosa trovandolo sempre disponibile a spiegare». Si dice che la principale capacità di Sarri sia quella di saper fare gruppo. Ma quand’è che si crea davvero il gruppo? «Quando pensare a se stessi vuol dire pensare al bene degli altri, senza egoismi. Quando le motivazioni individuali diventano lo spirito di squadra. Quando tre, quattro giocatori di carattere trascinano tutti gli altri. E non ne sentono il peso. Il gruppo è il cemento di qualunque impresa». Come l’Italia nel 1982 in Spagna? «All’inizio non fu proprio così. Ma poi strada facendo divenimmo insuperabili proprio per questo». Mancini e Allegri hanno però una maggiore abitudine a vincere. Può contare? «Sicuro, può avere un certo peso in una volata per il titolo avere due tecnici abituati ai duelli ad alta quota. Ma sono i giocatori quelli più importanti: chiunque, per esempio, alla guida del Chelsea adesso farebbe fatica. Ma Sarri saprà compensare questa mancanza con il feeling che ha creato nello spogliatoio». La Juventus è in rimonta? «Darla per spacciata è stato il più grosso errore di valutazione commesso da molti commentatori a inizio campionato. Ha un attacco spaziale e una difesa molto ben rodata. E guai a pensare che la Roma sia fuori dai giochi per il titolo». Balotelli sparito dai radar, Pellé in Inghilterra, Gabbiadini, Immobile e Zaza sempre in panchina. Che fine hanno fatto i bomber italiani? «Abbiamo messo il dito nella piaga, è una tragedia per Conte e per tutti noi pensando al prossimo Europeo: difficile poter essere protagonista nella Nazionale se non lo sei nella tua squadra di club. C’è troppo poco in giro». (Pino Taormina – Il Mattino)

Paolo Rossi detto Pablito o Paolorossi (tutto attaccato) ha preso parte a tre spedizioni mondiali in Argentina, Spagna e Messico (dove però non giocò mai). E ha incontrato i grandi attaccanti argentini di quei tempi: «Luque, Mario Kempes, Diaz, Valdano, Bertoni: erano dei talenti unici. Come Gonzalo Higuain che in questo momento è forse il più forte numero 9 d’Europa». Un’investitura non di poco conto, quella per il Pipita, da parte dell’italiano per lunghi anni più famoso al mondo. Il più forte di tutti, ma non quello che più le somiglia, giusto? «In qualche gol di Kalinic mi rivedo in maniera particolare. Anche lui è capace di essere attratto nel posto giusto un attimo prima di chiunque altro. Proprio come me». È lui che fa la parte di Pablito in questo campionato? «Un po’ sì, ma in questa serie A c’è un alieno e gioca nel Napoli. Lui è la riscossa della punta vera, quella vecchio stampo. È la rivincita contro il modo moderno di interpretare il ruolo dell’attaccante». Questi «falsi nove» hanno un po’ stufato anche lei? «No. È solo che veder muovere una punta in maniera così possente e dinamica come fa Higuain, puntando la porta e basta, senza preoccuparsi più di tanto di dover difendere o altro, non può che esaltare». La sorprende la sua capacità di far gol? «Anche nel Real Madrid, pur avendo davanti fenomeni come Benzema, Ronaldo, ogni volta che scendeva in campo segnava con puntualità. È una sua costanza». Lei per lo scudetto dice sempre Napoli? «Sì, lo penso da molte settimane. E ne sono sempre più convinto. È la squadra che gioca meglio di tutte e che più somiglia al suo allenatore. Insigne è spettacolare, ha fantasia, non è mai prevedibile. Ma ho un solo dubbio». Quale? «Se si fa male Higuain sono dolori». Beh, pure se si faceva male Platini non era facile sostituirlo nella sua Juve. «È il destino di tutti i numeri uno. Però senza i gol di Higuain vedo un Napoli che potrebbe avere dei problemi in attacco. Anche se Sarri fa dell’organizzazione di gioco la sua arma vincente». Già, Sarri. Più o meno suo conterraneo? «Sì, è del Valdarno proprio come me che ho deciso di vivere a Poggiocennina. Presto lo inviterò nel mio agriturismo ma intanto mi accontento di sentire i racconti dei tanti che qui lo hanno conosciuto». Certo, ora è il personaggio del momento. «Pochi giorni fa ho conosciuto un suo ex giocatore ai tempi della Sangiovannese. E non faceva che sottolineare il suo essere professore di calcio. Parla di Sarri come di uno a cui puoi chiedere qualsiasi cosa trovandolo sempre disponibile a spiegare». Si dice che la principale capacità di Sarri sia quella di saper fare gruppo. Ma quand’è che si crea davvero il gruppo? «Quando pensare a se stessi vuol dire pensare al bene degli altri, senza egoismi. Quando le motivazioni individuali diventano lo spirito di squadra. Quando tre, quattro giocatori di carattere trascinano tutti gli altri. E non ne sentono il peso. Il gruppo è il cemento di qualunque impresa». Come l’Italia nel 1982 in Spagna? «All’inizio non fu proprio così. Ma poi strada facendo divenimmo insuperabili proprio per questo». Mancini e Allegri hanno però una maggiore abitudine a vincere. Può contare? «Sicuro, può avere un certo peso in una volata per il titolo avere due tecnici abituati ai duelli ad alta quota. Ma sono i giocatori quelli più importanti: chiunque, per esempio, alla guida del Chelsea adesso farebbe fatica. Ma Sarri saprà compensare questa mancanza con il feeling che ha creato nello spogliatoio». La Juventus è in rimonta? «Darla per spacciata è stato il più grosso errore di valutazione commesso da molti commentatori a inizio campionato. Ha un attacco spaziale e una difesa molto ben rodata. E guai a pensare che la Roma sia fuori dai giochi per il titolo». Balotelli sparito dai radar, Pellé in Inghilterra, Gabbiadini, Immobile e Zaza sempre in panchina. Che fine hanno fatto i bomber italiani? «Abbiamo messo il dito nella piaga, è una tragedia per Conte e per tutti noi pensando al prossimo Europeo: difficile poter essere protagonista nella Nazionale se non lo sei nella tua squadra di club. C’è troppo poco in giro». (Pino Taormina – Il Mattino)

Lascia una risposta