“I compagni della notte” è il bellissimo titolo evocativo del libro di Augusto Maresca

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Una bellissima sorpresa di Natale da Augusto Maresca che ci fa l’onore di partecipare con i suoi interventi in Penisola Sorrentina news sul nostro giornale con le imperdibili “Lettera da Piano” Piano di Sorrento. “I compagni della notte” è il bellissimo titolo evocativo del racconto che dà il titolo all’intera raccolta omonima di versi e prose pubblicata in questi giorni da Augusto Maresca , foto di Telestreet Arcobaleno. Avvocato penalista dalla lunga e brillante carriera, ex Amministratore comunale(le cronache lo ricordano come l’ultimo assessore all’Ambiente della penisola sorrentina), strenuo e convinto difensore della Natura , il Nostro ha riscoperto una genuina vena poetica dai sapori oserei dire pavesiani ed esistenziali. Una passione per la scrittura coltivata nel tempo, fin dai primi esordi giovanissimo come giornalista e corrispondente dalla penisola sorrentina anche per prestigiosi quotidiani nazionali. Poi la laurea in legge che lo ha portato ad accantonare provvisoriamente la sua vocazione per immergersi con altrettanta passione nell’agone forense che gli ha permesso di scandagliare gli abissi più profondi di una umanità sofferente, difensore dei deboli contro i soprusi e la prepotenze dei potenti. Il suo impegno politico – sempre a sinistra – fa tutt’uno con la sua professione di avvocato civilista e penale. La sua ultima fatica letteraria contiene, in un agile libretto edito da “La Pergamena“(Piano di Sorrento), nove poesie e tre racconti (“I compagni della notte”, appunto, “Lucus” e “L’acchiappanuvole”)che ne rivelano per i più un aspetto inedito, una profonda conoscenza dell’arte della parola, quella che smuove le emozioni, come affermava il famoso Gorgia:”La parola è una grande dominatrice, che con piccolissimo e invisibile corpo sa compiere grandi cose; riesce infatti a calmare la paura,a eliminare il dolore, a suscitare la gioia e ad aumentare la pietà”. Quale elogio più bello, non della più vuota retorica sofistica, ma del meraviglioso ruolo della parola quando diventa, al di là del mero strumento comunicativo,poesia e letteratura. Le sue nove liriche, introdotte da un’icastica affermazione “La natura non è proprietà dell’uomo”,sono degli idilli intrisi di filosofia dove la natura la fa da padrona. Si avverte l’eco di una cultura letteraria, che ha trovato la sua fonte ispiratrice nei versi immortali dei lirici greci e in quelli di un Leopardi disincantato. “Il lento fremere” è davvero un piccolo gioiello di immagini e sensazioni classiche; “Anche la luna” è un omaggio alla compagna di tanti poeti ed animi sensibili; “Raccontami” una riflessione esistenziale ;”La ballata dei poveri cristi” fa emergere invece la sua ribellione alle ingiustizie sociali, la sua ideologia, parola oggi passata di moda ma che aveva un tempo il valore discriminante di stabilire chi stava con i deboli e chi con i prepotenti(“Essere poveri, vestire di onestà/Non è un merito per l’Umanità”, declama con un pizzico di pessimismo il Nostro); “Sinfonie della notte” è un’altra lirica piena di inquietudini esistenziali che non trova pace nemmeno nella bellissima “Nuvole e Sogni”: “L’uomo è eterno perdente”, sentenzia in chiusura. Prevalgono paesaggi lunari, notturni come anche in “Periferia”, uno sguardo disincantato che in “Positano” ci regala un paesaggio che ricorda la “malinconia dell’inverno”. Ed anche l’amore di “Oggi ti ho amata” sembra spegnersi subito in ricordo, dopo un “incontro di ore/rubate all’egemonia del tempo”. Ma dove la sua indubbia capacità affabulatoria raggiunge livelli di inedita poesia è nei racconti. “I compagni della notte”, superando con grande maestria le pur prevedibili secche di un autobiografismo che affiora con discrezione qua e là in tutti i racconti, sa delineare con una prosa nitida, essenziale una condizione universale dell’uomo che, al giro di boa della terza età, ricorda le sue estati insonni, le sue scorribande notturne con gli amici, le ragazze spensierate, le pesche subacquee, i balli di un settembre che non tornerà più…. ”La noia dei giorni” racconta un’altra stagione esistenziale, non quella delle speranze giovanili ma il noioso lavoro presso uno studio notarile, in attesa di una gloria che mai arriverà….direbbe Dino Buzzati de “Il deserto dei Tartari”. ”Tre anni – scrive il Nostro –sono tanti di pioggia e di sole, di tristezza ed euforia, di insoddisfazioni e delusioni, il tutto interlineato da quella patologica monotonia che sfocia nella noia”. Cita anche Schopenhauer, il filosofo della noia esistenziale. ”Lucus”, quasi prosieguo del racconto precedente, racconta invece della scelta del protagonista di rompere il tran tran quotidiano, quella condizione esistenziale fatta di assenza di slanci ideali e di un lento spegnersi di ogni anelito vitale, con una programmata fuga in treno verso mete sconosciute.”Si sentiva come un detenuto rimesso in libertà”. Non sveliamo il finale di questo viaggio in treno che diventa un cammino nelle varie età della sua vita con le varie figure femminili che hanno segnato le tappe salienti della sua biografia: la madre, le sue donne Annette, Maroussia. Un racconto che sa di bilancio esistenziale: ”C’è un tempo, nella vita, di raccolta delle proprie cose…un bisogno di giustificare il proprio operato … ci si guarda dentro, ci si interroga, vorremmo quasi tornare indietro perché i ricordi non soddisfano, anzi portano malinconia”….C’è spazio anche per la figura paterna con i suoi insegnamenti. Come un novello Ulisse o Colombo il suo viaggio poi si completa con l’ultimo racconto, il meraviglioso “L’acchiappanuvole”… Protagonista è Vincenzo, uno di quei misteriosi personaggi che un tempo popolavano ogni villaggio ogni paese d’Italia. Persone “eccentriche” nel senso etimologico del termine, un mezzo matto, figure che incarnavano in ciascuna comunità la possibilità di andare oltre la muraglia del conformismo, persone che donavano perle di saggezza pronunziate da chi era ritenuto detentore di ogni licenza poetica, tanto era lo “scemo”. Ma a volte, come il nostro Vincenzo, mettevano anche inquietudine perché con la loro apparente indifesa esistenza ci mostravano la parte più genuina, intima e nascosta di ognuno di noi al di là delle convenzioni sociali, delle maschere e dei pregiudizi culturali. La nostra preferenza va a quest’ultimo racconto, non perché gli altri siano di minore intensità letteraria, ma perché si pone come conclusione ideale di questo “romanzo a puntate” del nostro Autore. Epilogo carico di mistero come la vita di ogni essere umano. Mi piace pensare al grande Federico Fellini prendere per mano questo racconto e sceneggiarlo, trasformarlo prima in disegni come era solito fare poi in dialoghi e immagini. Angiolina sembra proprio un personaggio del grande Federico , ma penso anche a “Cosa sono le nuvole?” di PierPaolo Pasolini con Ninetto Davoli nella parte di Otello e Totò in quella di Jago. Vincenzo il protagonista di questo racconto che chiude il libro di Augusto Maresca, come il personaggio interpretato da Ninetto è un uomo innamorato del Creato e della vita, della cultura e della visione, della natura e della dimensione trascendente .”Salito su ed arrampicandosi alla fine delle tegole, pensava forse di poter toccare la grossa nube bianca addormentata…” Abbandonata la ideologia, Augusto abbraccia la poesia, i delicati toni surreali di questo racconto controbilanciano le atmosfere realistiche, seppure filtrate dalla memoria, degli altri . “Nella faccia spaccata e gonfia di Otello gli occhi luccicano di ardente curiosità, di intrattenibile gioia. Anche gli occhi di Jago guardano strabiliati e in estasi quello spettacolo mai visto del cielo e del mondo. Otello: Iiiiih, che so’ quelle? Jago: Sono…sono le nuvole… Otello: E che so’ le nuvole? Jago: Boh! Otello: Quanto so’ belle! Quanto so’ belle! Jago: (ormai tutto in comica estasi) Oh, straziante, meravigliosa bellezza del Creato! Le nuvole passano veloci nel gran cielo azzurro”. (dalla sceneggiatura di “Che cosa sono le nuvole?) Antonio Volpe

Una bellissima sorpresa di Natale da Augusto Maresca che ci fa l'onore di partecipare con i suoi interventi in Penisola Sorrentina news sul nostro giornale con le imperdibili "Lettera da Piano" Piano di Sorrento. “I compagni della notte” è il bellissimo titolo evocativo del racconto che dà il titolo all’intera raccolta omonima di versi e prose pubblicata in questi giorni da Augusto Maresca , foto di Telestreet Arcobaleno. Avvocato penalista dalla lunga e brillante carriera, ex Amministratore comunale(le cronache lo ricordano come l’ultimo assessore all’Ambiente della penisola sorrentina), strenuo e convinto difensore della Natura , il Nostro ha riscoperto una genuina vena poetica dai sapori oserei dire pavesiani ed esistenziali. Una passione per la scrittura coltivata nel tempo, fin dai primi esordi giovanissimo come giornalista e corrispondente dalla penisola sorrentina anche per prestigiosi quotidiani nazionali. Poi la laurea in legge che lo ha portato ad accantonare provvisoriamente la sua vocazione per immergersi con altrettanta passione nell’agone forense che gli ha permesso di scandagliare gli abissi più profondi di una umanità sofferente, difensore dei deboli contro i soprusi e la prepotenze dei potenti. Il suo impegno politico – sempre a sinistra – fa tutt’uno con la sua professione di avvocato civilista e penale. La sua ultima fatica letteraria contiene, in un agile libretto edito da “La Pergamena“(Piano di Sorrento), nove poesie e tre racconti (“I compagni della notte”, appunto, “Lucus” e “L’acchiappanuvole”)che ne rivelano per i più un aspetto inedito, una profonda conoscenza dell’arte della parola, quella che smuove le emozioni, come affermava il famoso Gorgia:”La parola è una grande dominatrice, che con piccolissimo e invisibile corpo sa compiere grandi cose; riesce infatti a calmare la paura,a eliminare il dolore, a suscitare la gioia e ad aumentare la pietà”. Quale elogio più bello, non della più vuota retorica sofistica, ma del meraviglioso ruolo della parola quando diventa, al di là del mero strumento comunicativo,poesia e letteratura. Le sue nove liriche, introdotte da un’icastica affermazione “La natura non è proprietà dell’uomo”,sono degli idilli intrisi di filosofia dove la natura la fa da padrona. Si avverte l’eco di una cultura letteraria, che ha trovato la sua fonte ispiratrice nei versi immortali dei lirici greci e in quelli di un Leopardi disincantato. “Il lento fremere” è davvero un piccolo gioiello di immagini e sensazioni classiche; “Anche la luna” è un omaggio alla compagna di tanti poeti ed animi sensibili; “Raccontami” una riflessione esistenziale ;”La ballata dei poveri cristi” fa emergere invece la sua ribellione alle ingiustizie sociali, la sua ideologia, parola oggi passata di moda ma che aveva un tempo il valore discriminante di stabilire chi stava con i deboli e chi con i prepotenti(“Essere poveri, vestire di onestà/Non è un merito per l’Umanità”, declama con un pizzico di pessimismo il Nostro); “Sinfonie della notte” è un’altra lirica piena di inquietudini esistenziali che non trova pace nemmeno nella bellissima “Nuvole e Sogni”: “L’uomo è eterno perdente”, sentenzia in chiusura. Prevalgono paesaggi lunari, notturni come anche in “Periferia”, uno sguardo disincantato che in “Positano” ci regala un paesaggio che ricorda la “malinconia dell’inverno”. Ed anche l’amore di “Oggi ti ho amata” sembra spegnersi subito in ricordo, dopo un “incontro di ore/rubate all’egemonia del tempo”. Ma dove la sua indubbia capacità affabulatoria raggiunge livelli di inedita poesia è nei racconti. “I compagni della notte”, superando con grande maestria le pur prevedibili secche di un autobiografismo che affiora con discrezione qua e là in tutti i racconti, sa delineare con una prosa nitida, essenziale una condizione universale dell’uomo che, al giro di boa della terza età, ricorda le sue estati insonni, le sue scorribande notturne con gli amici, le ragazze spensierate, le pesche subacquee, i balli di un settembre che non tornerà più…. ”La noia dei giorni” racconta un’altra stagione esistenziale, non quella delle speranze giovanili ma il noioso lavoro presso uno studio notarile, in attesa di una gloria che mai arriverà….direbbe Dino Buzzati de “Il deserto dei Tartari”. ”Tre anni – scrive il Nostro –sono tanti di pioggia e di sole, di tristezza ed euforia, di insoddisfazioni e delusioni, il tutto interlineato da quella patologica monotonia che sfocia nella noia”. Cita anche Schopenhauer, il filosofo della noia esistenziale. ”Lucus”, quasi prosieguo del racconto precedente, racconta invece della scelta del protagonista di rompere il tran tran quotidiano, quella condizione esistenziale fatta di assenza di slanci ideali e di un lento spegnersi di ogni anelito vitale, con una programmata fuga in treno verso mete sconosciute.”Si sentiva come un detenuto rimesso in libertà”. Non sveliamo il finale di questo viaggio in treno che diventa un cammino nelle varie età della sua vita con le varie figure femminili che hanno segnato le tappe salienti della sua biografia: la madre, le sue donne Annette, Maroussia. Un racconto che sa di bilancio esistenziale: ”C’è un tempo, nella vita, di raccolta delle proprie cose…un bisogno di giustificare il proprio operato … ci si guarda dentro, ci si interroga, vorremmo quasi tornare indietro perché i ricordi non soddisfano, anzi portano malinconia”….C’è spazio anche per la figura paterna con i suoi insegnamenti. Come un novello Ulisse o Colombo il suo viaggio poi si completa con l’ultimo racconto, il meraviglioso “L’acchiappanuvole”… Protagonista è Vincenzo, uno di quei misteriosi personaggi che un tempo popolavano ogni villaggio ogni paese d’Italia. Persone “eccentriche” nel senso etimologico del termine, un mezzo matto, figure che incarnavano in ciascuna comunità la possibilità di andare oltre la muraglia del conformismo, persone che donavano perle di saggezza pronunziate da chi era ritenuto detentore di ogni licenza poetica, tanto era lo “scemo”. Ma a volte, come il nostro Vincenzo, mettevano anche inquietudine perché con la loro apparente indifesa esistenza ci mostravano la parte più genuina, intima e nascosta di ognuno di noi al di là delle convenzioni sociali, delle maschere e dei pregiudizi culturali. La nostra preferenza va a quest’ultimo racconto, non perché gli altri siano di minore intensità letteraria, ma perché si pone come conclusione ideale di questo “romanzo a puntate” del nostro Autore. Epilogo carico di mistero come la vita di ogni essere umano. Mi piace pensare al grande Federico Fellini prendere per mano questo racconto e sceneggiarlo, trasformarlo prima in disegni come era solito fare poi in dialoghi e immagini. Angiolina sembra proprio un personaggio del grande Federico , ma penso anche a “Cosa sono le nuvole?” di PierPaolo Pasolini con Ninetto Davoli nella parte di Otello e Totò in quella di Jago. Vincenzo il protagonista di questo racconto che chiude il libro di Augusto Maresca, come il personaggio interpretato da Ninetto è un uomo innamorato del Creato e della vita, della cultura e della visione, della natura e della dimensione trascendente .”Salito su ed arrampicandosi alla fine delle tegole, pensava forse di poter toccare la grossa nube bianca addormentata…” Abbandonata la ideologia, Augusto abbraccia la poesia, i delicati toni surreali di questo racconto controbilanciano le atmosfere realistiche, seppure filtrate dalla memoria, degli altri . “Nella faccia spaccata e gonfia di Otello gli occhi luccicano di ardente curiosità, di intrattenibile gioia. Anche gli occhi di Jago guardano strabiliati e in estasi quello spettacolo mai visto del cielo e del mondo. Otello: Iiiiih, che so’ quelle? Jago: Sono…sono le nuvole… Otello: E che so’ le nuvole? Jago: Boh! Otello: Quanto so’ belle! Quanto so’ belle! Jago: (ormai tutto in comica estasi) Oh, straziante, meravigliosa bellezza del Creato! Le nuvole passano veloci nel gran cielo azzurro”. (dalla sceneggiatura di “Che cosa sono le nuvole?) Antonio Volpe