Viaggio pittorico a Sud di Napoli

0


Venerdì 24 settembre alle ore 19, verrà inaugurata da Sergio Vecchio, presso l’Archivio-Laboratorio di Paestum, una mostra dedicata agli artisti che hanno lasciato il proprio segno nel corso dei loro passaggi e soggiorni paestani

 

Così ha inizio la storia di Adamo e di Eva, cioè la storia degli uomini, secondo gli Apocrifi del vecchio Testamento: “Dopo che furono cacciati dal Paradiso, costruirono una capanna e passarono sette giorni piangendo e gemendo in grande afflizione. Dopo sette giorni, però, provarono fame e cercarono del cibo che potessero mangiare, ma non lo trovarono(…) E Adamo si mise in cammino per tutta la terra…”. Il viaggio nasce dalla trasgressione, è la trasgressione. E come ogni violazione, comporta sofferenza, tensione radicale, disagio e timori, ma anche conquista di conoscenza, come l’arte. Si è osservato che travel, viaggio, e travail, il travaglio del parto, hanno in inglese la stessa radice. Patimento e vita nuova, nella medesima esperienza, scelta di libertà, incontri, scambio, creazione artistica. Sergio Vecchio nel nuovo spazio che è l’Archivio-Laboratorio, sito presso l’ Azienda Agricola Biologica Orlando Mandetta – Via Ponte Marmoreo, 63, inaugurerà venerdì 24 settembre, alle ore 19, il suo personale viaggio tra quarant’anni di raffinato collezionismo, che ha la sua musa ispiratrice nella vecchia stazione di Paestum, della quale “di giorno in giorno vede una tegola cadere”, comprendente cartoline, foto e memorie, opere d’arte, ceramiche, disegni, stampe, di quanti sono scesi in quella stazione per visitare i templi e le bellezze dei luoghi. La prima tappa di questo lungo viaggio propostoci dall’Archivio-Laboratorio è tra i quadri dei pittori stranieri stregati dalle nostre zone, certamente non esaustiva, ma con una particolarità, sono opere di artisti stretto un rapporto con il nostro Sergio e con la sua casa. Il topos del viaggio, del grand tour, è un luogo simbolico sin troppo ricco di valenze, inclusa la banalissima accezione dell’itinerario critico da compiersi sulla successione diacronica delle opere in mostra, seguendone lo sviluppo per tappe o stazioni. La mostra ospitata in questo nuovo spazio, tra cui troveremo un olio di Gregoirè Nicolas Finez, una sua particolare veduta dei templi paestani, datata 1913, un ritratto della compagna d’arte e di vita di Sergio, Bruna,  del maestro dei totem, delle figure robotizzate, dei musicanti, Ibrahim Kodra, latore di un segno schizzante figure calate nell’assolutezza formalistica e simbolica della realtà, interiorizzate e donate a noi come creature, e ancora, l’amico di sempre, Peter Willburger  e il suo istante, assunto del suo punto, che noi identifichiamo con il tempo, che vale non per quello che seguirà o si prevede che segua, ma di per sé,  presente con tre opere, di cui due dedicate alla terra lucana e la terza rappresentante gli spazi, la luce della sua costiera, racchiusa nella scalea del duomo di Amalfi, in dolce contrasto, che avanza mollemente in declivio verso il mare è una vera “fatica d’amore” che ha portato Sergio a ri-cominciare “il racconto”, racconto che si fa viaggio, nell’ostinato coraggio nel seguire e, perseguire, unicamente l’arte, con, come unico obiettivo, aleatorio, rischioso, iniziatico, l’approdo ad un reale, attraverso la continua ricerca, il tempo, la metamorfosi, l’attesa. Sulle tracce del suo lessico artistico famigliare, c’imbatteremo anche nel Sergio Vecchio homo ludens , che attorno alle opere dei suoi amici artisti, disporrà gli ingredienti del gioco o del sogno per comporre una metafora della vita: la sua miniera di oggetti, fogli, libri, cartoline non è l’esposizione di una semplice impresa collezionistica,  che si esaurisce in una serie di pezzi rari ma è occasione di rinnovata riscoperta del suo e del nostro vissuto, artificio del disseppellimento dei talismani, rito della restituzione dei mille frammenti-testimoni che dopo tanto tempo si sono ricaricati di energia e di senso, e assurgono a ruolo di attivatori dell’immaginazione nostra e di Sergio che li recupera ad una stranita dimensione poetica.

Olga Chieffi

 

Lascia una risposta