Gragnano gambizzazione a Moccia , l’allarme dei parroci

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 «Benvenuti a Gragnano, città europea della pasta», annuncia il cartello. Dici Gragnano e dici pasta. E qui la pasta significa aziende, attività produttive, occasioni di lavoro. Commercio, esportazioni, indotto. Giri d’affari. Poi, si sa, dove circola il denaro è la camorra che allunga le mani. Per provarci, ci prova sempre. E spesso ci riesce. Tra Castellammare e Gragnano gli affari dei clan hanno sempre puntato su droga, appalti, contrabbando, estorsioni. Le mappe aggiornate dei poteri criminali sul territorio parlano di una riorganizzazione in corso d’opera, con una ridefinizione di alleanze tra i D’Alessandro e gli Afeltra-Di Martino. Fuori gioco resterebbero i Carfora, dai tempi dell’arresto del boss, Nicola ’o fuoco, che sta scontando l’ergastolo in carcere. Clan che si riorganizzano, o che starebbero per riorganizzarsi. Però per citare gli ultimi episodi di un certo scalpore, bisogna tornare indietro di diversi mesi. A prima dell’estate, quando una bomba carta esplode davanti al supermercato Sole. E poi al luglio scorso, quando di notte viene incendiato un camion per l’installazione delle luminarie, qualche giorno prima della festa della Madonna del Carmine. Gli ultimi episodi. Ultimi, almeno fino alla notte tra venerdì e sabato, quando contro l’auto del «re della pasta», l’arcinoto imprenditore gragnanese Ciro Moccia, un uomo armato di pistola scarica dodici proiettili. Due feriscono Moccia. Chi e perché gli ha sparato, ancora non si sa. Al reparto di chirurgia, terzo piano dell’ospedale San Leonardo di Castellammare, la moglie di Moccia è gentile quanto ferma: «Non abbiamo niente da dire. Quando si farà luce su quello che è avvenuto, saprete tutto». «La fabbrica della pasta», di Ciro Moccia, si trova alle spalle delle palazzine popolari dell’Ina-Case, dove una stradina finisce con un cancello. Un’azienda messa in piedi ricominciando da capo, dopo il fallimento e la chiusura della fabbrica paterna. Lui, l’imprenditore Ciro Moccia, lo raccontano come un tipo energico, determinato fino all’ostinazione. Qualità che gli hanno consentito, insieme con il fratello e le due sorelle (Susanna Moccia è presidente dell’associazione dei giovani imprenditori dell’Unione degli Industriali di Napoli) di costruire un piccolo impero nei settori della produzione, della distribuzione e della ristorazione, di cui fa parte – oltre alla fabbrica – la «Locanda della Pasta» (un suggestivo, grande e moderno ristorante e punto vendita, ricavato nell’antico edificio del Pastificio Di Nola). Poi c’è la catena di supermercati Decò, di cui tre a Capri (dove praticamente monopolizzano il settore). Un giro di affari che ha suscitato forse qualche gelosia e qualche invidia. Sicuramente più di un interesse. «Quello che è accaduto l’altra notte è un episodio brutto, che ci preoccupa molto – dice Giuseppe Di Martino, presidente del Consorzio dei pastai di Gragnano – Però devo anche dire che è un episodio che ci ha sorpresi. Gragnano è una realtà operosa, un’oasi tranquilla. Ora vorremmo che si facesse subito luce, per poter lavorare in un ambiente sereno e tranquillo e non avere, come dire?, problematiche ambientali…». La «valle dei mulini», le «maccheronerie», le «botteghe della pasta», gli antichi laboratori ristrutturati, un brulicare di trattorie e ristorantini che nei menù – oltre al «panuozzo» – puntano (è ovvio) tutto sulla pasta. È proprio così: dici Gragnano e dici pasta. La rete produttiva è fatta da diciassette aziende, tre delle quali sorte negli ultimi due anni. Solo alcune hanno struttura e dimensione veramente industriale, altre sono poco più che attività familiari, dove lavorano anche solo tre o quattro dipendenti. I pastifici gragnanesi puntano sulla qualità e la tradizione: dunque su sistemi di produzione artigianali, dunque su un contenuto utilizzo di mano d’opera. I numeri dicono che gli occupati nel settore sono non più di 700, su una popolazione di 30mila abitanti. Poi, certo, c’è l’indotto. E i numeri dicono anche che il 14% dell’export italiano di pasta è made in Gragnano. Oppure, aggiungono che l’80% della pasta prodotta a Gragnano non finisce nelle pentole degli italiani, ma prende la via dell’esportazione: dal Nord Europa agli Stati Uniti, dall’Australia all’Estremo Oriente. Ma questo non vuol dire neppure che «l’oasi felice» non abbia punte di disoccupazione giovanile che arrivano al 30%, né che la criminalità organizzata sia rimasta a guardare. «Però – precisa Giuseppe Di Martino – il nostro non è un territorio slabbrato, c’è una società che lavora, che si rimbocca le maniche. Non intendo affatto minimizzare l’episodio dell’altra notte. Anzi. Io lo conosco bene Ciro: ci ha impiegato dieci anni, lavorando con passione e determinazione, per mettere in piedi la Locanda della Pasta». La fabbrica, il ristorante, i supermercati. L’estate scorsa Ciro Moccia aveva ricoperto lui la carica di presidente del Consorzio gragnanese. Una presidenza fulminea, però. Eletto a luglio, a settembre era già dimissionario. «Mollo, non ce la faccio». Lo preoccupava qualcosa? È a quel periodo che risalgono le lettere di minacce, di cui ha raccontato la sorella Susanna? «Disse di essersi reso conto che non poteva fare troppe cose», è la spiegazione di Giuseppe Di Martino, suo predecessore e successore alla carica di presidente. Domenica mattina. La giornata di sole riempie le strade. Una domenica di vie affollate. Il passeggio, i cartocci con le paste, le campane delle chiese. Traffico, clacson. La parrocchia di San Leone II, alle spalle della bella piazza Guglielmo Marconi, è invasa dalla luce. E piena di giovani. Messa di mezzogiorno. Dall’altare è il parroco, Luigi Milano, a ricordare quello che è accaduto. «Ho invitato i fedeli a pregare per la guarigione di Ciro Moccia e per tutte le vittime della violenza – dice – La violenza genera violenza, ma dobbiamo essere costruttori di legalità, con atteggiamenti coerenti. Gragnano? Ci sono i pastifici, il vino, i latticini. E tantissime persone perbene. Però ci sono anche lo spaccio di droga, le slot machine e una cultura consumistica, che attraggono molti giovani. E c’è la criminalità organizzata». «Una camorra pervasiva – osserva Alessandro Colasanto, giovane sacerdote che affianca don Luigi nella parrocchia – che inquina le attività produttive anche attraverso l’usura». Per creare occasioni di lavoro e per offrire un esempio di economia pulita, i volontari della parrocchia di San Leone II hanno fondato un piccolo pastificio. Si chiama «Il Mulino di Gragnano» e per ora ci lavorano tra quattro e sei giovani. «Tra poco – spiega il parroco – comincerà la commercializzazione». L’esperimento, però, è anche più ambizioso dei piccoli numeri che contiene. In realtà, la scommessa è quella di mettere in rete le opportunità e le esperienze esistenti per diffondere le «buone pratiche» di

 

Francesco Romanetti Inviato a Gragnano de IL Mattino di Napoli

 «Benvenuti a Gragnano, città europea della pasta», annuncia il cartello. Dici Gragnano e dici pasta. E qui la pasta significa aziende, attività produttive, occasioni di lavoro. Commercio, esportazioni, indotto. Giri d’affari. Poi, si sa, dove circola il denaro è la camorra che allunga le mani. Per provarci, ci prova sempre. E spesso ci riesce. Tra Castellammare e Gragnano gli affari dei clan hanno sempre puntato su droga, appalti, contrabbando, estorsioni. Le mappe aggiornate dei poteri criminali sul territorio parlano di una riorganizzazione in corso d’opera, con una ridefinizione di alleanze tra i D’Alessandro e gli Afeltra-Di Martino. Fuori gioco resterebbero i Carfora, dai tempi dell’arresto del boss, Nicola ’o fuoco, che sta scontando l’ergastolo in carcere. Clan che si riorganizzano, o che starebbero per riorganizzarsi. Però per citare gli ultimi episodi di un certo scalpore, bisogna tornare indietro di diversi mesi. A prima dell’estate, quando una bomba carta esplode davanti al supermercato Sole. E poi al luglio scorso, quando di notte viene incendiato un camion per l’installazione delle luminarie, qualche giorno prima della festa della Madonna del Carmine. Gli ultimi episodi. Ultimi, almeno fino alla notte tra venerdì e sabato, quando contro l’auto del «re della pasta», l’arcinoto imprenditore gragnanese Ciro Moccia, un uomo armato di pistola scarica dodici proiettili. Due feriscono Moccia. Chi e perché gli ha sparato, ancora non si sa. Al reparto di chirurgia, terzo piano dell’ospedale San Leonardo di Castellammare, la moglie di Moccia è gentile quanto ferma: «Non abbiamo niente da dire. Quando si farà luce su quello che è avvenuto, saprete tutto». «La fabbrica della pasta», di Ciro Moccia, si trova alle spalle delle palazzine popolari dell’Ina-Case, dove una stradina finisce con un cancello. Un’azienda messa in piedi ricominciando da capo, dopo il fallimento e la chiusura della fabbrica paterna. Lui, l’imprenditore Ciro Moccia, lo raccontano come un tipo energico, determinato fino all’ostinazione. Qualità che gli hanno consentito, insieme con il fratello e le due sorelle (Susanna Moccia è presidente dell’associazione dei giovani imprenditori dell’Unione degli Industriali di Napoli) di costruire un piccolo impero nei settori della produzione, della distribuzione e della ristorazione, di cui fa parte – oltre alla fabbrica – la «Locanda della Pasta» (un suggestivo, grande e moderno ristorante e punto vendita, ricavato nell’antico edificio del Pastificio Di Nola). Poi c’è la catena di supermercati Decò, di cui tre a Capri (dove praticamente monopolizzano il settore). Un giro di affari che ha suscitato forse qualche gelosia e qualche invidia. Sicuramente più di un interesse. «Quello che è accaduto l’altra notte è un episodio brutto, che ci preoccupa molto – dice Giuseppe Di Martino, presidente del Consorzio dei pastai di Gragnano – Però devo anche dire che è un episodio che ci ha sorpresi. Gragnano è una realtà operosa, un’oasi tranquilla. Ora vorremmo che si facesse subito luce, per poter lavorare in un ambiente sereno e tranquillo e non avere, come dire?, problematiche ambientali…». La «valle dei mulini», le «maccheronerie», le «botteghe della pasta», gli antichi laboratori ristrutturati, un brulicare di trattorie e ristorantini che nei menù – oltre al «panuozzo» – puntano (è ovvio) tutto sulla pasta. È proprio così: dici Gragnano e dici pasta. La rete produttiva è fatta da diciassette aziende, tre delle quali sorte negli ultimi due anni. Solo alcune hanno struttura e dimensione veramente industriale, altre sono poco più che attività familiari, dove lavorano anche solo tre o quattro dipendenti. I pastifici gragnanesi puntano sulla qualità e la tradizione: dunque su sistemi di produzione artigianali, dunque su un contenuto utilizzo di mano d’opera. I numeri dicono che gli occupati nel settore sono non più di 700, su una popolazione di 30mila abitanti. Poi, certo, c’è l’indotto. E i numeri dicono anche che il 14% dell’export italiano di pasta è made in Gragnano. Oppure, aggiungono che l’80% della pasta prodotta a Gragnano non finisce nelle pentole degli italiani, ma prende la via dell’esportazione: dal Nord Europa agli Stati Uniti, dall’Australia all’Estremo Oriente. Ma questo non vuol dire neppure che «l’oasi felice» non abbia punte di disoccupazione giovanile che arrivano al 30%, né che la criminalità organizzata sia rimasta a guardare. «Però – precisa Giuseppe Di Martino – il nostro non è un territorio slabbrato, c’è una società che lavora, che si rimbocca le maniche. Non intendo affatto minimizzare l’episodio dell’altra notte. Anzi. Io lo conosco bene Ciro: ci ha impiegato dieci anni, lavorando con passione e determinazione, per mettere in piedi la Locanda della Pasta». La fabbrica, il ristorante, i supermercati. L’estate scorsa Ciro Moccia aveva ricoperto lui la carica di presidente del Consorzio gragnanese. Una presidenza fulminea, però. Eletto a luglio, a settembre era già dimissionario. «Mollo, non ce la faccio». Lo preoccupava qualcosa? È a quel periodo che risalgono le lettere di minacce, di cui ha raccontato la sorella Susanna? «Disse di essersi reso conto che non poteva fare troppe cose», è la spiegazione di Giuseppe Di Martino, suo predecessore e successore alla carica di presidente. Domenica mattina. La giornata di sole riempie le strade. Una domenica di vie affollate. Il passeggio, i cartocci con le paste, le campane delle chiese. Traffico, clacson. La parrocchia di San Leone II, alle spalle della bella piazza Guglielmo Marconi, è invasa dalla luce. E piena di giovani. Messa di mezzogiorno. Dall’altare è il parroco, Luigi Milano, a ricordare quello che è accaduto. «Ho invitato i fedeli a pregare per la guarigione di Ciro Moccia e per tutte le vittime della violenza – dice – La violenza genera violenza, ma dobbiamo essere costruttori di legalità, con atteggiamenti coerenti. Gragnano? Ci sono i pastifici, il vino, i latticini. E tantissime persone perbene. Però ci sono anche lo spaccio di droga, le slot machine e una cultura consumistica, che attraggono molti giovani. E c’è la criminalità organizzata». «Una camorra pervasiva – osserva Alessandro Colasanto, giovane sacerdote che affianca don Luigi nella parrocchia – che inquina le attività produttive anche attraverso l’usura». Per creare occasioni di lavoro e per offrire un esempio di economia pulita, i volontari della parrocchia di San Leone II hanno fondato un piccolo pastificio. Si chiama «Il Mulino di Gragnano» e per ora ci lavorano tra quattro e sei giovani. «Tra poco – spiega il parroco – comincerà la commercializzazione». L’esperimento, però, è anche più ambizioso dei piccoli numeri che contiene. In realtà, la scommessa è quella di mettere in rete le opportunità e le esperienze esistenti per diffondere le «buone pratiche» di

 

Francesco Romanetti Inviato a Gragnano de IL Mattino di Napoli