Le fonti documentarie degli ultimi tempi del Ducato di Amalfi. Secoli XVI e XVII

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Seminario di Studi sul tema Le fonti documentarie degli ultimi tempi del Ducato di Amalfi. Secoli XVI e XVII

Amalfi, Biblioteca Comunale, 20 novembre 2015    L’autunno del Ducato

La “crudelissima” battaglia navale combattuta nel 1538 nelle acque di Capo d’Orso e la guerra dei Trent’anni (1618-1648) in cui Ottavio Piccolomini Duca di Amalfi e Comandante della Cavalleria imperiale si coprì di gloria, mutarono i rapporti di forza tra Francia e Spagna da cui erano dipese le sorti del Ducato di Amalfi sin dagli inizi dell’infeudazione. Di questo e di altri eventi si parlerà venerdì 20 novembre in occasione della presentazione del volume che raccoglie gli atti del Convegno tenutosi nel 2004 per esaminare le vicende del ducato Amalfi nel passaggio dalla breve signoria feudale dei Sanseverino a quella più duratura dei Piccolomini (1461-1583) e offre oggi l’opportunità di ritornare sulla materia alla luce di nuovi documenti, destinati a rinnovare e chiarire il quadro storico.

Gli inviati di Positanonews tv hanno seguito i lavori,che sono risultati  di grande interesse, ringraziano il Presidente del Centro Studi Amalfitani prof Cobalto, per l’accoglienza e l’ospitalità, e come già detto in tanti altri articoli,si complimentano per la alta qualità  degli studi e delle relazioni. Della giornata di studi sono stati riportati video e interviste, gentilemnte concesseci dai relatori Barbara Banks, Pasquale Natella, Giuseppe Gargano. L’argomento dei lavori nella mattinata è stata LA BATTAGLIA NAVALE DI  CAPO d’ORSO, di cui abbiamo anticipato qui in coda una fonte costituita da NOTE MARINARE -LETTURE PEI MARINI- AUTORE: IL CAPITANO NEMO -VENEZIA 1892, sconosciuta ai più e non citata nelle relazione. 

 

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LA BATTAGLIA DI CAPO D’ORSO

 

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LA BATTAGLIA DI CAPO D’ORSO PASQUALE NATELLA

 

 

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CAPO D’ORSO ARCHEOLOGIA SUBACQUEA PAOLO PECCI

 

 

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Capo d’Orso ARCHEOLOGIA SUBACQUEA paolo pecci

 

 

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Capo D’Orso Archeologia subacquea

 

 

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La battaglia navale di Capo d’Orso

 

Il seminario, organizzato dal Centro di Cultura e Storia Amalfitana, con il patrocinio del Comune di Amalfi, della Regione Campania, della Comunità Montana “Monti Lattari”, della Biblioteca Comunale “Pietro Scoppetta” e con il contributo del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo dal titolo Le fonti documentarie degli ultimi tempi del ducato di Amalfi. Secoli XVI e XVII, si propone di richiamare l’attenzione degli studiosi sul periodo successivo al passaggio del ducato amalfitano dal dominio piccolomineo al “regio demanio”.

Dopo un tentativo, fieramente osteggiato dal giurista Giovan Francesco de Ponte di Maiori, di assegnare il feudo agli Aldobrandini (1611), lo “Stato” di Amalfi fu concesso a Ottavio Piccolomini (1599-1656), una delle figure più note e controverse dello scenario militare europeo al tempo della Guerra dei Trent’anni, eternato nella luce sinistra gettata su di lui dalla poesia di Friedrich Schiller, che ne rielaborò la figura in Wallenstein, la trilogia drammatica composta nel 1798-99.

La nuova signoria fu però molto breve e presto la Costa tornò sotto il controllo diretto della Corona spagnola. I documenti che saranno esaminati durante il corso seminariale contribuiranno a comprendere con maggior chiarezza i passaggi che condussero al tramonto definitivo di ogni pretesa feudale da parte dei Piccolomini e alla definitiva affermazione di alcune famiglie del patriziato autoctono che tendono a consolidare il loro primato economico accanto a quello politico. Tale strategia condurrà, dopo il ritorno al “regio demanio”, alla creazione di un nuovo sistema oligarchico, in cui le famiglie non si legano più strettamente alle singole realtà urbane e territoriali componenti il ducato, ma diventano “trasversali” (si pensi ai vincoli, di denaro e sangue, che legheranno tra loro per secoli i d’Afflitto e i Bonito di Scala, i Mezzacapo, i de Ponte e i Citarella di Maiori, i Confalone e i d’Andrea di Ravello) riuscendo ad imporre un nuovo tipo di feudalità “leggera”, che ha il suo punto di forza nella riscossione dei diritti sui traffici commerciali.

Programma I Sessione,

ore 9.30 Presidenza e introduzione ai lavori Francesco BARRA, Università di Salerno Interventi Antonio MILONE, Università “Federico II” di Napoli Presentazione del volume di Atti L’infeudazione del Ducato di Amalfi . Dai Sanseverino ai Piccolomini Giuseppe CIRILLO, Seconda Università di Napoli La storia sociale ed economica di Amalfi tra i secoli XVI e XVII attestazioni documentarie Aurelio MUSI, Università di Salerno Quasi un’autobiografi a: fonti per la storia del Principato Citeriore nei secoli XVI e XVII Barbara BANKS, Centro di Cultura e Storia Amalfitana La grande battaglia navale di “Capo d’Orso”. Testimonianze archivistiche e letterarie Pasquale NATELLA, Centro di Cultura e Storia Amalfitana 1528. La battaglia di “Capo d’Orso”: iconografia e osservazioni II Sessione, ore 16.00 Presiede Giuseppe GARGANO Presidente Onorario del Centro di Cultura e Storia Amalfitana Interventi Crescenzo Paolo DI MARTINO, Deputazione di Storia Patria per la Calabria Una nuova fonte per la storia del Ducato di Amalfi e della Penisola Sorrentina: il volume di Notizie Storiche acquisito dal Centro di Cultura e Storia Amalfi tana Maria RUSSO, Seconda Università di Napoli Un’inedita testimonianza sulla consistenza edilizia di Amalfi e dintorni nel XVII secolo: l’eredità dei baroni De Rosa Silvio ZOTTA, Università “Federico II” di Napoli Scacco al cardinale: un tentativo di infeudazione dello “stato” di Amalfi (1611) Ersilia FABBRICATORE, Dottore di Ricerca Università “Sapienza” di Roma De tuitione Regii Demanii Status Amalphiae. Scrittura storico-legale di Giovan Battista Confalone Michela DI LIETO – Amalia MOSTACCIUOLO, Centro di Cultura e Storia Amalfitana Conca dei Marini nel XVII secolo: il libro dei Parlamenti dell’Università (1637 – 1698) Centro di Cultura e Storia Amalfitana Supportico S. Andrea, 3 – 84011 Amalfi (SA) – Tel. 089.871170 – Fax 089.873143 www.centrodiculturaestoriaamalfitana.it – ccsa@amalficoast.it

 

 

 

NOTE MARINARE      LETTURE PEI MARINI- IL CAPITANO NEMO

Capitolo VI.     LA BATTAGLIA DI CAPO D’ORSO

LA GALERA in COMBATTIMENTO

    Stringevano fortemente i francesi Napoli : il vicere Ugo di Moncada che col prìncipe d’ Orange la difendeva, divisò di assalire Filippino *) prima che egli si congiungesse con la squadra veneziana aspettata di giorno in giorno. Allestì dunque sei galee, quattro fuste e due brigantini : ma far volendo assegnamento, più che sul numero e sulla bontà dello navi, sul valore dei combattenti, imbarcò sulle galee mille archibugieri spagnuoli e duecento tedeschi, dei migliori dell’esercito, e a fine di spaventare da lontano i nemici col prospetto di maggior numero di legni, fecesi seguitare da

    *)estratto dalla Storia navale Universale antica e moderna scritta da C. Randaccio (opera che riportò il 2* premio, non essendo stato conferito il primo, al concorso per un libro di storia navale bandito dal Ministero della Marina, e che trovasi sotto i torchi.

    *) Filippino Doria che dallo zio Andrea. allora al soldo del re di Francia. era stato mandato con sette galee genovesi al blocco di Napoli.

molte fregate e altri navicelli con archibugieri a bordo. Sul punto perii di muovere surse l’Orange a disputare al Moncada il comando che, a comporre la disputa, venne dato ad Alfonso d’Avalos, marchese del Vasto, giovane di ventisei anni e a Fabrizio Giustiniani, chiamato il gobbo, genovese. Il Moncada volle partire come semplice uomo d’arme, e con esso andarono Giovanni d’Urbino, Ascanio e Camillo Colonna, Cesare Fieramosca, e molti altri capitani e gentiluomini. Il Gobbo, unico nomo di mare che fosse tra loro, e che ben conosceva i suoi conpatriotti, consigliava d’andare improvvisamente addosso al Doria, il quale allora incrociava nel golfo di Salerno: ma il Moncada che rinunziato aveva al comando più in apparenza che in realtà, volle toccare a Capri per udirvi un romito spagnuolo, e fare da esso accendere gli animi dei soldati alla pugna : accensione che non abbisognava dappoiché gli spagnuoli, o almeno gli aragonesi, odiavano da gran tempo i genovesi, e questi loro : e Andrea Doria in particolare li odiava tanto da non accettare mai benché  avido di danaro, riscatto dagli spagnuoli, mettendo al remo quanti poteva coglierne. Cosi il Moncada perdette il tempo, e invece di sorprendere, fu sorpreso : chè Filippino, avvisato della spedizione nemica, tosto si mise in ordine : chiese a Lautrec ed ebbe due o trecento archibugieri guasconi comandati dal signore di Croy : e fece vela il 28 maggio 1528 per capo Campanella.

     Su le sue navi sventolavano a poppa la bandiera di Genova, all’albero di trinchetto quella coi fiordalisi di Francia. Già declinava il sole che scopri la squadra spagnuola, la quale per le molte vele che la seguivano, da lontano pareva gran cosa : Filippino pensò che lo scontro sarebbe stato più duro di quello che si aspettava, e con improvviso e nuovo espediente, che pur dimostra la serenità dell’ animo suo in quel grave momento, sferrò ed armò i galeotti barbareschi, promettendo di liberarli se combattuto avessero prodemente per lui. Poi commise a Niccolò Loraellini che con la galea Nettuno  da lui comandata, la Mora e la Signora, si tenesse in riserva, e ad un dato segnale pigliasse il largo per tornare ad investir di fianco i nemici e specialmente la capitana loro ; egli con la Pellegrina, la Donzella, In Sirena, la Fortuna, e la sua capitana al centro, ordinatosi in linea di fronte, si arrestò sui remi all’altezza di Capo Orso, costa d’Amalfl.

    Una bandiera con l’aquila dei Doria è alzata alla testa d’albero di maestra : è il segnale della battaglia : vedutolo, il Lomellini con le sue tre galee si allarga a voga arrancata. Su tutte le navi si ode il comando dei capitani « armi in coperta ». I marinari del trinchetto formano in pochi istanti « la traversa di prua *) quelli di maestra dispongono lungo la corsia cinque grandi baje *), le empiono di spadoni, spade, accette, spuntoni e vi appoggiano rotelle tolte dall’armeria posta abbasso *). Tutti i marinari indossato un giaco e copertosi il capo con una celata di ferro, si aggruppano intorno ai loro alberi: alcuni salgono a riva e si met-

    l) « Traverse sono i ripari che si mettono per i traversi dei vascelli quando si combatte, come barricate per difesa di essi et delle gente » Pantera, Armata Navale. Si chiamavano pure bastioni, e se ne facevano, io qualche caso, anche tre: il primo subito dietro rembata o castello di prua, il secondo all’altezza dell’albero di maestra, il terzo avanti al tabernacolo, o casseretto di poppa. Ogni bastione era comporto di due assiti. retti da stili piantati sulla corsia e sulla murata. Lo spazio tra i due assiti d’un braccio in circa, empievasi  di cavi, di tende, di materassi ecc.. a fine di fermare o almeno ili rallentare i colpi d’infilata. Le traverse o bastioni servivano anche a prolungar la difesa, quando il nemico avea già messo piede a bordo.

    1      Tinozza generalmente  fatta d’un mezzo barile.

    *) Questa è la vera origine dei comando « armi in coperta » non indicata, che noi sappiamo, da altri.

tono nelle gabbie o gatti piene di sassi, e di fuochi artiflziali.

I bombardieri si dispongono ai loro pezzi, già caricati : un basilisco ‘) corsiero, due mezzi cannoni serpentini *) e due quarti cannoni *) sotto la rembata a prua : i primi tre in direzione della chiglia, gli altri due per le bande : più due smerigli *) grandi allo bitte, e quattro piccoli sui fianchi. Una gran « baja di combattimento » piena d’acqua è nel mezzo della rombata per rinfrescare i pezzi, ed estinguere il fuoco che per l’accensione della polvere sparsa, spesso divampa. Gli archibugieri, genovesi e francesi, un centinaio in circa, si dispongono sulla rembata e alle balestriere) e posano l’arme loro sulle forcelle che vi sono piantate : altri si instano nello schifo, o fregatina *), altri alla spalliera di poppa.

     La ciurma, duecento uomini, con le teste rasate e le giubbe rosse,  in posiziono di “palamento inguala 7) » barbareschi i più, sciolti, come dicemmo, dai ferri : una trentina di buonavoglia il resto, spagnuoli alla catena.

     l) grosso cannone di 48 libbre a palla.

     *) Cannoni da 24, leggeri di metallo.

    J) Cannoni da 12.

    *’ Canuoni da 6 o da 4: tiravano a mitraglia.

     5) Parti superiori del posticcio.

    *) Per farvi testa al nemico che avesse invasa per la prua la coperta, e difender la poppa. La fregatina era allora una lancia da 14  addetta alle galee capitane.

    7) Quando cioè * i remieri tengono i remi in mano pronti col piede che monta sul banco, aspettando che il cormito comandi che diano la palata » Crescentio. nautica med.

    *) Se ne imbarcavano sempre, perché né infedeli essendo, nè condannati per delitti, non potevano aver comune con gli altri galeotti il desiderio di ribellione e di Aura : anzi, stando in mezzo ad essi, li spiavano e li contenevano. Al bisogno, venivano armati e combattevano, nel qual caso rimaneva saldalo ogni debito loro.

In mezzo a loro sta l’aguzzino ) coi suoi mozzi, il nerbo sotto il braccio, una mezza spada, senza fodero, al fianco. In capo alla corsia, volto a poppa, è il comito, o, come già lo chiamano genovesi e provenzali, il nostromo, con un fischio d’argento al collo per cui trasmette i comandi al sotto comito che sta a prua.

    Sulla rembata è il padrone o tenente di bordo: sul tabernacolo stanno armati di tutte armi da cavaliere, ma col viso scoperto, Filippino Doria, il capitano di bordo, il signore di Crov, ed alcuni gentiluomini.

    Abbasso sono il barbiere o cerusico, il cappellano, la maestranza, i penesi *) : questi, a un cenno del nostromo, vigono in coperta con caratelli di vino, o danno a bere a marinari, a soldati, a galeotti. Poi monta sul tabernacolo il cappellano, un frate cappuccino in stola : recita una breve preghiera, e dà l’assoluzione in articulo morti* : tutti, dal Doria all’ultimo mozzo, si fanno il segno della croce.

    Allora Filippino, con maschia voce, dice poche parole d‘ incoraggiamento ai suoi uomini, e fa loro notare come i nemici si avanzino vogando da zappatori ’).

    In effetto, la squadra imperiale, con voga irregolare per inesperienza della ciurma, si è avvicinata : sei galere in linea di fronte *) gli altri legni dietro : ha spiegato, come in

   ) Dallo spagnolo  alguazil. che a una volta viene dall’arabo al-guazir  ministro ili giustizia.

    *) Il penese. o ponitene, fu da prima una sorta di secondo bordo : nel tempi in cui scriviamo era un distributore di vettovaglie o magazziniere.

     *)L’insulto che i marinari fanno ai rematori mal pratici, assomigliandoli ai contadini che zappano, ognuno per conto suo la terra.

*) Si chiamavano la Reale, la Gobba ( dal gobbo Giustiniani ‘che la comandava), la Villamarina ,

 

giorno di festa, i suoi più bolli stendardi : il vice re Moncada, il marchese del Vasto, Ascanio Colonna gran contestabile di Napoli, altri capitani e gentiluomini coperti di brillanti armature, stanno ritti sul tabernacolo della < reale ». Il marchese del Vasto, stimandosi a tiro, vorrebbe far fuoco, al  fino di avvolgere la sue navi nel fumo, e impedire ai nemici di mirar giustamente, ma il Moncada vuole ancora aspettare. Filippino intanto, attentissimo, ha fatto abbrivare lo suo galere, ed avvia la propria contro la reale di Spagna, però non tanto dirittamente da poter essere infilato dai cannoni di essa, ne tanto di traverso da non poterla colpire coi suoi nella diagonale più stretta che sia possibile ') e vista appena la nave al filo opportuno, comanda il fuoco. La grossa palla del suo corsiero coglie infatti d' infilata la reale spagnuola. e vi sfracella quaranta uomini, tra i quali il capitano di bordo, e due gentiluomini. Rispondono gli imperiali : ma Filippino avendo già fatti metter bocconi la gente sua. non è ucciso che il capitano di bordo, e ferito il tenente, forse perchè rimasti ritti *).      Succedo un fuoco vivissimo di moschetteria, in cui partecipano i legni sottili spagnuoli : il Moncada, e gli altri capitani imperiali arrancano per andare alt'arremliaggio, confidando cosi di vincere per la prodezza dei cavalieri spa-gnnoli e italiani, e dei vecchi soldati che hanno a bordo : Filippino invece s'industria a schivarlo, finché non veda Lomellini venire alla carica : infine il Giostiniani con la sua Gof>ba, la Sicama o la VtUainarina, accerchia le galee

     1     IVr intender* i|Ue«ta manovra, bisogna riconiarsi che per le condiòoui «Ielle artiglierie di quel tempo, la punteria dei cannoni di bordo or» ed invariabile : toccava perciò al comandante di metter Li nave >i««m urlìi •lirrxioix- del tiri» che intendeva «li fare.

     *) Guicciardini. Storia d’Italia. Ut». XIX.

genovesi Pellegrina e Donzella, le assalta, già sta per conquistarle, quando eccoti Lomellini. Fedele agli ordini ricevuti si dirige con tutte tre le sue navi sulla reale di Spagna: mirando egli con la Nettuno al centro di essa, la Sfora alla poppa, la Signora alla prua : giunte a breve distanza le tre gale«* sparano a un t»>rapo i loro corsieri : il colpo della Nettuno coglie la reale presso al focone e ne abbatte l’albero di maestra, il qualo schiaccia, cadendo, tutta una fila di rematori, e il gran inastru dell’artiglieria Girolamo da Trani : quello della Mora ne strappa il timone : quello della Signora ne fracassa la prua : poi lomellini da una banda, Filippino dall’altra, si lanciano all* arrembaggio della conquassata nave nemica. Don l’go di Monca’la, la spada in mano, la rotella al braccio si avventa sui nemici ed e ucciso : i suoi resistono bravamente al duplice assalto, ma disuguale troppo è la lotta: una grandine di sassi, e di pignatte piene di pdvere e di fuoco lavorato, piove sugli imperiali dalle gabbie nemiche: i barbareschi di Filippino, buttatisi in man; con le spade strette fra i denti, salgono, arrampicandosi da ogni parte, a tordo : il marchese del Vasto e A vanii» Colonna, ambidue feriti, si arrendono, e Filippino li salva a stento dal furore «lei musulmani : lo stendardo della reale é ammainato. In questo mezzo, le due altre galere del I/Omellini avevano, trascorrendo, assalito le tn* im|>erìali che opprimevano la Donzella e la Pellegrina: una delle due, la Mora, con una fortunata ss-arii-a dei suoi pezzi di prua, smantellò la Oo>>ba, rimanendovi gravemente ferito il capitan Giustiniani, morti il Fieraniosca e il Baralo, valoroso capitano spagnuolo : poco dopo la Gobba passò per occhio ‘), la Sirama e la Villamarina, morti essendone i capitani, si arresero.

Rimanevano le galere imperiali Calabreta Oria e Per-pignatta, le quali avevano combattuto eoa la Sirena e con

      >) Affiiu-ió.

la Fortuna, danneggiandolo gravemente : ma veduta presa la ?vale, esse fuggirono, seguitate dai legni sottili : ed accadilo che, giunta prima a Napoli la Perpignamt, il principe d’O-range ne fece subito impiccare il capitano, incollandolo di tradimento: lo che saputo il marchese dcll’Oria, il quale veniva dopo con la Cnlabresa, virò di bordo, e andò a darsi a Filippino.

     Questa la battaglia di Cupo Orso, detta pure d’.\malti: benché durata poco pii! di quattro ore, fa la più sanguinosa che in quella età si facesse.

     Ebbero i genovesi e francesi cinquecento nomini morti, e due galere molto malconcio: ebbero gli imperiali mille quattrocento uomini morti, tra i quali oltre al Moncada e agli altri che nominammo, quattro valenti capitani di fanti: dei feriti, quantunque i più, male o punto curati, morissero, gli scrittori di quel tempo non parlano. Tra i ‘prigioni imperiali, oltre al Del Vasto e al Colonna, furono molti nobili uomini : Filippino mise subito al remo i soldati spagnuoli in luogo dei barbareschi che, con rara lealtd, liberi». Quanto a navi, gli imperiali ebhero due galere affondate e due prese, una insta, un brigantino e |«reccbi navicelli colati a piceo *).

    La quale battaglia noi narrammo minutamente perchè, line unico delle marine militari essendo quello della battaglia, ci sembrò opportuno di mostrare ai lettori nostri una nave

    *) Narrammo questa battaglia ;lalla borra di Ini, che però trascrisse in modo alquanto confuso. Al Oiovio si attonno strettamente, ori pii citalo «un Cena ri Barbe-i-vhw . l’ammiraglio Juri*n A” la Oravière ; noi j«rrVi aUhiam ore-dato

«1 Oiovio con quella >1« altri storici, e specialmente del Guirriardiai.

Ji quel tempo, prima io assetto di combattimento, poi combattente, piuttosto che presentar loro un’ arida esposizione ?legli ordinamenti e dei rne/zi delle marine militari dei scroio decimoeesto.

    In oltre, questa attaglia di Capo Orso dii argomento ad alcune considerazioni importanti. I*a tuona di Filippino >ii staccar tre galee dal grosso della squadra, era antica, usata sempre dai genovesi, e ultimamente dall’Asse reto alla battaglia di l’onza: come mai non l’indovinò il Moncada, o almeno, il Giustiniani, marino e genovese ? Scrive il Giovio: avere il viceré creduto che le tre galee * fuggissero per paura > ma ò poco verisimile, per la grande riputazione di cui godeva la marineria d* Andrea I)oria. Il Moncada forse sperò di opprimere con tutte le forze sue le cinque galee uemicho rimaste sole : comunque erro : poiché regola d’ogni squadra che entri in battaglia fu e sarà sempre quella di formarsi una riserva.

     Devonsi poi considerare in cotesto scontro gli effetti delle artiglierie : oramai si puntava con cura, si accentravano i fuochi : cannoni e moschetti contribuivano già alla vittoria quanto le armi bianche, giacché, sparati da vicino, menavano strage : in fatti le perdite delle otto galeo che vinsero a Capo Orso furono gravi pin di quelle dei ventisette vascelli di linea che vinsero a Trafalgar. Vero e che vuoisi tenere conto della differenza tra la gente di guerra di quel tempo e del nostro : allora una nobiltà armigera, una soldatesca mercenaria usa a battersi di continuo, e ferocia io tutti, massime nei combattimenti uavali perchè, pur ottenendo quartiere, i vinti erano messi al remo.

                                        C, Hajìdaccio

 

 

 

 

Marchési, Ludovico. – Letterato fiorentino (sec. 16º). Cadde prigioniero dei Genovesi nella battaglia di Capo d’Orso (1528), che descrisse poi in ottave, con precisi particolari. Lasciò inoltre un canzoniere, egloghe, una tragedia (Tullia, 1533), uno scritto sulla questione della lingua.

 

Presso il Capo d’Orso si combatté il 28 aprile 1528 una battaglia navale (detta anche “della Cava” o “d’Amalfi”) tra le navi di Filippino Doria e quelle spagnole comandate dal marchese del Vasto. Gli Spagnoli alle sei galere (Capitana, Gobba,Villamarina, Perpignana, Calabrese, Sicana) avevano aggiunto due fuste, due brigantini e molte barche, che erano state armate con materiale e personale tolto al presidio di Napoli, sicché potevano sperare d’assalire in forze superiori le otto galere di Filippino, prima che giungessero i promessi aiuti veneziani. Il Doria, avvertito in tempo, mosse risolutamente contro gli assalitori, ma, accortosi d’essere più debole, ricorse a uno strattagemma: ordinò al suo luogotenente Lomellino di simulare la fuga appena giunto a tiro del nemico, e di prendere il largo con le sue tre galere, ritornando poi a tempo opportuno per investire di fianco. Gli Spagnoli, dopo avere poco efficacemente sparato sugli avversarî, mossero all’abbordaggio, e già due galere di Filippino erano state conquistate, quando le unità del Lomellino attaccarono secondo il previsto, determinando la completa vittoria. Quattro galere e due brigantini spagnoli furono presi o colati a fondo, e 1400 uomini circa uccisi o messi fuori di combattimento; da parte di Filippino nessuna unità perduta e caduti circa 500 uomini.

La battaglia di Capo d’Orso è l’unico combattimento di notevole importanza, che ricordi la storia nella prima metà del secolo XVI tra squadre di popoli civili.

Bibl.: C. Randaccio, St. navale univ. ant. e mod., Roma 1891; A. V. Vecchi, St. gen. della marina mil., Livorno 1895; C. Manfroni, St. della marina ital., Livorno 1899; Ch. De la Roncière, Hist. de la marine franç., Parigi 1923.

 

Moncada, Hugo de Generale e politico spagnolo (Valenza 1476 ca.-Capo d’Orso, Amalfi, 1528). Dopo aver dato prova del suo valore soprattutto al servizio di Consalvo di Cordova e combattendo per i cavalieri di Rodi, fu nominato da Ferdinando il Cattolico viceré di Sicilia (1509) e governatore e castellano a vita di Tripoli (1510). Da Palermo, dove volle limitare le usurpazioni nobiliari e insediò il Sant’Uffizio, fu cacciato nel 1516 dai tumulti scoppiati contro il suo governo. Nominato ammiraglio (1518), combatté i barbareschi e occupò Gerba (1520). Nella guerra tra Carlo V e Francesco I fu catturato da Andrea Doria (1525). Liberato poco dopo, tentò invano a Roma di scongiurare la costituzione della Lega di Cognac. Nel 1527 fu nominato viceré di Napoli; venne ucciso l’anno seguente nella battaglia di Capo d’Orso contro Filippino Doria.

Martèlli, Ludovico di Lorenzo. – Letterato (Firenze 1503 – ivi 1531 circa). Partecipò alla battaglia di Capo d’Orso (1528); rimase prigioniero dei Genovesi per tre mesi, durante i quali stese una precisa descrizione in ottave di quella battaglia

 

MARTELLI, Ludovico. – Fiorentino, vissuto fra il 1503 e il 1531, di cui si sa poco. Si trovò alla battaglia di Capo d’Orso (28 aprile 1528), nella quale le flotte riunite di Genova e Francia sconfissero quella spagnola. Il M. era presso Alfonso d’Ávalos, marchese del Vasto, e insieme con lui e col cognato di lui Ascanio Colonna, fatto prigioniero, rimase nelle carceri di Genova tre mesi. Durante questo tempo compose in ottave una descrizione di quella battaglia con particolari precisi che ne fanno una fonte storica autorevolissima. Si hanno di lui le Stanze in lode delle donne, alcune egloghe, un canzoniere (Roma 1533) non privo di una certa eleganza di forma, e una tragedia Tullia, la moglie di Tarquinio il Superbo (stampata di seguito al canzoniere, ediz. cit.). Partecipò alla polemica sulla lingua italiana con la Risposta alla Epistola di G. G. Trissino a Papa Clemente VII, ecc., (Firenze 1524), sostenendo le idee espresse dal Machiavelli nel Dialogo sulla lingua e combattendo l’autenticità del De vulgari eloquentia.

Bibl.: G. Pellegrini, La battaglia di Capo d’Orso descritta poeticamente, in Arch. storico ital., dispensa 2ª, del 1915, p. 381 seg.

 

 

Sanseverino, Ferrante, principe di Salerno. – Figlio (Napoli 1507 – Avignone 1568) di Roberto e di Marina d’Aragona. Valoroso guerriero, nella battaglia di Capo d’Orso (1528) fu fatto prigioniero; partecipò poi alla spedizione di Carlo V a Tunisi e ad Algeri. 

 

Dòria, Filippino. – Ammiraglio genovese (sec. 16º). Servì la Francia sotto Francesco I contro Carlo V; ebbe il comando della flotta franco-genovese diretta a conquistare Napoli e a Capo d’Orso, nel golfo di Salerno, riuscì a sconfiggere una squadra spagnola (1528), facendo prigioniero il marchese del Vasto che la comandava

 

Colónna, Ascanio. – Capitano di ventura (n. 1490 circa – m. Napoli 1557), figlio di Fabrizio, nel 1520 divenne gran connestabile del regno di Napoli. Prese parte con l’esercito imperiale all’assalto e al sacco di Roma (1527). Fu fatto più tardi prigioniero (nella battaglia di Capo d’Orso) da Filippo Doria, che finì col metterlo a capo delle sue milizie. 

 

 

La battaglia di Cetara e il pascià Barbarossa. I turchi e le guerre franco-spagnole che sconvolsero il golfo di Salerno. 1508-1544 cronache del Regno di Napoli

di Arturo Bascetta, Sabato Cuttrera

Spagnoli e Napoletani, da Algeri a Tunisi, spalleggiavano il Re tunisino per aver accettato la sottomissione all’Impero cristiano. La risposta si ebbe quando i Francesi si allearono con i Turchi, innescando una crudele Battaglia navale nel Golfo di Salerno, che portò l’armata ‘Andrea Doria’ a gettare l’ancora a Cetara con a bordo i Mori inferociti e i Francesi giunti dall’Abruzzo. Sotto le bombarde franco-genovesi perì anche il Viceré Moncada che finì i suoi giorni davanti al promontorio di Capo d’Orso. Lasciata Minori la guerra si trasferì a Napoli, assediata dal resto delle truppe di Lautrec, ma i Turchi con infiniti vascelli che percorsero il Mar Tirreno da capo a fondo, conquistando la maggior parte delle isole costiere, spazzarono via antichi luoghi ischitani, come Torino e Panza, e giunsero nuovamente a Cetara. Da qui la partenza dei Salernitani per rincorrere il terribile Pascià Ariodemo Barbarossa, fino in d’Africa, dove si ebbe l’ultima cruenta Battaglia in cui morì il Conte di Sarno e fu ferito il Principe Ferrante Sanseverino.

 

 

Doppiato Capodorso segue Punta del Tummulo, dove si trovano la “spiaggia degli innamorati” e le rovine della torre omonima. Il nome di questo luogo si rifà alla tumulazione dei cadaveri dei soldati periti durante la “Battaglia di Capo d’Orso”, combattuta nel 1528 tra la flotta francese e l’armata imperiale di Carlo V. 

 

 

 

Seminario di Studi sul tema Le fonti documentarie degli ultimi tempi del Ducato di Amalfi. Secoli XVI e XVII

Amalfi, Biblioteca Comunale, 20 novembre 2015    L’autunno del Ducato

La “crudelissima” battaglia navale combattuta nel 1538 nelle acque di Capo d’Orso e la guerra dei Trent’anni (1618-1648) in cui Ottavio Piccolomini Duca di Amalfi e Comandante della Cavalleria imperiale si coprì di gloria, mutarono i rapporti di forza tra Francia e Spagna da cui erano dipese le sorti del Ducato di Amalfi sin dagli inizi dell’infeudazione. Di questo e di altri eventi si parlerà venerdì 20 novembre in occasione della presentazione del volume che raccoglie gli atti del Convegno tenutosi nel 2004 per esaminare le vicende del ducato Amalfi nel passaggio dalla breve signoria feudale dei Sanseverino a quella più duratura dei Piccolomini (1461-1583) e offre oggi l’opportunità di ritornare sulla materia alla luce di nuovi documenti, destinati a rinnovare e chiarire il quadro storico.

Gli inviati di Positanonews tv hanno seguito i lavori,che sono risultati  di grande interesse, ringraziano il Presidente del Centro Studi Amalfitani prof Cobalto, per l'accoglienza e l'ospitalità, e come già detto in tanti altri articoli,si complimentano per la alta qualità  degli studi e delle relazioni. Della giornata di studi sono stati riportati video e interviste, gentilemnte concesseci dai relatori Barbara Banks, Pasquale Natella, Giuseppe Gargano. L'argomento dei lavori nella mattinata è stata LA BATTAGLIA NAVALE DI  CAPO d'ORSO, di cui abbiamo anticipato qui in coda una fonte costituita da NOTE MARINARE -LETTURE PEI MARINI- AUTORE: IL CAPITANO NEMO -VENEZIA 1892, sconosciuta ai più e non citata nelle relazione. 

Il seminario, organizzato dal Centro di Cultura e Storia Amalfitana, con il patrocinio del Comune di Amalfi, della Regione Campania, della Comunità Montana “Monti Lattari”, della Biblioteca Comunale “Pietro Scoppetta” e con il contributo del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo dal titolo Le fonti documentarie degli ultimi tempi del ducato di Amalfi. Secoli XVI e XVII, si propone di richiamare l’attenzione degli studiosi sul periodo successivo al passaggio del ducato amalfitano dal dominio piccolomineo al “regio demanio”.

Dopo un tentativo, fieramente osteggiato dal giurista Giovan Francesco de Ponte di Maiori, di assegnare il feudo agli Aldobrandini (1611), lo “Stato” di Amalfi fu concesso a Ottavio Piccolomini (1599-1656), una delle figure più note e controverse dello scenario militare europeo al tempo della Guerra dei Trent’anni, eternato nella luce sinistra gettata su di lui dalla poesia di Friedrich Schiller, che ne rielaborò la figura in Wallenstein, la trilogia drammatica composta nel 1798-99.

La nuova signoria fu però molto breve e presto la Costa tornò sotto il controllo diretto della Corona spagnola. I documenti che saranno esaminati durante il corso seminariale contribuiranno a comprendere con maggior chiarezza i passaggi che condussero al tramonto definitivo di ogni pretesa feudale da parte dei Piccolomini e alla definitiva affermazione di alcune famiglie del patriziato autoctono che tendono a consolidare il loro primato economico accanto a quello politico. Tale strategia condurrà, dopo il ritorno al “regio demanio”, alla creazione di un nuovo sistema oligarchico, in cui le famiglie non si legano più strettamente alle singole realtà urbane e territoriali componenti il ducato, ma diventano "trasversali" (si pensi ai vincoli, di denaro e sangue, che legheranno tra loro per secoli i d'Afflitto e i Bonito di Scala, i Mezzacapo, i de Ponte e i Citarella di Maiori, i Confalone e i d'Andrea di Ravello) riuscendo ad imporre un nuovo tipo di feudalità "leggera", che ha il suo punto di forza nella riscossione dei diritti sui traffici commerciali.

Programma I Sessione,

ore 9.30 Presidenza e introduzione ai lavori Francesco BARRA, Università di Salerno Interventi Antonio MILONE, Università “Federico II” di Napoli Presentazione del volume di Atti L’infeudazione del Ducato di Amalfi . Dai Sanseverino ai Piccolomini Giuseppe CIRILLO, Seconda Università di Napoli La storia sociale ed economica di Amalfi tra i secoli XVI e XVII attestazioni documentarie Aurelio MUSI, Università di Salerno Quasi un’autobiografi a: fonti per la storia del Principato Citeriore nei secoli XVI e XVII Barbara BANKS, Centro di Cultura e Storia Amalfitana La grande battaglia navale di “Capo d’Orso”. Testimonianze archivistiche e letterarie Pasquale NATELLA, Centro di Cultura e Storia Amalfitana 1528. La battaglia di “Capo d’Orso”: iconografia e osservazioni II Sessione, ore 16.00 Presiede Giuseppe GARGANO Presidente Onorario del Centro di Cultura e Storia Amalfitana Interventi Crescenzo Paolo DI MARTINO, Deputazione di Storia Patria per la Calabria Una nuova fonte per la storia del Ducato di Amalfi e della Penisola Sorrentina: il volume di Notizie Storiche acquisito dal Centro di Cultura e Storia Amalfi tana Maria RUSSO, Seconda Università di Napoli Un’inedita testimonianza sulla consistenza edilizia di Amalfi e dintorni nel XVII secolo: l’eredità dei baroni De Rosa Silvio ZOTTA, Università “Federico II” di Napoli Scacco al cardinale: un tentativo di infeudazione dello “stato” di Amalfi (1611) Ersilia FABBRICATORE, Dottore di Ricerca Università “Sapienza” di Roma De tuitione Regii Demanii Status Amalphiae. Scrittura storico-legale di Giovan Battista Confalone Michela DI LIETO – Amalia MOSTACCIUOLO, Centro di Cultura e Storia Amalfitana Conca dei Marini nel XVII secolo: il libro dei Parlamenti dell’Università (1637 – 1698) Centro di Cultura e Storia Amalfitana Supportico S. Andrea, 3 – 84011 Amalfi (SA) – Tel. 089.871170 – Fax 089.873143 www.centrodiculturaestoriaamalfitana.it – ccsa@amalficoast.it

 

 

 

NOTE MARINARE      LETTURE PEI MARINI- IL CAPITANO NEMO

Capitolo VI.     LA BATTAGLIA DI CAPO D’ORSO

LA GALERA in COMBATTIMENTO

    Stringevano fortemente i francesi Napoli : il vicere Ugo di Moncada che col prìncipe d' Orange la difendeva, divisò di assalire Filippino *) prima che egli si congiungesse con la squadra veneziana aspettata di giorno in giorno. Allestì dunque sei galee, quattro fuste e due brigantini : ma far volendo assegnamento, più che sul numero e sulla bontà dello navi, sul valore dei combattenti, imbarcò sulle galee mille archibugieri spagnuoli e duecento tedeschi, dei migliori dell'esercito, e a fine di spaventare da lontano i nemici col prospetto di maggior numero di legni, fecesi seguitare da

    *)estratto dalla Storia navale Universale antica e moderna scritta da C. Randaccio (opera che riportò il 2* premio, non essendo stato conferito il primo, al concorso per un libro di storia navale bandito dal Ministero della Marina, e che trovasi sotto i torchi.

    *) Filippino Doria che dallo zio Andrea. allora al soldo del re di Francia. era stato mandato con sette galee genovesi al blocco di Napoli.

molte fregate e altri navicelli con archibugieri a bordo. Sul punto perii di muovere surse l'Orange a disputare al Moncada il comando che, a comporre la disputa, venne dato ad Alfonso d'Avalos, marchese del Vasto, giovane di ventisei anni e a Fabrizio Giustiniani, chiamato il gobbo, genovese. Il Moncada volle partire come semplice uomo d'arme, e con esso andarono Giovanni d’Urbino, Ascanio e Camillo Colonna, Cesare Fieramosca, e molti altri capitani e gentiluomini. Il Gobbo, unico nomo di mare che fosse tra loro, e che ben conosceva i suoi conpatriotti, consigliava d'andare improvvisamente addosso al Doria, il quale allora incrociava nel golfo di Salerno: ma il Moncada che rinunziato aveva al comando più in apparenza che in realtà, volle toccare a Capri per udirvi un romito spagnuolo, e fare da esso accendere gli animi dei soldati alla pugna : accensione che non abbisognava dappoiché gli spagnuoli, o almeno gli aragonesi, odiavano da gran tempo i genovesi, e questi loro : e Andrea Doria in particolare li odiava tanto da non accettare mai benché  avido di danaro, riscatto dagli spagnuoli, mettendo al remo quanti poteva coglierne. Cosi il Moncada perdette il tempo, e invece di sorprendere, fu sorpreso : chè Filippino, avvisato della spedizione nemica, tosto si mise in ordine : chiese a Lautrec ed ebbe due o trecento archibugieri guasconi comandati dal signore di Croy : e fece vela il 28 maggio 1528 per capo Campanella.

     Su le sue navi sventolavano a poppa la bandiera di Genova, all'albero di trinchetto quella coi fiordalisi di Francia. Già declinava il sole che scopri la squadra spagnuola, la quale per le molte vele che la seguivano, da lontano pareva gran cosa : Filippino pensò che lo scontro sarebbe stato più duro di quello che si aspettava, e con improvviso e nuovo espediente, che pur dimostra la serenità dell' animo suo in quel grave momento, sferrò ed armò i galeotti barbareschi, promettendo di liberarli se combattuto avessero prodemente per lui. Poi commise a Niccolò Loraellini che con la galea Nettuno  da lui comandata, la Mora e la Signora, si tenesse in riserva, e ad un dato segnale pigliasse il largo per tornare ad investir di fianco i nemici e specialmente la capitana loro ; egli con la Pellegrina, la Donzella, In Sirena, la Fortuna, e la sua capitana al centro, ordinatosi in linea di fronte, si arrestò sui remi all'altezza di Capo Orso, costa d'Amalfl.

    Una bandiera con l’aquila dei Doria è alzata alla testa d'albero di maestra : è il segnale della battaglia : vedutolo, il Lomellini con le sue tre galee si allarga a voga arrancata. Su tutte le navi si ode il comando dei capitani « armi in coperta ». I marinari del trinchetto formano in pochi istanti « la traversa di prua *) quelli di maestra dispongono lungo la corsia cinque grandi baje *), le empiono di spadoni, spade, accette, spuntoni e vi appoggiano rotelle tolte dall'armeria posta abbasso *). Tutti i marinari indossato un giaco e copertosi il capo con una celata di ferro, si aggruppano intorno ai loro alberi: alcuni salgono a riva e si met-

    l) « Traverse sono i ripari che si mettono per i traversi dei vascelli quando si combatte, come barricate per difesa di essi et delle gente » Pantera, Armata Navale. Si chiamavano pure bastioni, e se ne facevano, io qualche caso, anche tre: il primo subito dietro rembata o castello di prua, il secondo all'altezza dell'albero di maestra, il terzo avanti al tabernacolo, o casseretto di poppa. Ogni bastione era comporto di due assiti. retti da stili piantati sulla corsia e sulla murata. Lo spazio tra i due assiti d’un braccio in circa, empievasi  di cavi, di tende, di materassi ecc.. a fine di fermare o almeno ili rallentare i colpi d'infilata. Le traverse o bastioni servivano anche a prolungar la difesa, quando il nemico avea già messo piede a bordo.

    1      Tinozza generalmente  fatta d'un mezzo barile.

    *) Questa è la vera origine dei comando « armi in coperta » non indicata, che noi sappiamo, da altri.

tono nelle gabbie o gatti piene di sassi, e di fuochi artiflziali.

I bombardieri si dispongono ai loro pezzi, già caricati : un basilisco ') corsiero, due mezzi cannoni serpentini *) e due quarti cannoni *) sotto la rembata a prua : i primi tre in direzione della chiglia, gli altri due per le bande : più due smerigli *) grandi allo bitte, e quattro piccoli sui fianchi. Una gran « baja di combattimento » piena d’acqua è nel mezzo della rombata per rinfrescare i pezzi, ed estinguere il fuoco che per l’accensione della polvere sparsa, spesso divampa. Gli archibugieri, genovesi e francesi, un centinaio in circa, si dispongono sulla rembata e alle balestriere) e posano l’arme loro sulle forcelle che vi sono piantate : altri si instano nello schifo, o fregatina *), altri alla spalliera di poppa.

     La ciurma, duecento uomini, con le teste rasate e le giubbe rosse,  in posiziono di “palamento inguala 7) » barbareschi i più, sciolti, come dicemmo, dai ferri : una trentina di buonavoglia il resto, spagnuoli alla catena.

     l) grosso cannone di 48 libbre a palla.

     *) Cannoni da 24, leggeri di metallo.

    J) Cannoni da 12.

    *’ Canuoni da 6 o da 4: tiravano a mitraglia.

     5) Parti superiori del posticcio.

    *) Per farvi testa al nemico che avesse invasa per la prua la coperta, e difender la poppa. La fregatina era allora una lancia da 14  addetta alle galee capitane.

    7) Quando cioè * i remieri tengono i remi in mano pronti col piede che monta sul banco, aspettando che il cormito comandi che diano la palata » Crescentio. nautica med.

    *) Se ne imbarcavano sempre, perché né infedeli essendo, nè condannati per delitti, non potevano aver comune con gli altri galeotti il desiderio di ribellione e di Aura : anzi, stando in mezzo ad essi, li spiavano e li contenevano. Al bisogno, venivano armati e combattevano, nel qual caso rimaneva saldalo ogni debito loro.

In mezzo a loro sta l'aguzzino ) coi suoi mozzi, il nerbo sotto il braccio, una mezza spada, senza fodero, al fianco. In capo alla corsia, volto a poppa, è il comito, o, come già lo chiamano genovesi e provenzali, il nostromo, con un fischio d'argento al collo per cui trasmette i comandi al sotto comito che sta a prua.

    Sulla rembata è il padrone o tenente di bordo: sul tabernacolo stanno armati di tutte armi da cavaliere, ma col viso scoperto, Filippino Doria, il capitano di bordo, il signore di Crov, ed alcuni gentiluomini.

    Abbasso sono il barbiere o cerusico, il cappellano, la maestranza, i penesi *) : questi, a un cenno del nostromo, vigono in coperta con caratelli di vino, o danno a bere a marinari, a soldati, a galeotti. Poi monta sul tabernacolo il cappellano, un frate cappuccino in stola : recita una breve preghiera, e dà l'assoluzione in articulo morti* : tutti, dal Doria all'ultimo mozzo, si fanno il segno della croce.

    Allora Filippino, con maschia voce, dice poche parole d‘ incoraggiamento ai suoi uomini, e fa loro notare come i nemici si avanzino vogando da zappatori ’).

    In effetto, la squadra imperiale, con voga irregolare per inesperienza della ciurma, si è avvicinata : sei galere in linea di fronte *) gli altri legni dietro : ha spiegato, come in

   ) Dallo spagnolo  alguazil. che a una volta viene dall'arabo al-guazir  ministro ili giustizia.

    *) Il penese. o ponitene, fu da prima una sorta di secondo bordo : nel tempi in cui scriviamo era un distributore di vettovaglie o magazziniere.

     *)L’insulto che i marinari fanno ai rematori mal pratici, assomigliandoli ai contadini che zappano, ognuno per conto suo la terra.

*) Si chiamavano la Reale, la Gobba ( dal gobbo Giustiniani 'che la comandava), la Villamarina ,

 

giorno di festa, i suoi più bolli stendardi : il vice re Moncada, il marchese del Vasto, Ascanio Colonna gran contestabile di Napoli, altri capitani e gentiluomini coperti di brillanti armature, stanno ritti sul tabernacolo della < reale ». Il marchese del Vasto, stimandosi a tiro, vorrebbe far fuoco, al  fino di avvolgere la sue navi nel fumo, e impedire ai nemici di mirar giustamente, ma il Moncada vuole ancora aspettare. Filippino intanto, attentissimo, ha fatto abbrivare lo suo galere, ed avvia la propria contro la reale di Spagna, però non tanto dirittamente da poter essere infilato dai cannoni di essa, ne tanto di traverso da non poterla colpire coi suoi nella diagonale più stretta che sia possibile ') e vista appena la nave al filo opportuno, comanda il fuoco. La grossa palla del suo corsiero coglie infatti d' infilata la reale spagnuola. e vi sfracella quaranta uomini, tra i quali il capitano di bordo, e due gentiluomini. Rispondono gli imperiali : ma Filippino avendo già fatti metter bocconi la gente sua. non è ucciso che il capitano di bordo, e ferito il tenente, forse perchè rimasti ritti *).

     Succedo un fuoco vivissimo di moschetteria, in cui partecipano i legni sottili spagnuoli : il Moncada, e gli altri capitani imperiali arrancano per andare alt'arremliaggio, confidando cosi di vincere per la prodezza dei cavalieri spa-gnnoli e italiani, e dei vecchi soldati che hanno a bordo : Filippino invece s'industria a schivarlo, finché non veda Lomellini venire alla carica : infine il Giostiniani con la sua Gof>ba, la Sicama o la VtUainarina, accerchia le galee

     1     IVr intender* i|Ue«ta manovra, bisogna riconiarsi che per le condiòoui «Ielle artiglierie di quel tempo, la punteria dei cannoni di bordo or» ed invariabile : toccava perciò al comandante di metter Li nave >i««m urlìi •lirrxioix- del tiri» che intendeva «li fare.

     *) Guicciardini. Storia d'Italia. Ut». XIX.

genovesi Pellegrina e Donzella, le assalta, già sta per conquistarle, quando eccoti Lomellini. Fedele agli ordini ricevuti si dirige con tutte tre le sue navi sulla reale di Spagna: mirando egli con la Nettuno al centro di essa, la Sfora alla poppa, la Signora alla prua : giunte a breve distanza le tre gale«* sparano a un t»>rapo i loro corsieri : il colpo della Nettuno coglie la reale presso al focone e ne abbatte l'albero di maestra, il qualo schiaccia, cadendo, tutta una fila di rematori, e il gran inastru dell'artiglieria Girolamo da Trani : quello della Mora ne strappa il timone : quello della Signora ne fracassa la prua : poi lomellini da una banda, Filippino dall'altra, si lanciano all* arrembaggio della conquassata nave nemica. Don l'go di Monca'la, la spada in mano, la rotella al braccio si avventa sui nemici ed e ucciso : i suoi resistono bravamente al duplice assalto, ma disuguale troppo è la lotta: una grandine di sassi, e di pignatte piene di pdvere e di fuoco lavorato, piove sugli imperiali dalle gabbie nemiche: i barbareschi di Filippino, buttatisi in man; con le spade strette fra i denti, salgono, arrampicandosi da ogni parte, a tordo : il marchese del Vasto e A vanii» Colonna, ambidue feriti, si arrendono, e Filippino li salva a stento dal furore «lei musulmani : lo stendardo della reale é ammainato. In questo mezzo, le due altre galere del I/Omellini avevano, trascorrendo, assalito le tn* im|>erìali che opprimevano la Donzella e la Pellegrina: una delle due, la Mora, con una fortunata ss-arii-a dei suoi pezzi di prua, smantellò la Oo>>ba, rimanendovi gravemente ferito il capitan Giustiniani, morti il Fieraniosca e il Baralo, valoroso capitano spagnuolo : poco dopo la Gobba passò per occhio '), la Sirama e la Villamarina, morti essendone i capitani, si arresero.

Rimanevano le galere imperiali Calabreta Oria e Per-pignatta, le quali avevano combattuto eoa la Sirena e con

      >) Affiiu-ió.

la Fortuna, danneggiandolo gravemente : ma veduta presa la ?vale, esse fuggirono, seguitate dai legni sottili : ed accadilo che, giunta prima a Napoli la Perpignamt, il principe d'O-range ne fece subito impiccare il capitano, incollandolo di tradimento: lo che saputo il marchese dcll'Oria, il quale veniva dopo con la Cnlabresa, virò di bordo, e andò a darsi a Filippino.

     Questa la battaglia di Cupo Orso, detta pure d'.\malti: benché durata poco pii! di quattro ore, fa la più sanguinosa che in quella età si facesse.

     Ebbero i genovesi e francesi cinquecento nomini morti, e due galere molto malconcio: ebbero gli imperiali mille quattrocento uomini morti, tra i quali oltre al Moncada e agli altri che nominammo, quattro valenti capitani di fanti: dei feriti, quantunque i più, male o punto curati, morissero, gli scrittori di quel tempo non parlano. Tra i 'prigioni imperiali, oltre al Del Vasto e al Colonna, furono molti nobili uomini : Filippino mise subito al remo i soldati spagnuoli in luogo dei barbareschi che, con rara lealtd, liberi». Quanto a navi, gli imperiali ebhero due galere affondate e due prese, una insta, un brigantino e |«reccbi navicelli colati a piceo *).

    La quale battaglia noi narrammo minutamente perchè, line unico delle marine militari essendo quello della battaglia, ci sembrò opportuno di mostrare ai lettori nostri una nave

    *) Narrammo questa battaglia ;lalla borra di Ini, che però trascrisse in modo alquanto confuso. Al Oiovio si attonno strettamente, ori pii citalo «un Cena ri Barbe-i-vhw . l'ammiraglio Juri*n A" la Oravière ; noi j«rrVi aUhiam ore-dato

«1 Oiovio con quella >1« altri storici, e specialmente del Guirriardiai.

Ji quel tempo, prima io assetto di combattimento, poi combattente, piuttosto che presentar loro un' arida esposizione ?legli ordinamenti e dei rne/zi delle marine militari dei scroio decimoeesto.

    In oltre, questa attaglia di Capo Orso dii argomento ad alcune considerazioni importanti. I*a tuona di Filippino >ii staccar tre galee dal grosso della squadra, era antica, usata sempre dai genovesi, e ultimamente dall'Asse reto alla battaglia di l’onza: come mai non l'indovinò il Moncada, o almeno, il Giustiniani, marino e genovese ? Scrive il Giovio: avere il viceré creduto che le tre galee * fuggissero per paura > ma ò poco verisimile, per la grande riputazione di cui godeva la marineria d* Andrea I)oria. Il Moncada forse sperò di opprimere con tutte le forze sue le cinque galee uemicho rimaste sole : comunque erro : poiché regola d'ogni squadra che entri in battaglia fu e sarà sempre quella di formarsi una riserva.

     Devonsi poi considerare in cotesto scontro gli effetti delle artiglierie : oramai si puntava con cura, si accentravano i fuochi : cannoni e moschetti contribuivano già alla vittoria quanto le armi bianche, giacché, sparati da vicino, menavano strage : in fatti le perdite delle otto galeo che vinsero a Capo Orso furono gravi pin di quelle dei ventisette vascelli di linea che vinsero a Trafalgar. Vero e che vuoisi tenere conto della differenza tra la gente di guerra di quel tempo e del nostro : allora una nobiltà armigera, una soldatesca mercenaria usa a battersi di continuo, e ferocia io tutti, massime nei combattimenti uavali perchè, pur ottenendo quartiere, i vinti erano messi al remo.

                                        C, Hajìdaccio

 

 

 

 

Marchési, Ludovico. – Letterato fiorentino (sec. 16º). Cadde prigioniero dei Genovesi nella battaglia di Capo d'Orso (1528), che descrisse poi in ottave, con precisi particolari. Lasciò inoltre un canzoniere, egloghe, una tragedia (Tullia, 1533), uno scritto sulla questione della lingua.

 

Presso il Capo d'Orso si combatté il 28 aprile 1528 una battaglia navale (detta anche "della Cava" o "d'Amalfi") tra le navi di Filippino Doria e quelle spagnole comandate dal marchese del Vasto. Gli Spagnoli alle sei galere (CapitanaGobba,VillamarinaPerpignanaCalabreseSicana) avevano aggiunto due fuste, due brigantini e molte barche, che erano state armate con materiale e personale tolto al presidio di Napoli, sicché potevano sperare d'assalire in forze superiori le otto galere di Filippino, prima che giungessero i promessi aiuti veneziani. Il Doria, avvertito in tempo, mosse risolutamente contro gli assalitori, ma, accortosi d'essere più debole, ricorse a uno strattagemma: ordinò al suo luogotenente Lomellino di simulare la fuga appena giunto a tiro del nemico, e di prendere il largo con le sue tre galere, ritornando poi a tempo opportuno per investire di fianco. Gli Spagnoli, dopo avere poco efficacemente sparato sugli avversarî, mossero all'abbordaggio, e già due galere di Filippino erano state conquistate, quando le unità del Lomellino attaccarono secondo il previsto, determinando la completa vittoria. Quattro galere e due brigantini spagnoli furono presi o colati a fondo, e 1400 uomini circa uccisi o messi fuori di combattimento; da parte di Filippino nessuna unità perduta e caduti circa 500 uomini.

La battaglia di Capo d'Orso è l'unico combattimento di notevole importanza, che ricordi la storia nella prima metà del secolo XVI tra squadre di popoli civili.

Bibl.: C. Randaccio, St. navale univ. ant. e mod., Roma 1891; A. V. Vecchi, St. gen. della marina mil., Livorno 1895; C. Manfroni, St. della marina ital., Livorno 1899; Ch. De la Roncière, Hist. de la marine franç., Parigi 1923.

 

Moncada, Hugo de Generale e politico spagnolo (Valenza 1476 ca.-Capo d’Orso, Amalfi, 1528). Dopo aver dato prova del suo valore soprattutto al servizio di Consalvo di Cordova e combattendo per i cavalieri di Rodi, fu nominato da Ferdinando il Cattolico viceré di Sicilia (1509) e governatore e castellano a vita di Tripoli (1510). Da Palermo, dove volle limitare le usurpazioni nobiliari e insediò il Sant’Uffizio, fu cacciato nel 1516 dai tumulti scoppiati contro il suo governo. Nominato ammiraglio (1518), combatté i barbareschi e occupò Gerba (1520). Nella guerra tra Carlo V e Francesco I fu catturato da Andrea Doria (1525). Liberato poco dopo, tentò invano a Roma di scongiurare la costituzione della Lega di Cognac. Nel 1527 fu nominato viceré di Napoli; venne ucciso l’anno seguente nella battaglia di Capo d’Orso contro Filippino Doria.

Martèlli, Ludovico di Lorenzo. – Letterato (Firenze 1503 – ivi 1531 circa). Partecipò alla battaglia di Capo d'Orso (1528); rimase prigioniero dei Genovesi per tre mesi, durante i quali stese una precisa descrizione in ottave di quella battaglia

 

MARTELLI, Ludovico. – Fiorentino, vissuto fra il 1503 e il 1531, di cui si sa poco. Si trovò alla battaglia di Capo d'Orso (28 aprile 1528), nella quale le flotte riunite di Genova e Francia sconfissero quella spagnola. Il M. era presso Alfonso d'Ávalos, marchese del Vasto, e insieme con lui e col cognato di lui Ascanio Colonna, fatto prigioniero, rimase nelle carceri di Genova tre mesi. Durante questo tempo compose in ottave una descrizione di quella battaglia con particolari precisi che ne fanno una fonte storica autorevolissima. Si hanno di lui le Stanze in lode delle donne, alcune egloghe, un canzoniere (Roma 1533) non privo di una certa eleganza di forma, e una tragedia Tullia, la moglie di Tarquinio il Superbo (stampata di seguito al canzoniere, ediz. cit.). Partecipò alla polemica sulla lingua italiana con la Risposta alla Epistola di GGTrissino a Papa Clemente VIIecc., (Firenze 1524), sostenendo le idee espresse dal Machiavelli nel Dialogo sulla lingua e combattendo l'autenticità del De vulgari eloquentia.

Bibl.: G. Pellegrini, La battaglia di Capo d'Orso descritta poeticamente, in Arch. storico ital., dispensa 2ª, del 1915, p. 381 seg.

 

 

Sanseverino, Ferrante, principe di Salerno. – Figlio (Napoli 1507 – Avignone 1568) di Roberto e di Marina d'Aragona. Valoroso guerriero, nella battaglia di Capo d'Orso (1528) fu fatto prigioniero; partecipò poi alla spedizione di Carlo V a Tunisi e ad Algeri. 

 

Dòria, Filippino. – Ammiraglio genovese (sec. 16º). Servì la Francia sotto Francesco I contro Carlo V; ebbe il comando della flotta franco-genovese diretta a conquistare Napoli e a Capo d'Orso, nel golfo di Salerno, riuscì a sconfiggere una squadra spagnola (1528), facendo prigioniero il marchese del Vasto che la comandava

 

ColónnaAscanio. – Capitano di ventura (n. 1490 circa – m. Napoli 1557), figlio di Fabrizio, nel 1520 divenne gran connestabile del regno di Napoli. Prese parte con l'esercito imperiale all'assalto e al sacco di Roma (1527). Fu fatto più tardi prigioniero (nella battaglia di Capo d'Orso) da Filippo Doria, che finì col metterlo a capo delle sue milizie. 

 

 

La battaglia di Cetara e il pascià Barbarossa. I turchi e le guerre franco-spagnole che sconvolsero il golfo di Salerno. 1508-1544 cronache del Regno di Napoli

di Arturo BascettaSabato Cuttrera

Spagnoli e Napoletani, da Algeri a Tunisi, spalleggiavano il Re tunisino per aver accettato la sottomissione all'Impero cristiano. La risposta si ebbe quando i Francesi si allearono con i Turchi, innescando una crudele Battaglia navale nel Golfo di Salerno, che portò l'armata 'Andrea Doria' a gettare l'ancora a Cetara con a bordo i Mori inferociti e i Francesi giunti dall'Abruzzo. Sotto le bombarde franco-genovesi perì anche il Viceré Moncada che finì i suoi giorni davanti al promontorio di Capo d'Orso. Lasciata Minori la guerra si trasferì a Napoli, assediata dal resto delle truppe di Lautrec, ma i Turchi con infiniti vascelli che percorsero il Mar Tirreno da capo a fondo, conquistando la maggior parte delle isole costiere, spazzarono via antichi luoghi ischitani, come Torino e Panza, e giunsero nuovamente a Cetara. Da qui la partenza dei Salernitani per rincorrere il terribile Pascià Ariodemo Barbarossa, fino in d'Africa, dove si ebbe l'ultima cruenta Battaglia in cui morì il Conte di Sarno e fu ferito il Principe Ferrante Sanseverino.

 

 

Doppiato Capodorso segue Punta del Tummulo, dove si trovano la "spiaggia degli innamorati" e le rovine della torre omonima. Il nome di questo luogo si rifà alla tumulazione dei cadaveri dei soldati periti durante la "Battaglia di Capo d'Orso", combattuta nel 1528 tra la flotta francese e l'armata imperiale di Carlo V.