Sant’Antimo. Uccisa e bruciata per una partita di droga non pagata. Fermati un uomo, sua figlia e il fidanzato di lei

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Uccisa e bruciata per vendetta. Ci sono i loschi traffici legati al mercato della droga dietro l’omicidio di Maria Migliore, il cui cadavere è stato trovato arso all’interno di una macchina l’altra notte dai carabinieri a Sant’Antimo. La trentenne – sposata con un pregiudicato della zona, Saverio Pirozzi, e madre di tre figli – è stata assassinata per una storia che conferma come il controllo delle piazze dello spaccio, a Napoli come nei Comuni del suo hinterland, rappresentino un motivo sufficiente per ammazzare e spargere sangue. In meno di ventiquattr’ore i carabinieri hanno ricostruito dinamica e responsabilità nei fatti fermando tre persone. Autori della barbara esecuzione di Maria Migliore sono un pregiudicato 44enne della zona, Filippo Ronga, e sua figlia appena 23enne, Maria Grazia, incensurata; in manette anche il fidanzato di quest’ultima, Gennaro Grandine, 21 anni, residente ad Afragola, incensurato. La posizione del ragazzo appare meno grave: è intervenuto in un secondo momento, dopo l’omicidio, per aiutare padre e figlia a disfarsi del cadavere. Indagini coordinate dalla Procura della Repubblica di Napoli Nord diretta da Francesco Greco. Fondamentale, ai fini della soluzione di quello che era subito apparso come un mistero, è stata la collaborazione resa ai carabinieri della compagnia di Castello di Cisterna proprio dal fidanzato della presunta assassina. Via Toriello Separiello è una strada secondaria e poco trafficata di Sant’Antimo. Ed è qui che è finita la vita di Maria Migliore. Ma il film dell’orrore inizia almeno due ore prima, nel pomeriggio di lunedì, quando la donna riceve una telefonata. «Ti dobbiamo parlare, scendi e vieni a casa nostra»: la voce è quella del 44enne Filippo Ronga e il tono è risoluto. Maria conosce bene l’oggetto di quella convocazione: da giorni i suoi interlocutori chiedono conto a lei e al marito di uno sgarro legato probabilmente ad una partita di droga consegnata e mai pagata. Ma forse c’è anche dell’altro. Qualcuno a Sant’Antimo – zona dove il clan degli scissionisti ha una delle sue roccaforti – ha mal digerito che altre persone si siano messe a vendere hashish e cocaina in proprio. Lavorare smerciando droga senza il permesso della camorra è uno degli errori che la criminalità organizzata non perdona. Peggio ancora, poi, quando si accetta una partita di stupefacente e non si paga il conto ai grossisti. Da alcuni giorni la famiglia di Maria era oggetto di pressioni e minacce: e così la donna si mette a bordo della sua Fiat Doblò e va all’appuntamento, ignorando di andare incontro ai suoi carnefici. L’incontro che dovrebbe chiarire tutto si svolge nella casa di Filippo Ronga. Volano parole grosse e nuove minacce. Poi i toni si stemperano e – ancora non è chiaro il motivo – a un certo punto il padrone di casa, sua figlia e Maria decidono di uscire. I tre risalgono sul Doblò, si dirigono in un luogo appartato e in auto improvvisamente le cose degenerano. Scoppia un nuovo litigio. Il 44enne estrae una pistola e spara a bruciapelo alla testa di Maria Migliore. Ora bisogna far sparire il cadavere e – secondo la ricostruzione dei carabinieri – a quel punto la figlia di Ronga chiama il fidanzato: «Abbiamo fatto un guaio, vieni subito, corri fai presto». Il giovane aiuterà, portando una tanica di benzina, a cercare di distruggere le prove dando fuoco all’autovettura. E per questo risponde di distruzione di cadavere. Ma sarà lui stesso a fornire una importante collaborazione agli investigatori, ricostruendo i fatti. In tarda serata scattano i fermi emessi dalla Procura. Ed ora padre e figlia sono accusati di reti gravissimi: concorso in omicidio, violazione della legge sulle armi e distruzione di cadavere. Le indagini naturalmente non si fermano qui. Si cerca di capire se il delitto possa essere inquadrato in un più ampio contesto riconducibile ai clan di camorra attivi nella zona. (Giuseppe Crimaldi – Il Mattino)

Uccisa e bruciata per vendetta. Ci sono i loschi traffici legati al mercato della droga dietro l’omicidio di Maria Migliore, il cui cadavere è stato trovato arso all’interno di una macchina l’altra notte dai carabinieri a Sant’Antimo. La trentenne – sposata con un pregiudicato della zona, Saverio Pirozzi, e madre di tre figli – è stata assassinata per una storia che conferma come il controllo delle piazze dello spaccio, a Napoli come nei Comuni del suo hinterland, rappresentino un motivo sufficiente per ammazzare e spargere sangue. In meno di ventiquattr’ore i carabinieri hanno ricostruito dinamica e responsabilità nei fatti fermando tre persone. Autori della barbara esecuzione di Maria Migliore sono un pregiudicato 44enne della zona, Filippo Ronga, e sua figlia appena 23enne, Maria Grazia, incensurata; in manette anche il fidanzato di quest’ultima, Gennaro Grandine, 21 anni, residente ad Afragola, incensurato. La posizione del ragazzo appare meno grave: è intervenuto in un secondo momento, dopo l’omicidio, per aiutare padre e figlia a disfarsi del cadavere. Indagini coordinate dalla Procura della Repubblica di Napoli Nord diretta da Francesco Greco. Fondamentale, ai fini della soluzione di quello che era subito apparso come un mistero, è stata la collaborazione resa ai carabinieri della compagnia di Castello di Cisterna proprio dal fidanzato della presunta assassina. Via Toriello Separiello è una strada secondaria e poco trafficata di Sant’Antimo. Ed è qui che è finita la vita di Maria Migliore. Ma il film dell’orrore inizia almeno due ore prima, nel pomeriggio di lunedì, quando la donna riceve una telefonata. «Ti dobbiamo parlare, scendi e vieni a casa nostra»: la voce è quella del 44enne Filippo Ronga e il tono è risoluto. Maria conosce bene l’oggetto di quella convocazione: da giorni i suoi interlocutori chiedono conto a lei e al marito di uno sgarro legato probabilmente ad una partita di droga consegnata e mai pagata. Ma forse c’è anche dell’altro. Qualcuno a Sant’Antimo – zona dove il clan degli scissionisti ha una delle sue roccaforti – ha mal digerito che altre persone si siano messe a vendere hashish e cocaina in proprio. Lavorare smerciando droga senza il permesso della camorra è uno degli errori che la criminalità organizzata non perdona. Peggio ancora, poi, quando si accetta una partita di stupefacente e non si paga il conto ai grossisti. Da alcuni giorni la famiglia di Maria era oggetto di pressioni e minacce: e così la donna si mette a bordo della sua Fiat Doblò e va all’appuntamento, ignorando di andare incontro ai suoi carnefici. L’incontro che dovrebbe chiarire tutto si svolge nella casa di Filippo Ronga. Volano parole grosse e nuove minacce. Poi i toni si stemperano e – ancora non è chiaro il motivo – a un certo punto il padrone di casa, sua figlia e Maria decidono di uscire. I tre risalgono sul Doblò, si dirigono in un luogo appartato e in auto improvvisamente le cose degenerano. Scoppia un nuovo litigio. Il 44enne estrae una pistola e spara a bruciapelo alla testa di Maria Migliore. Ora bisogna far sparire il cadavere e – secondo la ricostruzione dei carabinieri – a quel punto la figlia di Ronga chiama il fidanzato: «Abbiamo fatto un guaio, vieni subito, corri fai presto». Il giovane aiuterà, portando una tanica di benzina, a cercare di distruggere le prove dando fuoco all’autovettura. E per questo risponde di distruzione di cadavere. Ma sarà lui stesso a fornire una importante collaborazione agli investigatori, ricostruendo i fatti. In tarda serata scattano i fermi emessi dalla Procura. Ed ora padre e figlia sono accusati di reti gravissimi: concorso in omicidio, violazione della legge sulle armi e distruzione di cadavere. Le indagini naturalmente non si fermano qui. Si cerca di capire se il delitto possa essere inquadrato in un più ampio contesto riconducibile ai clan di camorra attivi nella zona. (Giuseppe Crimaldi – Il Mattino)