Traffico di armi, i Casalesi in affari con Somalia e Libia. Operazione della Dda di Napoli: nel giro anche elicotteri

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Napoli. Potrebbe essere uno dei nuovi grandi affari in cui si è lanciata la criminalità organizzata. Di certo c’è un filo che collega personaggi in odore di camorra a imprenditori, mediatori d’affari, ex militari dell’esercito ed ex ambasciatori, e intreccia i loro interessi attorno a un presunto traffico di armi, componentistica militare, aerei e elicotteri destinati ai Paesi africani dove c’è la guerra e attorno al reclutamento di mercenari da addestrare in Africa e possibili contatti con cellule del terrorismo internazionale. È un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Napoli a indagare su questi sospetti. Ieri, per capirne di più e acquisire documenti e dati, i pm Catello Maresca e Maurizio Giordano, titolari del fascicolo con il coordinamento del procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, hanno disposto 30 perquisizioni in mezza Italia. I controlli sono scattati in undici regioni, uno anche nella sede a Roma della «Società Italiana Elicotteri», società che esporta aerei e componentistica il cui amministratore Andrea Pardi era già salito alle cronache un mese fa per l’aggressione al giornalista Giorgio Mottola, l’inviato della trasmissione Report, che voleva chiedergli di presunti tentativi di vendita di elicotteri in Iran. Le perquisizioni sono state eseguite dagli uomini del Gico della Guardia di finanza di Venezia. È in Veneto che si concentra il maggior numero degli indagati. Al momento sono una cinquantina i nomi iscritti nel registro di inchiesta. Tra loro ex militari e presunti faccendieri. Persino un somalo sospettato di legami con ambienti del terrorismo islamico. E non solo. L’indagine perlustra anche ambienti diplomatici. È così che tra i destinatari del decreto di perquisizione spiccano i nomi di un ex ambasciatore italiano in Armenia e di un ambasciatore africano in Italia: quest’ultimo si sarebbe per ora opposto alla perquisizione appellandosi a garanzie che il suo ruolo gli consente. In Campania le perquisizioni si sono concentrate tra Napoli e Caserta e, per gli inquirenti, hanno interrotto nuove attività per l’addestramento dei mercenari in campi militari del continente nero. È Francesco Chianese, casertano, detto «Santulillo», uno dei personaggi chiave nella ricostruzione finora emersa dalle indagini e in attesa di verifiche. In lui gli 007 dell’Antimafia napoletana si sono imbattuti quasi per caso. Stavano indagando su vita e affari più attuali del clan dei Casalesi, seguivano una pista legata ai rapporti tra camorristi e imprenditori che puntava alla fazione Bidognettiana del clan. L’inchiesta era nata alla fine del 2012, all’indomani della cattura dei superlatitanti dei Casalesi. Intercettando conversazioni, scavando nella rete di contatti, frequentazioni e complicità, gli investigatori hanno incrociato le attività dell’imprenditore nell’addestramento di mercenari in Africa. E da Caserta si sono spostati a Napoli seguendo le tracce di un personaggio già condannato per traffico di armi, che si sarebbe dato da fare per organizzare traffici di armamenti all’estero. È questo che ha fatto radicare la competenza dell’indagine alla Dda napoletana. Al momento ci si muove sul terreno dei sospetti, ipotesi investigative che attendono riscontri. I pubblici ministeri titolari dell’inchiesta hanno dato mandato ai finanzieri di acquisire soprattutto documenti, file, atti. Gli investigatori hanno preso computer, spulciato carte. In qualche caso sono stati trovati anche pezzi di armamenti e fucili mitragliatori. Per gli inquirenti è la traccia di un traffico di armi con Paesi dove sono in atto guerre e conflitti o dove sono in fermento cellule terroristiche. Il sospetto è che si supporti tutto questo per soldi. Il giro d’affari, al momento, non è stato ancora quantificato, non c’è una cifra ma c’è un’idea di quanto esteso possa essere il business e di quanto possa far gola a tanti, facendo convergere complicità e interessi a più livelli, da quelli istituzionali, imprenditoriali e malavitosi. Siamo nell’ordine di decine e decine di milioni di euro per ogni operazione riuscita. Le indagini hanno svelato i passaggi della trattativa per la vendita di quattro elicotteri da combattimento in Armenia. E le armi? Sarebbero destinate alla Somalia e, poi, Nigeria, Libia, Sudan. Attraverso quali canali, quali mezzi, quali sistemi arrivino a destinazione è l’obiettivo del prossimo step investigativo. Quel che appare certo è che si tratta di armi di fabbricazione italiana. L’inchiesta ha subìto un’accelerazione nelle ultime settimane. E l’analisi del materiale acquisito durante le perquisizioni consentirà di fare a breve un ulteriore balzo in avanti. Le perquisizioni sono state eseguite in Campania, Lazio, Veneto, Lombardia, Piemonte, Toscana, Molise, Abruzzo, Friuli, Liguria e Sicilia. (Viviana Lanza – Il Mattino) 

Napoli. Potrebbe essere uno dei nuovi grandi affari in cui si è lanciata la criminalità organizzata. Di certo c’è un filo che collega personaggi in odore di camorra a imprenditori, mediatori d’affari, ex militari dell’esercito ed ex ambasciatori, e intreccia i loro interessi attorno a un presunto traffico di armi, componentistica militare, aerei e elicotteri destinati ai Paesi africani dove c’è la guerra e attorno al reclutamento di mercenari da addestrare in Africa e possibili contatti con cellule del terrorismo internazionale. È un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Napoli a indagare su questi sospetti. Ieri, per capirne di più e acquisire documenti e dati, i pm Catello Maresca e Maurizio Giordano, titolari del fascicolo con il coordinamento del procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, hanno disposto 30 perquisizioni in mezza Italia. I controlli sono scattati in undici regioni, uno anche nella sede a Roma della «Società Italiana Elicotteri», società che esporta aerei e componentistica il cui amministratore Andrea Pardi era già salito alle cronache un mese fa per l’aggressione al giornalista Giorgio Mottola, l’inviato della trasmissione Report, che voleva chiedergli di presunti tentativi di vendita di elicotteri in Iran. Le perquisizioni sono state eseguite dagli uomini del Gico della Guardia di finanza di Venezia. È in Veneto che si concentra il maggior numero degli indagati. Al momento sono una cinquantina i nomi iscritti nel registro di inchiesta. Tra loro ex militari e presunti faccendieri. Persino un somalo sospettato di legami con ambienti del terrorismo islamico. E non solo. L’indagine perlustra anche ambienti diplomatici. È così che tra i destinatari del decreto di perquisizione spiccano i nomi di un ex ambasciatore italiano in Armenia e di un ambasciatore africano in Italia: quest’ultimo si sarebbe per ora opposto alla perquisizione appellandosi a garanzie che il suo ruolo gli consente. In Campania le perquisizioni si sono concentrate tra Napoli e Caserta e, per gli inquirenti, hanno interrotto nuove attività per l’addestramento dei mercenari in campi militari del continente nero. È Francesco Chianese, casertano, detto «Santulillo», uno dei personaggi chiave nella ricostruzione finora emersa dalle indagini e in attesa di verifiche. In lui gli 007 dell’Antimafia napoletana si sono imbattuti quasi per caso. Stavano indagando su vita e affari più attuali del clan dei Casalesi, seguivano una pista legata ai rapporti tra camorristi e imprenditori che puntava alla fazione Bidognettiana del clan. L’inchiesta era nata alla fine del 2012, all’indomani della cattura dei superlatitanti dei Casalesi. Intercettando conversazioni, scavando nella rete di contatti, frequentazioni e complicità, gli investigatori hanno incrociato le attività dell’imprenditore nell’addestramento di mercenari in Africa. E da Caserta si sono spostati a Napoli seguendo le tracce di un personaggio già condannato per traffico di armi, che si sarebbe dato da fare per organizzare traffici di armamenti all’estero. È questo che ha fatto radicare la competenza dell’indagine alla Dda napoletana. Al momento ci si muove sul terreno dei sospetti, ipotesi investigative che attendono riscontri. I pubblici ministeri titolari dell’inchiesta hanno dato mandato ai finanzieri di acquisire soprattutto documenti, file, atti. Gli investigatori hanno preso computer, spulciato carte. In qualche caso sono stati trovati anche pezzi di armamenti e fucili mitragliatori. Per gli inquirenti è la traccia di un traffico di armi con Paesi dove sono in atto guerre e conflitti o dove sono in fermento cellule terroristiche. Il sospetto è che si supporti tutto questo per soldi. Il giro d’affari, al momento, non è stato ancora quantificato, non c’è una cifra ma c’è un’idea di quanto esteso possa essere il business e di quanto possa far gola a tanti, facendo convergere complicità e interessi a più livelli, da quelli istituzionali, imprenditoriali e malavitosi. Siamo nell’ordine di decine e decine di milioni di euro per ogni operazione riuscita. Le indagini hanno svelato i passaggi della trattativa per la vendita di quattro elicotteri da combattimento in Armenia. E le armi? Sarebbero destinate alla Somalia e, poi, Nigeria, Libia, Sudan. Attraverso quali canali, quali mezzi, quali sistemi arrivino a destinazione è l’obiettivo del prossimo step investigativo. Quel che appare certo è che si tratta di armi di fabbricazione italiana. L’inchiesta ha subìto un’accelerazione nelle ultime settimane. E l’analisi del materiale acquisito durante le perquisizioni consentirà di fare a breve un ulteriore balzo in avanti. Le perquisizioni sono state eseguite in Campania, Lazio, Veneto, Lombardia, Piemonte, Toscana, Molise, Abruzzo, Friuli, Liguria e Sicilia. (Viviana Lanza – Il Mattino)