La truffa del finto olio extravergine. Nel mirino della procura di Torino sette noti marchi della grande distribuzione

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Nessun pericolo per la salute, è un problema di serietà commerciale: l’olio d’oliva venduto come extravergine, cioè il vertice della piramide commerciale, non era tale alla verifica di laboratorio. Questa almeno la tesi accusatoria del pubblico ministero di Torino Raffaele Guariniello che ha ipotizzato il reato di frode in commercio. Sono sette le aziende interessate dall’inchiesta: Carapelli, Santa Sabina, Bertolli, Coricelli, Sasso, Primadonna (per la Lidl) e Antica Badia (per Eurospin). Carapelli, Sasso e Bertolli fanno parte della multinazionale spagnola Deolo. Tutti applaudono all’iniziativa giudiziaria ma come al solito è nelle maglie della cultura commerciale dell’agroalimentare che si aprono gli spiragli per comportamenti sospetti. Lo denunciò nel gennaio 2014, con un articolo che fece scalpore, il New York Times attraverso le vignette di Nicholas Blechman, lo stesso che questa estate si è dedicato al pomodoro San Marzano. Sia olio o pomodoro, il punto è sempre lo stesso: è made in Italy ciò che viene prodotto e trasformato in Italia o solo quello che viene trasformato? La nuova inchiesta della Procura, che attende però il vaglio di un collegio giudicante di cui non si avrà più notizia da qui a qualche anno come sempre succede visti i tempi della Giustizia italiana, parte da un articolo de «Il test», il periodico di tutela dei diritti dei consumatori. Ma è già polemica: il direttore di Olio Officina Luigi Caricato, un riferimento per chi si occupa del settore, non usa mezzi termini per criticare quanto sta accadendo. «Nell’olio – ha dichiarato – c’è oggi una qualità che un tempo ci sognavamo, l’imprenditoria di settore è sana e gli stessi supermercati non mettono in gioco il proprio marchio per delle truffe che, se ci sono, riguardano canali non ufficiali, nel porta a porta. In Italia ci facciamo male da soli, è masochismo assoluto. Sono convinto – dice l’esperto leccese ma milanese di adozione – che il caso si smonterà. Ora occorre non ingigantire un fenomeno, anche se mi stupisce il disorientamento delle istituzioni e la grande superficialità con cui trattiamo l’analisi sensoriale. Io prendo le distanze da queste iniziative e continuerò a parlare in termini positivi dell’olio made in Italy e della imprenditoria sana che sta offrendo ai consumatori un prodotto d’eccellenza come non mai». Guariniello si è messo al lavoro sul caso dopo aver ricevuto la segnalazione dell’articolo e dopo aver ricevuto i risultati dal monopolio delle dogane, ha informato il ministero delle Politiche agricole. A maggio «Il test»aveva pubblicato un servizio da cui risultava che 9 delle 20 bottiglie fatte analizzare dal laboratorio chimico di Roma dell’Agenzia delle Dogane sono state declassate dal comitato di assaggio a semplice oli di oliva vergine. Il magistrato ha fatto ripetere l’accertamento, ordinando ai Nas di prelevare altri campioni. Il rischio all’immagine dell’olio italiano è comunque concreto. I problemi nascono dalla disastrosa annata del 2014 nella quale intere regioni, tra cui la Toscana, sono letteralmente rimaste senza materia prima. Naturale la crescita dell’importazione. A questa situazione difficile, in parte superata dalla buona annata in corso, si è aggiunto il dramma della Xylella nel Salento le cui conseguenze non sono ancora molto chiare. Certo è che l’Italia oltre che essere paese produttore è anche uno dei principali importatori di olio ed è a questo aspetto che si riferiva l’articolo del New York Times secondo il quale l’olio verrebbe importato dall’estero, miscelato con quello italiano e poi venduto come prodotto Made in Italy. La maggioranza dell’olio d’oliva venduto come italiano proviene da Paesi come la Spagna, il Marocco e la Tunisia, che esportano in Italia dove, sempre secondo il giornale americano, entrerebbero anche olio di soia e altri oli di bassa qualità che verrebbero etichettati e spacciati come extravergine italiano. (LucianoPignataro – Il Mattino)

Nessun pericolo per la salute, è un problema di serietà commerciale: l’olio d’oliva venduto come extravergine, cioè il vertice della piramide commerciale, non era tale alla verifica di laboratorio. Questa almeno la tesi accusatoria del pubblico ministero di Torino Raffaele Guariniello che ha ipotizzato il reato di frode in commercio. Sono sette le aziende interessate dall'inchiesta: Carapelli, Santa Sabina, Bertolli, Coricelli, Sasso, Primadonna (per la Lidl) e Antica Badia (per Eurospin). Carapelli, Sasso e Bertolli fanno parte della multinazionale spagnola Deolo. Tutti applaudono all’iniziativa giudiziaria ma come al solito è nelle maglie della cultura commerciale dell’agroalimentare che si aprono gli spiragli per comportamenti sospetti. Lo denunciò nel gennaio 2014, con un articolo che fece scalpore, il New York Times attraverso le vignette di Nicholas Blechman, lo stesso che questa estate si è dedicato al pomodoro San Marzano. Sia olio o pomodoro, il punto è sempre lo stesso: è made in Italy ciò che viene prodotto e trasformato in Italia o solo quello che viene trasformato? La nuova inchiesta della Procura, che attende però il vaglio di un collegio giudicante di cui non si avrà più notizia da qui a qualche anno come sempre succede visti i tempi della Giustizia italiana, parte da un articolo de «Il test», il periodico di tutela dei diritti dei consumatori. Ma è già polemica: il direttore di Olio Officina Luigi Caricato, un riferimento per chi si occupa del settore, non usa mezzi termini per criticare quanto sta accadendo. «Nell'olio – ha dichiarato – c'è oggi una qualità che un tempo ci sognavamo, l'imprenditoria di settore è sana e gli stessi supermercati non mettono in gioco il proprio marchio per delle truffe che, se ci sono, riguardano canali non ufficiali, nel porta a porta. In Italia ci facciamo male da soli, è masochismo assoluto. Sono convinto – dice l’esperto leccese ma milanese di adozione – che il caso si smonterà. Ora occorre non ingigantire un fenomeno, anche se mi stupisce il disorientamento delle istituzioni e la grande superficialità con cui trattiamo l'analisi sensoriale. Io prendo le distanze da queste iniziative e continuerò a parlare in termini positivi dell'olio made in Italy e della imprenditoria sana che sta offrendo ai consumatori un prodotto d'eccellenza come non mai». Guariniello si è messo al lavoro sul caso dopo aver ricevuto la segnalazione dell’articolo e dopo aver ricevuto i risultati dal monopolio delle dogane, ha informato il ministero delle Politiche agricole. A maggio «Il test»aveva pubblicato un servizio da cui risultava che 9 delle 20 bottiglie fatte analizzare dal laboratorio chimico di Roma dell'Agenzia delle Dogane sono state declassate dal comitato di assaggio a semplice oli di oliva vergine. Il magistrato ha fatto ripetere l'accertamento, ordinando ai Nas di prelevare altri campioni. Il rischio all’immagine dell’olio italiano è comunque concreto. I problemi nascono dalla disastrosa annata del 2014 nella quale intere regioni, tra cui la Toscana, sono letteralmente rimaste senza materia prima. Naturale la crescita dell’importazione. A questa situazione difficile, in parte superata dalla buona annata in corso, si è aggiunto il dramma della Xylella nel Salento le cui conseguenze non sono ancora molto chiare. Certo è che l’Italia oltre che essere paese produttore è anche uno dei principali importatori di olio ed è a questo aspetto che si riferiva l’articolo del New York Times secondo il quale l'olio verrebbe importato dall'estero, miscelato con quello italiano e poi venduto come prodotto Made in Italy. La maggioranza dell'olio d'oliva venduto come italiano proviene da Paesi come la Spagna, il Marocco e la Tunisia, che esportano in Italia dove, sempre secondo il giornale americano, entrerebbero anche olio di soia e altri oli di bassa qualità che verrebbero etichettati e spacciati come extravergine italiano. (LucianoPignataro – Il Mattino)