Il Papa in visita a Firenze: «Mi piace la Chiesa inquieta, no al potere». Appello ai giovani: «Più coraggio»

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Alle strutture, agli apparati, alle organizzazioni vanno preferiti gli edifici dell’anima, i cuori che si lasciano plasmare. Le sicurezze sono tutte lì. «Non si può essere ossessionati dal potere». Bergoglio a Firenze firma la Magna Charta della Chiesa italiana del prossimo futuro, da costruirsi sul dialogo con l’altro, sulla opzione per i poveri più che sui centralismi o addirittura la burocrazia. «Dio protegga la Chiesa italiana da ogni surrogato di potere, di immagine, di denaro». Naturalmente la direzione di marcia non può che partire dal basso. Quello che compie Francesco è una specie di atto di conversione per una riforma ecclesiale ad ampio respiro, ritenuta necessaria per ridare impulso alla comunità dei fedeli. Francesco espone il suo piano sotto la cupola del Brunelleschi, davanti a migliaia di persone. Di prima mattina era stato a Prato, dove si sperimentano le sfide dell’integrazione con gli stranieri. Qui aveva pregato per gli operai cinesi morti come topi per un rogo scoppiato due anni fa in una fabbrica dove lavoravano e vivevano. Aveva gridato contro «il cancro della corruzione e il veleno dell’illegalità». Poi l’incontro con i malati nella chiesa della Santissima Annunziata: tra loro c’è il maresciallo dei carabinieri Giuseppe Giangrande, ferito due anni fa in un attentato davanti Palazzo Chigi. «Grazie per il suo sacrificio», gli sussurra Bergoglio stringendogli le mani. Nel pomeriggio, dopo il pranzo alla mensa dei poveri della Caritas dove assaggia per la prima volta la ribollita toscana e scherzosamente promuove sul campo la responsabile a «papessa» per i suoi rimbrotti a chi non si mette buono seduto a pranzare, Bergoglio si reca allo stadio Artemio Franchi, pieno come per le partite più importanti. Almeno cinquantamila persone tra preghiere ed entusiasmo, tra queste ci sono Agnese Renzi con i figli («Un evento storico, Matteo non c’è perché è a Milano per lavorare»), il sottosegretario Luca Lotti («dai fiorentini risposta straordinaria»), Diego Della Valle con il fratello Andrea, presidente della Fiorentina («Questo Papa unisce le generazioni»). E infatti Bergoglio il testimone lo affida ai giovani prima di tutto. E a loro riserva parole sferzanti: «Non state al balcone. Dovete superate l’apatia». Serve coraggio. La nazione non è un museo. «Vi chiedo di essere costruttori dell’Italia, di mettervi al lavoro per una Italia migliore». Francesco spazia da un punto all’altro, riflette per andare al cuore delle cose. È chiaro che si gioca la partita del futuro. E la Chiesa? Nel suo insieme è chiamata ad alzare le vele e andare al largo. La Comunità che tratteggia è l’ospedale da campo che si libera delle resistenze del passato per scendere in strada a chinarsi su chi soffre, su chi è solo, abbandonato, travolto dalle avversità, ammutolito dal tormento. Le solitudini da colmare sono tante, a ogni latitudine e in ogni strato sociale. Storie di vita quotidiana. La povertà ha mille volti. «Mi piace una Chiesa inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti». Bergoglio parla mezz’ora buona per fare capire ai 220 vescovi italiani e ai delegati arrivati a Firenze per il convegno ecclesiale quinquennale che la Chiesa deve cambiare. Una scossa per tutti. Scherza: «Ci sono altre due cartelle da leggere». Cita Guareschi e la sua creazione geniale, don Camillo, il prete della bassa reggiana che dialogava con tutti, persino con il sindaco comunista Peppone con il quale, alla fine, riusciva sempre a trovare un accomodamento per via del bene comune da garantire. I parroci dovrebbero essere un po’ come don Camillo. «Vicinanza alla gente e preghiera sono la chiave per vivere un umanesimo cristiano popolare, umile, generoso, lieto». Scherza pure sui mali della Chiesa italiana. Sono solo due: la eccessiva fiducia nelle strutture e nelle pianificazioni e la freddezza di una fede nozionistica che perde la tenerezza. Ben poca cosa rispetto alle piaghe della curia che erano 15, riferendosi ad un discorso di Natale. Nella riflessione fiorentina inserisce la politica. Come rapportarsi con i politici e i dibattiti in corso? Il dialogo è ammesso e benvenuto, non si deve temere, sempre per via dell’esempio di don Camillo, anche se non significa negoziato. Vietato «ricavare la propria fetta della torta comune. Non è questo quello che intendo». Insomma, la Chiesa degli inciuci finisce in soffitta. (Franca Giansoldati – Il Mattino)

Alle strutture, agli apparati, alle organizzazioni vanno preferiti gli edifici dell'anima, i cuori che si lasciano plasmare. Le sicurezze sono tutte lì. «Non si può essere ossessionati dal potere». Bergoglio a Firenze firma la Magna Charta della Chiesa italiana del prossimo futuro, da costruirsi sul dialogo con l'altro, sulla opzione per i poveri più che sui centralismi o addirittura la burocrazia. «Dio protegga la Chiesa italiana da ogni surrogato di potere, di immagine, di denaro». Naturalmente la direzione di marcia non può che partire dal basso. Quello che compie Francesco è una specie di atto di conversione per una riforma ecclesiale ad ampio respiro, ritenuta necessaria per ridare impulso alla comunità dei fedeli. Francesco espone il suo piano sotto la cupola del Brunelleschi, davanti a migliaia di persone. Di prima mattina era stato a Prato, dove si sperimentano le sfide dell'integrazione con gli stranieri. Qui aveva pregato per gli operai cinesi morti come topi per un rogo scoppiato due anni fa in una fabbrica dove lavoravano e vivevano. Aveva gridato contro «il cancro della corruzione e il veleno dell'illegalità». Poi l’incontro con i malati nella chiesa della Santissima Annunziata: tra loro c’è il maresciallo dei carabinieri Giuseppe Giangrande, ferito due anni fa in un attentato davanti Palazzo Chigi. «Grazie per il suo sacrificio», gli sussurra Bergoglio stringendogli le mani. Nel pomeriggio, dopo il pranzo alla mensa dei poveri della Caritas dove assaggia per la prima volta la ribollita toscana e scherzosamente promuove sul campo la responsabile a «papessa» per i suoi rimbrotti a chi non si mette buono seduto a pranzare, Bergoglio si reca allo stadio Artemio Franchi, pieno come per le partite più importanti. Almeno cinquantamila persone tra preghiere ed entusiasmo, tra queste ci sono Agnese Renzi con i figli («Un evento storico, Matteo non c’è perché è a Milano per lavorare»), il sottosegretario Luca Lotti («dai fiorentini risposta straordinaria»), Diego Della Valle con il fratello Andrea, presidente della Fiorentina («Questo Papa unisce le generazioni»). E infatti Bergoglio il testimone lo affida ai giovani prima di tutto. E a loro riserva parole sferzanti: «Non state al balcone. Dovete superate l'apatia». Serve coraggio. La nazione non è un museo. «Vi chiedo di essere costruttori dell'Italia, di mettervi al lavoro per una Italia migliore». Francesco spazia da un punto all'altro, riflette per andare al cuore delle cose. È chiaro che si gioca la partita del futuro. E la Chiesa? Nel suo insieme è chiamata ad alzare le vele e andare al largo. La Comunità che tratteggia è l'ospedale da campo che si libera delle resistenze del passato per scendere in strada a chinarsi su chi soffre, su chi è solo, abbandonato, travolto dalle avversità, ammutolito dal tormento. Le solitudini da colmare sono tante, a ogni latitudine e in ogni strato sociale. Storie di vita quotidiana. La povertà ha mille volti. «Mi piace una Chiesa inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti». Bergoglio parla mezz'ora buona per fare capire ai 220 vescovi italiani e ai delegati arrivati a Firenze per il convegno ecclesiale quinquennale che la Chiesa deve cambiare. Una scossa per tutti. Scherza: «Ci sono altre due cartelle da leggere». Cita Guareschi e la sua creazione geniale, don Camillo, il prete della bassa reggiana che dialogava con tutti, persino con il sindaco comunista Peppone con il quale, alla fine, riusciva sempre a trovare un accomodamento per via del bene comune da garantire. I parroci dovrebbero essere un po' come don Camillo. «Vicinanza alla gente e preghiera sono la chiave per vivere un umanesimo cristiano popolare, umile, generoso, lieto». Scherza pure sui mali della Chiesa italiana. Sono solo due: la eccessiva fiducia nelle strutture e nelle pianificazioni e la freddezza di una fede nozionistica che perde la tenerezza. Ben poca cosa rispetto alle piaghe della curia che erano 15, riferendosi ad un discorso di Natale. Nella riflessione fiorentina inserisce la politica. Come rapportarsi con i politici e i dibattiti in corso? Il dialogo è ammesso e benvenuto, non si deve temere, sempre per via dell'esempio di don Camillo, anche se non significa negoziato. Vietato «ricavare la propria fetta della torta comune. Non è questo quello che intendo». Insomma, la Chiesa degli inciuci finisce in soffitta. (Franca Giansoldati – Il Mattino)