Napoli. Bimbo di due madri: atto nullo, scatta l’inchiesta. La Procura acquisisce i documenti

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Il piccolo Ruben, che ha due madri ed è quindi figlio di una coppia dello stesso sesso, può essere iscritto nel registro dello stato civile di Napoli solo rispettando le leggi italiane e non quelle che sono indicate come «orientamento costituzionale». Per tal motivo l’atto di iscrizione va annullato nella parte che viola le norme e, non avendo ottemperato a tale perentoria indicazione il sindaco di Napoli Luigi De Magistris e quindi l’ufficiale dello stato civile, vi ha provveduto ieri il prefetto Gerarda Pantalone. Se il sindaco continuerà a ignorare il provvedimento, il prefetto effettuerà l’annullamento personalmente, recandosi – o delegando un proprio funzionario – negli uffici comunali che si sono resi inadempienti. È lo sviluppo di queste ultime ore di una vicenda, con un’eco non più cittadina, destinata a chiudersi non presto. A renderla ancora più ingarbugliata e a far salire la tensione è anche la notizia di un interessamento dei magistrati. La Procura della Repubblica di Napoli ha chiesto al Comune tutta la documentazione oggetto della contesa. Al di là della linea che seguirà il sindaco De Magistris («Pronti a rivolgerci al Tar», ha annunciato ieri), la Procura vuole capire se e quali reati sono stati commessi in questa circostanza nella tenuta dei registri dello stato civile che sono sottoposti aduna rigida e particolare disciplina normativa. Non è escluso che i magistrati ex colleghi di De Magistris chiedano a stretto giro anche la documentazione prodotta dalla prefettura di rettifica agli atti del Comune. In ogni caso, le ipotesi di reato previste in questo caso sono gravi: al di là degli aspetti politici, resta il piano tecnico della vicenda su cui la prefettura – e, quindi, il ministero dell’Interno – non è disposto a fare alcun passo indietro. E non potrebbe farlo perché la legge glielo impedisce, a maggior ragione in questa fase in cui è scesa in campo direttamente la Procura della Repubblica. Che cosa ha annullato ieri il prefetto Pantalone? Non l’intero atto ma, come aveva preannunciato a De Magistris nella diffida inviatagli una settimana fa, le due parti di esso vietate dalla legge italiana: il doppio cognome, somma di quello delle due donne, e il nome di una delle due sotto la scritta «padre» nel modulo di iscrizione, prevedendosi per tale ruolo solo una persona di sesso maschile. L’annullamento parziale è stato notificato al sindaco con l’obbligo di accluderlo all’atto parzialmente inefficace inserito nel registro dello stato civile, diventandone parte integrante. Il prefetto ha anche chiesto al sindaco di ricevere in brevissimo tempo la conferma scritta di tale inclusione; nel caso di silenzio di De Magistris, la Pantalone interverrà appunto personalmente. Tutto questo al netto dell’azione della Procura e di un’ulteriore decisione del prefetto, a questo punto ormai scontata: l’invio di un’ispezione negli uffici dello stato civile di Napoli. Il bambino oggetto della vicenda è Ruben, nato il 3 agosto scorso con l’inseminazione in Spagna, dove vive la coppia omosessuale: Daniela Conte, napoletana e madre biologica del bimbo, e Marta Loi, sarda. Le due donne sono prive del passaporto spagnolo e quindi non potevano trascrivere la nascita nei registri di quello Stato; da qui la decisione di dare al bambino la cittadinanza italiana, avviando la pratica tramite il nostro consolato a Barcellona. La richiesta era regolare, avanzata da Daniela Conte secondo le leggi dello Stato italiano: il bambino si sarebbe chiamato Ruben Conte, senza l’indicazione del padre nell’atto di nascita. Poi la virata con l’entrata in scena di De Magistris e l’evidente coloritura politica della vicenda, in concomitanza con lo stop del Consiglio di Stato alle unione omosessuali in Italia. De Magistris ha insistito sugli aspetti non tecnici, facendo riferimento al diritto creativo. Da qui le forti polemiche e la decisione del prefetto. Alla base del forte irrigidimento della Pantalone un comunicato stampa ispirato dagli uffici di Palazzo San Giacomo. Gerarda Pantalone è andata su tutte le furie poco prima delle 18, quando ha visto le notizie d’agenzia e i siti web che davano una lettura del suo provvedimento completamente contorto. Ha saputo che quella lettura era stata suggerita dall’ufficio stampa del Comune e ha capito che qualcuno aveva provato a tirarle un trappolone, con una furbizia mediatica che non si aspettava. Si è arrabbiata, non solo con i giornalisti. Ma anche con quel Comune che considerava non ostile e con cui aveva provato ad avere un rapporto cordiale fin dal suo insediamento negli uffici di Piazza Plebiscito. Ma, come in un lampo negli occhi, ha capito che il «volemose bene» non poteva andare più bene e che avrebbe dovuto esercitare, a questo punto con maggiore rigidità, tutte le sue prerogative per evitare di restare schiacciata nel tritacarne della campagna elettorale già avviata da De Magistris, con quest’ultimo orientato a sfruttare ogni pur minimo spazio mediatico per il raggiungimento dei propri obiettivi politici. Il provvedimento di annullamento – è il ragionamento che ha fatto la Pantalone – è chiaro, cristallino e non si presta ad equivoci: l’atto di De Magistris è nullo nella parte in cui ha violato la legge e per lui non ci sono più margini di trattativa. Perché, dunque, la «lettura» data dall’ufficio stampa del Comune di ulteriori cinque giorni di tempo, quasi che il prefetto stesse alla mercé del sindaco, in una materia delicata come lo stato civile, e con la ragionevole certezza di un interessamento della magistratura per i reati commessi? Un intorbidimento delle acque, si è risposto il prefetto che ha deciso di non spostarsi di un millimetro dalla linea dura e di diffondere una nota stampa che correggesse quella del Comune. Mai accaduto finora; la fine di un feeling che sembrava reggere e che poteva rivelarsi prezioso in una fase importante come quella precedente alla consultazione elettorale, evitando l’isolamento istituzionale del sindaco, dannoso per la città. Una linea dura non improvvisata ma concordata con il ministero, trovando sponda negli altri soggetti istituzionali sullo scenario cittadino: non è una sprovveduta la Pantalone e non si muove senza aver ponderato le mosse e aver verificato il contesto. Prima di annullare l’atto – è agevole ipotizzare – ha parlato a lungo con il ministero, ai massimi livelli. Sia con il Capo del Dipartimento degli affari interni, Betty Belgiorno, sia con il capo gabinetto del ministro, Luciana Lamorgese. Ha verificato gli aspetti giuridici con i funzionari in prefettura e ha informato i diretti collaboratori del ministro Angelino Alfano che, a sua volta, ha aperto un fronte interno al governo sul tema delle unioni omosessuali, cogliendo gli aspetti sociali e culturali di una questione che ritiene essere di natura politica. Non che il ministro voglia schierarsi contro il sindaco di Napoli, con il quale peraltro ha già un pessimo rapporto, ma perché vuole ribadire quanto stanno facendo i prefetti in diverse località italiane sul fronte della difesa della legge nel settore dei diritti civili e quindi per la tutela della famiglia. La Pantalone ha inviato l’atto in Comune ieri pomeriggio, prima di andare a Marigliano dove si celebravano i funerali del papà di un suo amico e collega, il prefetto Enzo Panico, Capo della Segreteria del Dipartimento della Pubblica Sicurezza. A Marigliano ha trovato non solo i vertici di quel Dipartimento, con il Capo della Polizia Alessandro Pansa, ma alcuni esponenti chiave del Viminale, come lo stesso capo gabinetto Lamorgese e il capo dell’ufficio legislativo, il prefetto napoletano Bruno Frattasi, fine giurista. Il ministero dell’Interno è monolitico su questa vicenda napoletana, gli uffici sono in piena sintonia e non hanno lasciato alcuno spiraglio per un’interpretazione diversa della norma. De Magistris – è il ragionamento dei tecnici del Viminale – ha sbagliato a trascrivere quell’atto, ben sapendo di violare la legge e non potendo in questo settore affidarsi ad una lettura personale rifugiandosi nell’interpretazione dinamica del diritto pubblico. Qui non si tratta di interpretare la Costituzione ma di applicare le norme del diritto penale e i regolamenti sulla tenuta dello stato civile: e un sindaco che è stato anche magistrato come De Magistris – dicono al Viminale – non può non saperlo. (Antonello Velardi – Il Mattino) 

Il piccolo Ruben, che ha due madri ed è quindi figlio di una coppia dello stesso sesso, può essere iscritto nel registro dello stato civile di Napoli solo rispettando le leggi italiane e non quelle che sono indicate come «orientamento costituzionale». Per tal motivo l’atto di iscrizione va annullato nella parte che viola le norme e, non avendo ottemperato a tale perentoria indicazione il sindaco di Napoli Luigi De Magistris e quindi l’ufficiale dello stato civile, vi ha provveduto ieri il prefetto Gerarda Pantalone. Se il sindaco continuerà a ignorare il provvedimento, il prefetto effettuerà l’annullamento personalmente, recandosi – o delegando un proprio funzionario – negli uffici comunali che si sono resi inadempienti. È lo sviluppo di queste ultime ore di una vicenda, con un’eco non più cittadina, destinata a chiudersi non presto. A renderla ancora più ingarbugliata e a far salire la tensione è anche la notizia di un interessamento dei magistrati. La Procura della Repubblica di Napoli ha chiesto al Comune tutta la documentazione oggetto della contesa. Al di là della linea che seguirà il sindaco De Magistris («Pronti a rivolgerci al Tar», ha annunciato ieri), la Procura vuole capire se e quali reati sono stati commessi in questa circostanza nella tenuta dei registri dello stato civile che sono sottoposti aduna rigida e particolare disciplina normativa. Non è escluso che i magistrati ex colleghi di De Magistris chiedano a stretto giro anche la documentazione prodotta dalla prefettura di rettifica agli atti del Comune. In ogni caso, le ipotesi di reato previste in questo caso sono gravi: al di là degli aspetti politici, resta il piano tecnico della vicenda su cui la prefettura – e, quindi, il ministero dell’Interno – non è disposto a fare alcun passo indietro. E non potrebbe farlo perché la legge glielo impedisce, a maggior ragione in questa fase in cui è scesa in campo direttamente la Procura della Repubblica. Che cosa ha annullato ieri il prefetto Pantalone? Non l’intero atto ma, come aveva preannunciato a De Magistris nella diffida inviatagli una settimana fa, le due parti di esso vietate dalla legge italiana: il doppio cognome, somma di quello delle due donne, e il nome di una delle due sotto la scritta «padre» nel modulo di iscrizione, prevedendosi per tale ruolo solo una persona di sesso maschile. L’annullamento parziale è stato notificato al sindaco con l’obbligo di accluderlo all’atto parzialmente inefficace inserito nel registro dello stato civile, diventandone parte integrante. Il prefetto ha anche chiesto al sindaco di ricevere in brevissimo tempo la conferma scritta di tale inclusione; nel caso di silenzio di De Magistris, la Pantalone interverrà appunto personalmente. Tutto questo al netto dell’azione della Procura e di un’ulteriore decisione del prefetto, a questo punto ormai scontata: l’invio di un’ispezione negli uffici dello stato civile di Napoli. Il bambino oggetto della vicenda è Ruben, nato il 3 agosto scorso con l’inseminazione in Spagna, dove vive la coppia omosessuale: Daniela Conte, napoletana e madre biologica del bimbo, e Marta Loi, sarda. Le due donne sono prive del passaporto spagnolo e quindi non potevano trascrivere la nascita nei registri di quello Stato; da qui la decisione di dare al bambino la cittadinanza italiana, avviando la pratica tramite il nostro consolato a Barcellona. La richiesta era regolare, avanzata da Daniela Conte secondo le leggi dello Stato italiano: il bambino si sarebbe chiamato Ruben Conte, senza l’indicazione del padre nell’atto di nascita. Poi la virata con l’entrata in scena di De Magistris e l’evidente coloritura politica della vicenda, in concomitanza con lo stop del Consiglio di Stato alle unione omosessuali in Italia. De Magistris ha insistito sugli aspetti non tecnici, facendo riferimento al diritto creativo. Da qui le forti polemiche e la decisione del prefetto. Alla base del forte irrigidimento della Pantalone un comunicato stampa ispirato dagli uffici di Palazzo San Giacomo. Gerarda Pantalone è andata su tutte le furie poco prima delle 18, quando ha visto le notizie d’agenzia e i siti web che davano una lettura del suo provvedimento completamente contorto. Ha saputo che quella lettura era stata suggerita dall’ufficio stampa del Comune e ha capito che qualcuno aveva provato a tirarle un trappolone, con una furbizia mediatica che non si aspettava. Si è arrabbiata, non solo con i giornalisti. Ma anche con quel Comune che considerava non ostile e con cui aveva provato ad avere un rapporto cordiale fin dal suo insediamento negli uffici di Piazza Plebiscito. Ma, come in un lampo negli occhi, ha capito che il «volemose bene» non poteva andare più bene e che avrebbe dovuto esercitare, a questo punto con maggiore rigidità, tutte le sue prerogative per evitare di restare schiacciata nel tritacarne della campagna elettorale già avviata da De Magistris, con quest’ultimo orientato a sfruttare ogni pur minimo spazio mediatico per il raggiungimento dei propri obiettivi politici. Il provvedimento di annullamento – è il ragionamento che ha fatto la Pantalone – è chiaro, cristallino e non si presta ad equivoci: l’atto di De Magistris è nullo nella parte in cui ha violato la legge e per lui non ci sono più margini di trattativa. Perché, dunque, la «lettura» data dall’ufficio stampa del Comune di ulteriori cinque giorni di tempo, quasi che il prefetto stesse alla mercé del sindaco, in una materia delicata come lo stato civile, e con la ragionevole certezza di un interessamento della magistratura per i reati commessi? Un intorbidimento delle acque, si è risposto il prefetto che ha deciso di non spostarsi di un millimetro dalla linea dura e di diffondere una nota stampa che correggesse quella del Comune. Mai accaduto finora; la fine di un feeling che sembrava reggere e che poteva rivelarsi prezioso in una fase importante come quella precedente alla consultazione elettorale, evitando l’isolamento istituzionale del sindaco, dannoso per la città. Una linea dura non improvvisata ma concordata con il ministero, trovando sponda negli altri soggetti istituzionali sullo scenario cittadino: non è una sprovveduta la Pantalone e non si muove senza aver ponderato le mosse e aver verificato il contesto. Prima di annullare l’atto – è agevole ipotizzare – ha parlato a lungo con il ministero, ai massimi livelli. Sia con il Capo del Dipartimento degli affari interni, Betty Belgiorno, sia con il capo gabinetto del ministro, Luciana Lamorgese. Ha verificato gli aspetti giuridici con i funzionari in prefettura e ha informato i diretti collaboratori del ministro Angelino Alfano che, a sua volta, ha aperto un fronte interno al governo sul tema delle unioni omosessuali, cogliendo gli aspetti sociali e culturali di una questione che ritiene essere di natura politica. Non che il ministro voglia schierarsi contro il sindaco di Napoli, con il quale peraltro ha già un pessimo rapporto, ma perché vuole ribadire quanto stanno facendo i prefetti in diverse località italiane sul fronte della difesa della legge nel settore dei diritti civili e quindi per la tutela della famiglia. La Pantalone ha inviato l’atto in Comune ieri pomeriggio, prima di andare a Marigliano dove si celebravano i funerali del papà di un suo amico e collega, il prefetto Enzo Panico, Capo della Segreteria del Dipartimento della Pubblica Sicurezza. A Marigliano ha trovato non solo i vertici di quel Dipartimento, con il Capo della Polizia Alessandro Pansa, ma alcuni esponenti chiave del Viminale, come lo stesso capo gabinetto Lamorgese e il capo dell’ufficio legislativo, il prefetto napoletano Bruno Frattasi, fine giurista. Il ministero dell’Interno è monolitico su questa vicenda napoletana, gli uffici sono in piena sintonia e non hanno lasciato alcuno spiraglio per un’interpretazione diversa della norma. De Magistris – è il ragionamento dei tecnici del Viminale – ha sbagliato a trascrivere quell’atto, ben sapendo di violare la legge e non potendo in questo settore affidarsi ad una lettura personale rifugiandosi nell’interpretazione dinamica del diritto pubblico. Qui non si tratta di interpretare la Costituzione ma di applicare le norme del diritto penale e i regolamenti sulla tenuta dello stato civile: e un sindaco che è stato anche magistrato come De Magistris – dicono al Viminale – non può non saperlo. (Antonello Velardi – Il Mattino)