Con le armi della poesia

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Ripercorriamo l’opera letteraria dell’artista friulano

Se fosse possibile riassumere la poetica di un autore in una frase, si potrebbe, forse, dire che Pasolini è stato il poeta delle forme eterne dei popoli. Nelle prime fasi della sua ricerca, Pasolini aveva percorso due strade, per così dire, parallele: una prima che, basata sull’uso della lingua friulana (lingua romanza), si rifaceva a una tradizione linguistica pre-novecentesca; e l’altra che, su di un’impostazione stilistica tutto sommato classicista, lo aveva portato alla composizione di alcune stupende pagine di poesia diaristica. All’inizio degli anni Cinquanta, quando la riflessione civile di Pasolini cominciò decisamente ad assumere come punto di riferimento il pensiero marxista, quelle due strade si fusero insieme. In quegli anni il poeta era impegnato nello studio profondo dei testi poetici popolari, della stessa parlata popolare, e infatti, proprio a quel periodo risale la stesura di due suoi studi importantissimi Il canzoniere italiano e Poesia dialettale del Novecento, e quella del suo primo romanzo Ragazzi di vita. La distinzione di classe, per pisolini, non si limitava ovviamente al solo fatto economico, ma comprendeva anche una componente antropologica, di differenza culturale. Quindi, da una parte c’era la borghesia, classe “nuova” che poteva ben definirsi italiana; e dall’altra il popolo il quale, nelle sfere di vita al di fuori della luce della coscienza di classe, nelle zone più leopardianamente incontaminate, era la parte sociale detentrice di un sapere antico, anti-borghese, perché pre-borghese, nazione precedente lo stato, più italiana dell’Italia, nata dal Romanticismo. Il volume Le ceneri di Gramsci è il suo monumento all’antichità della sapienza popolare, e il poemetto che dà il titolo al libro è la lapide posta al bivio della svolta ideologica, piena di spirito innovatore e idealistico, compiuta dal popolo e, insieme, dal suo cantore.  E qualche anno più tardi, ne  La religione del mio tempo, Pasolini scrisse “Al raffinato e al sottoproletariato spetta /la stessa ordinazione gerarchica/dei sentimenti:entrambi fuori dalla storia/in un mondo che non ha varchi/ che verso il sesso e il cuore…”. Con gli anni Sessanta, invece, anni di boom economico, di affermazione del consumismo e di contaminazione della cultura italiana con modelli di vita stranieri, Pasolini finì col maturare una delusione profonda nei confronti del popolo. Egli vedeva nel cambiamento delle “figure” popolari il segno di un processo che lui stesso chiamò “genocidio culturale”. Il nodo ideologico e poetico fondamentale di questa nuova fase fu l’assimilazione del popolo passato. Egli allontanò il popolo e lo rese oggetto di una nuova filosofia che guardava al passato come valore assoluto. Nello stesso tempo, però, Pasolini, proprio in quegli anni in cui la sua solitudine esistenziale e ideologica si faceva più radicale, continuava a cercare un rapporto di continuità con la Tradizione, con una forma eterna. Il libro Poesia in forma di rosa rappresenta, di questo periodo di crisi stimolante e vitale, il testo più rappresentativo. Il dissidio interno di Pasolini, e il conseguente passaggio a una nuova fase poetica, sono testimoniati già dalla struttura stessa del volume, letteralmente diviso in due da un punto di vista sia stilistico sia metrico. In esso sono disegnate le due direttrici su cui la ricerca delle forme eterne si sviluppava. La prima è la scoperta dell’Africa, quale regno dell’incontaminato e della diversità culturale rispetto al mondo neo-capitalistico, l’altra conduce ai testi della sinistra americana. Dalla terzina dantesca al magma thomasiano e poundiano, pur conservando gli stilemi caratteristici del poeta delle ceneri, un percorso di una poesia combattuta fra riferimenti estetici della propria tradizione anche personale , e le urgenze esistenziali e ideologiche che quella tradizione minavano dall’interno, essendo ormai cambiati ontologicamente l’oggetto e il destinatario. Dopo Alì dagli occhi azzurri, raccogliente scritti inediti del 1950, il Transumanar e organizzar, in cui la sua poesia è come esplosa: da una parte si è fatta più affabulatoria, abbandonando lo spessore epico della lingua e affidandosi ad un caos sintattico in cui è difficile riconoscere un destinatario, dall’altra il recupero di una dimensione privata, con la ripresa di certe pagine diaristiche che, però, hanno sempre qualcosa di esasperato, come un occhio che sembra avvicinarsi troppo al proprio oggetto da non riuscire a distinguerlo. Fra queste due anime, che sono due mondi, non c’è più possibilità di fusione e comunione. Transumanar e organizzar è il suo ultimo libro, lo scritto di questa impossibilità di comunione, in cui Pasolini mette su carta, e lo urla fin nell’indice, di avere l’anima spaccata.

                                                                                                 

 

Ripercorriamo l’opera letteraria dell’artista friulano

Se fosse possibile riassumere la poetica di un autore in una frase, si potrebbe, forse, dire che Pasolini è stato il poeta delle forme eterne dei popoli. Nelle prime fasi della sua ricerca, Pasolini aveva percorso due strade, per così dire, parallele: una prima che, basata sull’uso della lingua friulana (lingua romanza), si rifaceva a una tradizione linguistica pre-novecentesca; e l’altra che, su di un’impostazione stilistica tutto sommato classicista, lo aveva portato alla composizione di alcune stupende pagine di poesia diaristica. All’inizio degli anni Cinquanta, quando la riflessione civile di Pasolini cominciò decisamente ad assumere come punto di riferimento il pensiero marxista, quelle due strade si fusero insieme. In quegli anni il poeta era impegnato nello studio profondo dei testi poetici popolari, della stessa parlata popolare, e infatti, proprio a quel periodo risale la stesura di due suoi studi importantissimi Il canzoniere italiano e Poesia dialettale del Novecento, e quella del suo primo romanzo Ragazzi di vita. La distinzione di classe, per pisolini, non si limitava ovviamente al solo fatto economico, ma comprendeva anche una componente antropologica, di differenza culturale. Quindi, da una parte c’era la borghesia, classe “nuova” che poteva ben definirsi italiana; e dall’altra il popolo il quale, nelle sfere di vita al di fuori della luce della coscienza di classe, nelle zone più leopardianamente incontaminate, era la parte sociale detentrice di un sapere antico, anti-borghese, perché pre-borghese, nazione precedente lo stato, più italiana dell’Italia, nata dal Romanticismo. Il volume Le ceneri di Gramsci è il suo monumento all’antichità della sapienza popolare, e il poemetto che dà il titolo al libro è la lapide posta al bivio della svolta ideologica, piena di spirito innovatore e idealistico, compiuta dal popolo e, insieme, dal suo cantore.  E qualche anno più tardi, ne  La religione del mio tempo, Pasolini scrisse “Al raffinato e al sottoproletariato spetta /la stessa ordinazione gerarchica/dei sentimenti:entrambi fuori dalla storia/in un mondo che non ha varchi/ che verso il sesso e il cuore…”. Con gli anni Sessanta, invece, anni di boom economico, di affermazione del consumismo e di contaminazione della cultura italiana con modelli di vita stranieri, Pasolini finì col maturare una delusione profonda nei confronti del popolo. Egli vedeva nel cambiamento delle “figure” popolari il segno di un processo che lui stesso chiamò “genocidio culturale”. Il nodo ideologico e poetico fondamentale di questa nuova fase fu l’assimilazione del popolo passato. Egli allontanò il popolo e lo rese oggetto di una nuova filosofia che guardava al passato come valore assoluto. Nello stesso tempo, però, Pasolini, proprio in quegli anni in cui la sua solitudine esistenziale e ideologica si faceva più radicale, continuava a cercare un rapporto di continuità con la Tradizione, con una forma eterna. Il libro Poesia in forma di rosa rappresenta, di questo periodo di crisi stimolante e vitale, il testo più rappresentativo. Il dissidio interno di Pasolini, e il conseguente passaggio a una nuova fase poetica, sono testimoniati già dalla struttura stessa del volume, letteralmente diviso in due da un punto di vista sia stilistico sia metrico. In esso sono disegnate le due direttrici su cui la ricerca delle forme eterne si sviluppava. La prima è la scoperta dell’Africa, quale regno dell’incontaminato e della diversità culturale rispetto al mondo neo-capitalistico, l’altra conduce ai testi della sinistra americana. Dalla terzina dantesca al magma thomasiano e poundiano, pur conservando gli stilemi caratteristici del poeta delle ceneri, un percorso di una poesia combattuta fra riferimenti estetici della propria tradizione anche personale , e le urgenze esistenziali e ideologiche che quella tradizione minavano dall’interno, essendo ormai cambiati ontologicamente l’oggetto e il destinatario. Dopo Alì dagli occhi azzurri, raccogliente scritti inediti del 1950, il Transumanar e organizzar, in cui la sua poesia è come esplosa: da una parte si è fatta più affabulatoria, abbandonando lo spessore epico della lingua e affidandosi ad un caos sintattico in cui è difficile riconoscere un destinatario, dall’altra il recupero di una dimensione privata, con la ripresa di certe pagine diaristiche che, però, hanno sempre qualcosa di esasperato, come un occhio che sembra avvicinarsi troppo al proprio oggetto da non riuscire a distinguerlo. Fra queste due anime, che sono due mondi, non c’è più possibilità di fusione e comunione. Transumanar e organizzar è il suo ultimo libro, lo scritto di questa impossibilità di comunione, in cui Pasolini mette su carta, e lo urla fin nell’indice, di avere l’anima spaccata.