Pompei. Crollo Schola Armaturarum, superperizia per stabilire se la manutenzione era carente o fu colpa del maltempo

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Pompei. Altri tre mesi e una superperizia serviranno per scoprire la verità sul crollo della Schola Armaturarum. Ieri mattina, infatti, il giudice Ernesto Anastasio – presidente del collegio della prima sezione penale del tribunale di Torre Annunziata, a latere Ciollaro e De Sena – ha nominato un nuovo perito super partes perché faccia finalmente luce sul caso che ha sconvolto e indignato il mondo intero esattamente cinque anni fa. A processo, con l’accusa di crollo colposo, c’è solamente l’architetta della Soprintendenza di Pompei (oggi in pensione) Paola Rispoli, all’epoca dei fatti responsabile delle Regioni I e III degli scavi di Pompei. Era il 6 novembre 2010 quando la casa dei gladiatori di via dell’Abbondanza venne giù, lasciando solo un cumulo di macerie che scatenò polemiche in tutto il mondo. Era il periodo in cui l’area archeologica stava vivendo l’epoca commissariale, la cosiddetta «emergenza Pompei», che ha portato nelle aule del tribunale oplontino anche il caso degli sprechi per il restauro del Teatro Grande. Da allora gli scavi di Pompei hanno vissuto alti e bassi, piccoli crolli un po’ ovunque e visto l’apertura di numerose inchieste della magistratura, ultima quella sui presunti scioperi pilotati. Ma è tutta un’altra storia. Ieri mattina, dunque, è stato conferito l’incarico all’ingegnere Lucio Fino, professore ordinario di Scienze delle Costruzioni alla Facoltà di Architettura dell’Università Federico II di Napoli, che avrà il compito di porre la parola «fine» ad una vicenda che continua a dibattersi tra presunte responsabilità e semplice maltempo. «Innanzitutto acquisirò le due perizie – ha detto il professor Fino dopo aver accettato l’incarico – e poi il 5 novembre incontrerò i due professionisti che le hanno redatte. Successivamente, effettueremo un sopralluogo nell’area archeologica per verificare dal vivo la situazione». Le perizie dell’accusa e della difesa sono risultate a tratti contrastanti ed entrambe allegano documentazione scientifica con motivazioni chiare. Se da un lato vengono evidenziate presunte colpe in ordine a «previsioni» di danni alla struttura della Schola Armaturarum non ravvisate dallo staff guidato dalla Rispoli, di contro esistono fior di studiosi che parlano di «anomale quantità di pioggia» cadute in poche ore sull’area archeologica, con flussi d’acqua così imponenti da causare il cedimento di una struttura rinforzata dal cemento armato, sotto la pressione del terrapieno prospiciente. Chi ha ragione? Neanche il pubblico ministero Emilio Prisco, a chiusura del dibattimento, ha preso una posizione definitiva, chiedendo al collegio di giudici una ulteriore perizia per chiarire la vicenda che precederà la sua requisitoria e l’eventuale richiesta di condanna. Il superperito nominato ieri, però, non è un professionista di archeologia, anche se ha esperienze in interventi alle strutture storiche, come il restauro della Casa del Clero a Capodimonte. Se sarà necessario, potrà essere affiancato anche da un altro professionista, come chiesto in aula dal difensore dell’unica imputata, l’avvocato Orazio Cicatelli. A quanto pare, però, i dubbi maggiori sono riferiti proprio alle condizioni della struttura nelle ore che hanno preceduto il crollo. La domus, già danneggiata dai bombardamenti della seconda guerra mondiale e ristrutturata negli anni ’50 con pesanti controsoffitti in cemento armato, fu sottoposta ad un nuovo restyling pochi mesi prima del crollo, tra gennaio e luglio 2010, e in quei mesi più volte controllata da archeologi ed esperti. I risultati della nuova perizia saranno depositati tra 90 giorni, in tempo utile per la prossima udienza che è stata fissata a febbraio. A quel punto, il processo di primo grado vivrà l’ultimo capitolo, con la requisitoria del pm e la sentenza. (Dario Sautto – Il Mattino)

Pompei. Altri tre mesi e una superperizia serviranno per scoprire la verità sul crollo della Schola Armaturarum. Ieri mattina, infatti, il giudice Ernesto Anastasio – presidente del collegio della prima sezione penale del tribunale di Torre Annunziata, a latere Ciollaro e De Sena – ha nominato un nuovo perito super partes perché faccia finalmente luce sul caso che ha sconvolto e indignato il mondo intero esattamente cinque anni fa. A processo, con l’accusa di crollo colposo, c’è solamente l’architetta della Soprintendenza di Pompei (oggi in pensione) Paola Rispoli, all’epoca dei fatti responsabile delle Regioni I e III degli scavi di Pompei. Era il 6 novembre 2010 quando la casa dei gladiatori di via dell’Abbondanza venne giù, lasciando solo un cumulo di macerie che scatenò polemiche in tutto il mondo. Era il periodo in cui l’area archeologica stava vivendo l’epoca commissariale, la cosiddetta «emergenza Pompei», che ha portato nelle aule del tribunale oplontino anche il caso degli sprechi per il restauro del Teatro Grande. Da allora gli scavi di Pompei hanno vissuto alti e bassi, piccoli crolli un po’ ovunque e visto l’apertura di numerose inchieste della magistratura, ultima quella sui presunti scioperi pilotati. Ma è tutta un’altra storia. Ieri mattina, dunque, è stato conferito l’incarico all’ingegnere Lucio Fino, professore ordinario di Scienze delle Costruzioni alla Facoltà di Architettura dell’Università Federico II di Napoli, che avrà il compito di porre la parola «fine» ad una vicenda che continua a dibattersi tra presunte responsabilità e semplice maltempo. «Innanzitutto acquisirò le due perizie – ha detto il professor Fino dopo aver accettato l’incarico – e poi il 5 novembre incontrerò i due professionisti che le hanno redatte. Successivamente, effettueremo un sopralluogo nell’area archeologica per verificare dal vivo la situazione». Le perizie dell’accusa e della difesa sono risultate a tratti contrastanti ed entrambe allegano documentazione scientifica con motivazioni chiare. Se da un lato vengono evidenziate presunte colpe in ordine a «previsioni» di danni alla struttura della Schola Armaturarum non ravvisate dallo staff guidato dalla Rispoli, di contro esistono fior di studiosi che parlano di «anomale quantità di pioggia» cadute in poche ore sull’area archeologica, con flussi d’acqua così imponenti da causare il cedimento di una struttura rinforzata dal cemento armato, sotto la pressione del terrapieno prospiciente. Chi ha ragione? Neanche il pubblico ministero Emilio Prisco, a chiusura del dibattimento, ha preso una posizione definitiva, chiedendo al collegio di giudici una ulteriore perizia per chiarire la vicenda che precederà la sua requisitoria e l’eventuale richiesta di condanna. Il superperito nominato ieri, però, non è un professionista di archeologia, anche se ha esperienze in interventi alle strutture storiche, come il restauro della Casa del Clero a Capodimonte. Se sarà necessario, potrà essere affiancato anche da un altro professionista, come chiesto in aula dal difensore dell’unica imputata, l’avvocato Orazio Cicatelli. A quanto pare, però, i dubbi maggiori sono riferiti proprio alle condizioni della struttura nelle ore che hanno preceduto il crollo. La domus, già danneggiata dai bombardamenti della seconda guerra mondiale e ristrutturata negli anni ’50 con pesanti controsoffitti in cemento armato, fu sottoposta ad un nuovo restyling pochi mesi prima del crollo, tra gennaio e luglio 2010, e in quei mesi più volte controllata da archeologi ed esperti. I risultati della nuova perizia saranno depositati tra 90 giorni, in tempo utile per la prossima udienza che è stata fissata a febbraio. A quel punto, il processo di primo grado vivrà l’ultimo capitolo, con la requisitoria del pm e la sentenza. (Dario Sautto – Il Mattino)