Napoli. E’ caccia alle botteghe del colonnato di Piazza Plebiscito, già centinaia di richieste al vaglio del prefetto

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Napoli. Caccia alle botteghe del colonnato di Piazza del Plebiscito, sono poche, una quindicina e le richieste centinaia. Fa gola una vetrina nella piazza simbolo di Napoli, è un po’ come stare sempre al centro del mondo. Del resto, da quando il famoso pino di via Orazio non c’è più, è il Plebiscito la cartolina mediaticamente più efficace di Napoli insieme al lungomare. Chi le vuole? Il meglio dell’artigianato napoletano che fa rima con artigianato di livello internazionale, insomma le griffe di casa nostra e non solo. Un passo indietro per capire di cosa stiamo parlando. Venerdì l’annuncio del sindaco Luigi de Magistris – secondo il quale per la fine dell’anno la piazza simbolo della città potrà finalmente essere più viva e vivibile – della riapertura delle botteghe sotto al colonnato e la possibilità di mettere anche tavolini d’autore dentro la stessa agorà. Un lavoro in sinergia che dura da due anni che ha portato all’ultimazione dei cantieri. Insieme, questa la novità politico-amministrativa, Comune, governo con tre ministeri (Difesa, Interno e Mibac) il Provveditorato alle opere pubbliche, il Demanio, la Curia, la Prefettura e la Sovrintendenza retta da Luciano Garella. Ciascuno di quelli che – dal sottosuolo alla chiesa – sono proprietari di pezzi di Piazza del Plebiscito ha fatto la sua parte. Due anni di lavoro ormai ultimati e un pressing forsennato di artigiani e commercianti per accaparrarsi una di quelle botteghe. Per il prefetto Gerarda Pantalone – tocca a lei l’assegnazione dei locali – non sarà semplice la scelta. Maurizio Marinella, il re delle cravatte, il sarto Eddy Monetti, già hanno espresso la loro volontà di esserci, anche accollandosi, se fosse necessario, eventuali costi aggiuntivi per le rifiniture delle botteghe. Spinge l’intera categoria, Mario Talarico della omonima marca di ombrelli non ne fa mistero, anzi: una di quelle botteghe la vuole fortemente. L’assessore al Commercio Enrico Panini martedì, prevedendo il boom delle richieste, ha battezzato in sala giunta l’Albo cittadino delle botteghe storiche. Il motivo? È lui stesso a spiegarlo: «Tutelare, promuovere e valorizzare le attività commerciali di pregio, quelle che hanno un forte radicamento urbano e che costituiscono una importante testimonianza della storia, della cultura, dell’arte e della tradizione imprenditoriale napoletana. Per questo motivo nasce “l’Albo degli Esercizi e delle Botteghe Storiche della Città di Napoli”, quelle che saranno riconosciute come parte della stessa storia della città, gli esercizi commerciali, i pubblici esercizi, le botteghe d’arte e degli antichi mestieri, nonché le imprese storiche ultracentenarie». Sembra un identikit fatto su misura di Piazza del Plebiscito: «Le procedure per l’iscrizione sono già cominciate e sul sito internet del Comune sono presenti tutte le informazioni per partecipare: rispetto alla previsione regionale, è possibile una deroga agli anni di attività, in presenza di condizioni particolari come la specializzazione in prodotti tipici locali». Che requisiti bisogna avere per iscriversi all’Albo? «Svolgimento di attività di rilevante interesse per il mantenimento ed il consolidamento delle tradizioni economiche, culturali e dell’immagine della città». E ancora: «Svolgimento della medesima attività da almeno cinquant’anni nella stessa sede, anche se con denominazioni, insegne, gestioni o proprietà diverse, a condizione che siano state mantenute nel tempo le caratteristiche originarie dell’attività. Avanti c’è posto, sembra dire l’assessore. In realtà con l’istituzione dell’Albo – e i requisiti specifici necessari – la platea degli aspiranti ad avere una vetrina nella piazza simbolo si assottiglia: il duello è fra i giganti della tradizione napoletana. Chi la spunterà? Lì sotto i colonnati della piazza il posto c’è? Si diceva che le botteghe sono una quindicina ed è effettivamente questo il dato con il quale fare i conti. Guardando di faccia lo stesso colonnato, quelle che sono a sinistra, lato Palazzo Salerno, sono le più piccole, all’opposto, verso piazzetta Carolina, le più grandi con addirittura l’ingresso doppio. Tuttavia, atteso che c’è una Piazza Plebiscito di sopra e una di sotto, quella ipogea, anche gli spazi raddoppiano. Installazioni artistiche e botteghe sono infatti consentite a livello ipogeo. Pochi mesi e si saprà se davvero Piazza del Plebiscito indosserà un altro abito per le feste di Natale e chi avrà l’onore e l’onere di rappresentare la città nella sua vetrina più luminosa. (Luigi Roano – Il Mattino)

Napoli. Caccia alle botteghe del colonnato di Piazza del Plebiscito, sono poche, una quindicina e le richieste centinaia. Fa gola una vetrina nella piazza simbolo di Napoli, è un po’ come stare sempre al centro del mondo. Del resto, da quando il famoso pino di via Orazio non c’è più, è il Plebiscito la cartolina mediaticamente più efficace di Napoli insieme al lungomare. Chi le vuole? Il meglio dell’artigianato napoletano che fa rima con artigianato di livello internazionale, insomma le griffe di casa nostra e non solo. Un passo indietro per capire di cosa stiamo parlando. Venerdì l’annuncio del sindaco Luigi de Magistris – secondo il quale per la fine dell’anno la piazza simbolo della città potrà finalmente essere più viva e vivibile – della riapertura delle botteghe sotto al colonnato e la possibilità di mettere anche tavolini d’autore dentro la stessa agorà. Un lavoro in sinergia che dura da due anni che ha portato all’ultimazione dei cantieri. Insieme, questa la novità politico-amministrativa, Comune, governo con tre ministeri (Difesa, Interno e Mibac) il Provveditorato alle opere pubbliche, il Demanio, la Curia, la Prefettura e la Sovrintendenza retta da Luciano Garella. Ciascuno di quelli che – dal sottosuolo alla chiesa – sono proprietari di pezzi di Piazza del Plebiscito ha fatto la sua parte. Due anni di lavoro ormai ultimati e un pressing forsennato di artigiani e commercianti per accaparrarsi una di quelle botteghe. Per il prefetto Gerarda Pantalone – tocca a lei l’assegnazione dei locali – non sarà semplice la scelta. Maurizio Marinella, il re delle cravatte, il sarto Eddy Monetti, già hanno espresso la loro volontà di esserci, anche accollandosi, se fosse necessario, eventuali costi aggiuntivi per le rifiniture delle botteghe. Spinge l’intera categoria, Mario Talarico della omonima marca di ombrelli non ne fa mistero, anzi: una di quelle botteghe la vuole fortemente. L’assessore al Commercio Enrico Panini martedì, prevedendo il boom delle richieste, ha battezzato in sala giunta l’Albo cittadino delle botteghe storiche. Il motivo? È lui stesso a spiegarlo: «Tutelare, promuovere e valorizzare le attività commerciali di pregio, quelle che hanno un forte radicamento urbano e che costituiscono una importante testimonianza della storia, della cultura, dell’arte e della tradizione imprenditoriale napoletana. Per questo motivo nasce “l’Albo degli Esercizi e delle Botteghe Storiche della Città di Napoli”, quelle che saranno riconosciute come parte della stessa storia della città, gli esercizi commerciali, i pubblici esercizi, le botteghe d’arte e degli antichi mestieri, nonché le imprese storiche ultracentenarie». Sembra un identikit fatto su misura di Piazza del Plebiscito: «Le procedure per l’iscrizione sono già cominciate e sul sito internet del Comune sono presenti tutte le informazioni per partecipare: rispetto alla previsione regionale, è possibile una deroga agli anni di attività, in presenza di condizioni particolari come la specializzazione in prodotti tipici locali». Che requisiti bisogna avere per iscriversi all’Albo? «Svolgimento di attività di rilevante interesse per il mantenimento ed il consolidamento delle tradizioni economiche, culturali e dell’immagine della città». E ancora: «Svolgimento della medesima attività da almeno cinquant’anni nella stessa sede, anche se con denominazioni, insegne, gestioni o proprietà diverse, a condizione che siano state mantenute nel tempo le caratteristiche originarie dell’attività. Avanti c’è posto, sembra dire l’assessore. In realtà con l’istituzione dell’Albo – e i requisiti specifici necessari – la platea degli aspiranti ad avere una vetrina nella piazza simbolo si assottiglia: il duello è fra i giganti della tradizione napoletana. Chi la spunterà? Lì sotto i colonnati della piazza il posto c’è? Si diceva che le botteghe sono una quindicina ed è effettivamente questo il dato con il quale fare i conti. Guardando di faccia lo stesso colonnato, quelle che sono a sinistra, lato Palazzo Salerno, sono le più piccole, all’opposto, verso piazzetta Carolina, le più grandi con addirittura l’ingresso doppio. Tuttavia, atteso che c’è una Piazza Plebiscito di sopra e una di sotto, quella ipogea, anche gli spazi raddoppiano. Installazioni artistiche e botteghe sono infatti consentite a livello ipogeo. Pochi mesi e si saprà se davvero Piazza del Plebiscito indosserà un altro abito per le feste di Natale e chi avrà l’onore e l’onere di rappresentare la città nella sua vetrina più luminosa. (Luigi Roano – Il Mattino)