Lavori a Punta Campanella. Campanello di allarme o campana a martello?

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Riceviamo e pubblichiamo una riflessione di Antonino De Angelis sui lavori di punta Campanella dopo le denunce fatte dal WWF Penisola Sorrentina che hanno fatto luce su questi lavori e l’intervento dei Carabinieri di Sorrento con la Soprintendenza di Napoli 

L’impostazione del progetto che sta interessando la via Minervia verso Punta Campanella messo in esecuzione dal comune di Massalubrense e che sta suscitando tante proteste è quella classica: si premette il grande valore storico ambientale e paesaggistico del sito, se ne enfatizza l’enorme spessore culturale e nello stesso tempo, con le previsioni di progetto, una volta attuato, proprio quei valori e quel potenziale si mortifica e il più delle volte si distrugge. Tutte le opere pubbliche (e private) che hanno sconvolto il nostro territorio riportano questa premessa tesa a dimostrare (inesistenti) sensibilità e (finta) consapevolezza al cospetto dell’opinione pubblica e, soprattutto, di coloro che quei progetti dovranno valutare e approvare (uffici regionali, commissioni comunali, soprintendenza ecc.). Il progetto dell’amico architetto Maurizio Schiazzano non sfugge a questa regola ampiamente sperimentata negli ultimi decenni, pregna di ambiguità e ipocrisia. In questo caso, a sostegno del grande valore del sito, si riporta, nella relazione generale, l’elenco di tutti i vincoli imposti sulla località di punta Campanella dagli strumenti di tutela, salvo poi a prevedere opere e interventi che quei vincoli puntualmente andranno a violare. Ed è successo proprio così, ambiguità fuorviante per l’opinione pubblica ma non già per gli esperti chiamati a valutare ed approvare, perché a ben leggere le carte (come i tecnici sanno fare, ma per mille motivi preferiscono chiudere gli occhi) si vede subito dove si vuole arrivare e ciò che si intende conseguire. Ambiguità a partire dal titolo del progetto che recita: “Restauro manufatti ed abbattimento barriere architettoniche di via Campanella”, continuando a leggere si capisce benissimo che non si tratterà di “restauro” e che il riferimento alle barrire architettoniche nasconde fini diversi circa la destinazione d’uso del complesso. Ma procediamo con ordine. Diciamo subito ciò che la normativa di tutela ESCLUDE dagli interventi ammessi nella Zona Territoriale 13 del Piano Urbanistico Territoriale (PUT- L.R. 35/1987); lo ricaviamo dallo stesso allegato al progetto (A). La legge infatti recita così: “ 1) – impedire l’EDIFICAZIONE in qualsiasi forma, sia pubblica che privata; 2) – impedire la modificazione del suolo e della vegetazione arborea; 3)-impedire l’attraversamento di strade, di ELETTRODOTTI e di ALTRI VETTORI; 4) – consentire l’uso pubblico, che dovrà essere regolamentato al fine di salvaguardare l’integrità del complesso”. Già dal progetto, ma ancora di più ed in maniera eclatante, dai lavori in corso, si vede come le opere previste non configurino un innocuo e meritevole “restauro” bensì vere e proprie opere di “edificazione” giacché si tratta proprio di opere di edilizia quali sono la nuova configurazione e, in alcuni tratti, l’allargamento della sede stradale realizzata in calcestruzzo con ivi murature di sottoscarpa, muri di confine e nuovi parapetti, il tutto eseguito con impiego di cemento armato realizzato con la tecnica dal ‘sandwich’ dove il cemento è foderato con schegge di calcare e/o materiale similare estraneo al contesto; infine i sottoservizi dove si realizzano “ELETTRODOTTI ED ALTRI VETTORI”. Tutto questo in plateale violazione della norma sopra richiamata ed in spregio agli elementari criteri del restauro tanto pomposamente indicato in epigrafe. Bastava che i promotori e il redattore del progetto si fossero affacciati appena al di là nella Baia di Ieranto per vedere ciò che si intende quando si parla di “restauro”. Qui sono stati restaurati, con le tecniche corrette, centinaia di metri di muri a secco; è stata restaurata la torre di Montalto, gli edifici rurali, quelli della cava e la vegetazione, offerti poi ad una fruizione coerente e consapevole (Doc. fotografica allegata) . Ma questo non è il modello preferito dalla “popolazione autoctona”di Massalubrense; troppo distanti, per mentalità e cultura sono apparsi la proprietà (il Fai) e la progettazione (Università di Cagliari). Ma questa, purtroppo, è un’altra storia. E veniamo all’altra indicazione del titolo, cioè l’ “abbattimento delle barriere architettoniche”. Intanto nel progetto mai si fa cenno alla classificazione della via della Campanella e mai si fa riferimento all’uso “pedonale” fin’ora praticato; si omette di includere la sede stradale fra i “gioielli” della località quando si elencano come tali: la scritta osca, gli approdi, la torre ecc. (pag.16) E la strada? Essa non è, per l’amico Schiazzano, un elemento archeologico da tutelare come via dell’Abbondanza a Pompei o la via Appia Antica a Roma? Eppure ha ricordato che essa rappresenta l’ultimo tratto della viabilità dell’Impero romano nella mitica pianta Pheuntingeriana. Intanto oltre a dotare la strada di sottoservizi per l’alimentazione idrica, elettrica e telefonica (espressamente VIETATI dalla legge anche se il progetto, consapevole di ciò, si affretta a dire che saranno collocati “solo i tubi”(sic), la previsione, e peggio ancora i lavori in corso, stanno eliminando tutti i possibili ‘inciampi’ a favore delle motocarrozzette dei disabili il che, strumentalizzando un reale disagio sociale ampiamente ignorato nei centri abitati, apre la strada ai mezzi meccanici quali motorini, motoape, jeep e piccole vetture, immettendo così quegli elementi (e non saranno i soli) che connotano una inammissibile urbanizzazione del luogo. Nell’importo di oltre TRE MILIONI di euro (una somma esorbitante per le reali esigenze di restauro) una bella fetta sarà impiegata nella trasformazione d’uso (anch’essa vietata dalla legge) della torre Minerva, infatti il progetto prevede per quel monumento la dotazione di SERVIZI (?) per allestire mostre, congressi, uffici turistici ed altre attività culturali; naturalmente il tutto collegato con le reti idriche, elettriche e telefoniche di cui innanzi. Tutto questo è, e rimane, una inammissibile e illegittima trasformazione urbanistica di un sito che è (come è detto nello stesso testo del progetto) di grandissimo valore riconosciuto dall’Unesco come “patrimonio dell’umanità”. Anche qui una consapevolezza smentita dai risultati che porteranno all’inquinamento luminoso, acustico e dell’aria, annullando le armonie del mare e della natura insieme ai profumi e gli aromi della ‘macchia’. Alla fine ci si chiede perché un tale sproposito sia stato concepito e approvato; si è trattato di distrazione? di incompetenza? di ignoranza? Nulla di tutto questo, la ragione risiede nella incapacità di individuare coerenti modelli di sviluppo innovativi e compatibili con il grande potenziale offerto da siti come quello di Punta Campanella. Si persegue invece un modello di sfruttamento consumistico ampiamente sperimentato come quello che negli ultimi decenni ha massacrato gran parte del territorio della penisola sorrentina. La tanto decantata “nuova consapevolezza” ostentata da “vecchie conoscenze politiche” che in questi ultimi tempi tentano di rigenerarsi per associarsi al nuovo corso, miseramente si infrange di fronte ad operazioni come questa verso cui restano come sempre silenziosi e indifferenti. Ci si chiede ancora se il progetto in fase di attuazione sulla via Minervia costituisca premessa e modello per l’annunciata “rifunzionalizzazione” che prevede tra l’altro il prolungamento del tracciato verso la Baia di Ieranto così come qualche anno fa è stato annunciato dal comune di Massalubrense che mira alla realizzazione di un anello di collegamento, attraverso la località Rezzaro e il fianco del monte San Costanzo, con il villaggio di Nerano. Stupisce in questa operazione il coinvolgimento del Fai – Fondo Ambiente Italiano (pag.17) di cui conosciamo l’attenzione riservata alla sua proprietà in attuazione dei restauri del 2002 (Vds. Foto) Ma questo attiene al futuro e chiederemo al Fai se trattasi di un reale positivo contributo o, invece, solo di una copertura ad operazioni tradizionalmente estranee alla benemerita fondazione. Intanto occorre contrastare con tutte le forze l’operazione in corso portata avanti in VIOLAZIONE DELLA LEGGE a disdoro della cultura che da millenni impregna questa parte del territorio.

restauro dei muri a secco 

scalone dei minatori 

 

Piccolo edificio rurale restaurato con malte ricavate sul posto (pozzolana e calce viva)

Riceviamo e pubblichiamo una riflessione di Antonino De Angelis sui lavori di punta Campanella dopo le denunce fatte dal WWF Penisola Sorrentina che hanno fatto luce su questi lavori e l'intervento dei Carabinieri di Sorrento con la Soprintendenza di Napoli 

L’impostazione del progetto che sta interessando la via Minervia verso Punta Campanella messo in esecuzione dal comune di Massalubrense e che sta suscitando tante proteste è quella classica: si premette il grande valore storico ambientale e paesaggistico del sito, se ne enfatizza l’enorme spessore culturale e nello stesso tempo, con le previsioni di progetto, una volta attuato, proprio quei valori e quel potenziale si mortifica e il più delle volte si distrugge. Tutte le opere pubbliche (e private) che hanno sconvolto il nostro territorio riportano questa premessa tesa a dimostrare (inesistenti) sensibilità e (finta) consapevolezza al cospetto dell’opinione pubblica e, soprattutto, di coloro che quei progetti dovranno valutare e approvare (uffici regionali, commissioni comunali, soprintendenza ecc.). Il progetto dell’amico architetto Maurizio Schiazzano non sfugge a questa regola ampiamente sperimentata negli ultimi decenni, pregna di ambiguità e ipocrisia. In questo caso, a sostegno del grande valore del sito, si riporta, nella relazione generale, l’elenco di tutti i vincoli imposti sulla località di punta Campanella dagli strumenti di tutela, salvo poi a prevedere opere e interventi che quei vincoli puntualmente andranno a violare. Ed è successo proprio così, ambiguità fuorviante per l’opinione pubblica ma non già per gli esperti chiamati a valutare ed approvare, perché a ben leggere le carte (come i tecnici sanno fare, ma per mille motivi preferiscono chiudere gli occhi) si vede subito dove si vuole arrivare e ciò che si intende conseguire. Ambiguità a partire dal titolo del progetto che recita: “Restauro manufatti ed abbattimento barriere architettoniche di via Campanella”, continuando a leggere si capisce benissimo che non si tratterà di “restauro” e che il riferimento alle barrire architettoniche nasconde fini diversi circa la destinazione d’uso del complesso. Ma procediamo con ordine. Diciamo subito ciò che la normativa di tutela ESCLUDE dagli interventi ammessi nella Zona Territoriale 13 del Piano Urbanistico Territoriale (PUT- L.R. 35/1987); lo ricaviamo dallo stesso allegato al progetto (A). La legge infatti recita così: “ 1) – impedire l’EDIFICAZIONE in qualsiasi forma, sia pubblica che privata; 2) – impedire la modificazione del suolo e della vegetazione arborea; 3)-impedire l’attraversamento di strade, di ELETTRODOTTI e di ALTRI VETTORI; 4) – consentire l’uso pubblico, che dovrà essere regolamentato al fine di salvaguardare l’integrità del complesso”. Già dal progetto, ma ancora di più ed in maniera eclatante, dai lavori in corso, si vede come le opere previste non configurino un innocuo e meritevole “restauro” bensì vere e proprie opere di “edificazione” giacché si tratta proprio di opere di edilizia quali sono la nuova configurazione e, in alcuni tratti, l’allargamento della sede stradale realizzata in calcestruzzo con ivi murature di sottoscarpa, muri di confine e nuovi parapetti, il tutto eseguito con impiego di cemento armato realizzato con la tecnica dal ‘sandwich’ dove il cemento è foderato con schegge di calcare e/o materiale similare estraneo al contesto; infine i sottoservizi dove si realizzano “ELETTRODOTTI ED ALTRI VETTORI”. Tutto questo in plateale violazione della norma sopra richiamata ed in spregio agli elementari criteri del restauro tanto pomposamente indicato in epigrafe. Bastava che i promotori e il redattore del progetto si fossero affacciati appena al di là nella Baia di Ieranto per vedere ciò che si intende quando si parla di “restauro”. Qui sono stati restaurati, con le tecniche corrette, centinaia di metri di muri a secco; è stata restaurata la torre di Montalto, gli edifici rurali, quelli della cava e la vegetazione, offerti poi ad una fruizione coerente e consapevole (Doc. fotografica allegata) . Ma questo non è il modello preferito dalla “popolazione autoctona”di Massalubrense; troppo distanti, per mentalità e cultura sono apparsi la proprietà (il Fai) e la progettazione (Università di Cagliari). Ma questa, purtroppo, è un’altra storia. E veniamo all’altra indicazione del titolo, cioè l’ “abbattimento delle barriere architettoniche”. Intanto nel progetto mai si fa cenno alla classificazione della via della Campanella e mai si fa riferimento all’uso “pedonale” fin’ora praticato; si omette di includere la sede stradale fra i “gioielli” della località quando si elencano come tali: la scritta osca, gli approdi, la torre ecc. (pag.16) E la strada? Essa non è, per l’amico Schiazzano, un elemento archeologico da tutelare come via dell’Abbondanza a Pompei o la via Appia Antica a Roma? Eppure ha ricordato che essa rappresenta l’ultimo tratto della viabilità dell’Impero romano nella mitica pianta Pheuntingeriana. Intanto oltre a dotare la strada di sottoservizi per l’alimentazione idrica, elettrica e telefonica (espressamente VIETATI dalla legge anche se il progetto, consapevole di ciò, si affretta a dire che saranno collocati “solo i tubi”(sic), la previsione, e peggio ancora i lavori in corso, stanno eliminando tutti i possibili ‘inciampi’ a favore delle motocarrozzette dei disabili il che, strumentalizzando un reale disagio sociale ampiamente ignorato nei centri abitati, apre la strada ai mezzi meccanici quali motorini, motoape, jeep e piccole vetture, immettendo così quegli elementi (e non saranno i soli) che connotano una inammissibile urbanizzazione del luogo. Nell’importo di oltre TRE MILIONI di euro (una somma esorbitante per le reali esigenze di restauro) una bella fetta sarà impiegata nella trasformazione d’uso (anch’essa vietata dalla legge) della torre Minerva, infatti il progetto prevede per quel monumento la dotazione di SERVIZI (?) per allestire mostre, congressi, uffici turistici ed altre attività culturali; naturalmente il tutto collegato con le reti idriche, elettriche e telefoniche di cui innanzi. Tutto questo è, e rimane, una inammissibile e illegittima trasformazione urbanistica di un sito che è (come è detto nello stesso testo del progetto) di grandissimo valore riconosciuto dall’Unesco come “patrimonio dell’umanità”. Anche qui una consapevolezza smentita dai risultati che porteranno all’inquinamento luminoso, acustico e dell’aria, annullando le armonie del mare e della natura insieme ai profumi e gli aromi della ‘macchia’. Alla fine ci si chiede perché un tale sproposito sia stato concepito e approvato; si è trattato di distrazione? di incompetenza? di ignoranza? Nulla di tutto questo, la ragione risiede nella incapacità di individuare coerenti modelli di sviluppo innovativi e compatibili con il grande potenziale offerto da siti come quello di Punta Campanella. Si persegue invece un modello di sfruttamento consumistico ampiamente sperimentato come quello che negli ultimi decenni ha massacrato gran parte del territorio della penisola sorrentina. La tanto decantata “nuova consapevolezza” ostentata da “vecchie conoscenze politiche” che in questi ultimi tempi tentano di rigenerarsi per associarsi al nuovo corso, miseramente si infrange di fronte ad operazioni come questa verso cui restano come sempre silenziosi e indifferenti. Ci si chiede ancora se il progetto in fase di attuazione sulla via Minervia costituisca premessa e modello per l’annunciata “rifunzionalizzazione” che prevede tra l’altro il prolungamento del tracciato verso la Baia di Ieranto così come qualche anno fa è stato annunciato dal comune di Massalubrense che mira alla realizzazione di un anello di collegamento, attraverso la località Rezzaro e il fianco del monte San Costanzo, con il villaggio di Nerano. Stupisce in questa operazione il coinvolgimento del Fai – Fondo Ambiente Italiano (pag.17) di cui conosciamo l’attenzione riservata alla sua proprietà in attuazione dei restauri del 2002 (Vds. Foto) Ma questo attiene al futuro e chiederemo al Fai se trattasi di un reale positivo contributo o, invece, solo di una copertura ad operazioni tradizionalmente estranee alla benemerita fondazione. Intanto occorre contrastare con tutte le forze l’operazione in corso portata avanti in VIOLAZIONE DELLA LEGGE a disdoro della cultura che da millenni impregna questa parte del territorio.

restauro dei muri a secco 

scalone dei minatori 

 

Piccolo edificio rurale restaurato con malte ricavate sul posto (pozzolana e calce viva)