L´ALLUVIONE DI ATRANI: NON E´ CAMBIATO MOLTO DA QUEL 25 OTTOBRE DEL 1954

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In un documento approvato dalla 13a Commissione permanente del Senato (relatore il senatore Iuliano) il 28 giugno 2000, a due anni di distanza dall’alluvione che aveva colpito i comuni di Sarno, Siano, Bracigliano, Quindici e san Felice a Cancello, viene sottolineato che, in Campania, il rischio di eventi franosi “è stato sempre molto accentuato”, in conseguenza di piogge di elevata intensità. Come viene sottolineata la necessità di una prevenzione che interessi i livelli più alti dei bacini torrentizi, più che il contenimento a valle, oltre che di un rigoroso regime urbanistico. La riduzione del rischio, avverte il documento, “deve ripartire da un continuo monitoraggio del territorio, degli alvei, dei canali e del reticolo idrografico nel suo insieme, da una stretta sorveglianza dell’intero sistema, da un presidio tecnico ed insediativo delle aree collinari e montane”. Questo, perché “troppo spesso cause umane e naturali hanno ridotto o addirittura annullato la funzionalità idraulica degli alvei di raccolta, il cui ripristino costituisce il primo intervento da effettuare nelle aree di maggiore rischio”.

 

Se in quello che è successo l’altra sera ad Atrani – e non dimentichiamo la frana abbattutasi, appena pochi mesi fa, sul ristorante Zaccaria causando una vittima – ci sono o meno responsabilità non tocca a noi stabilirlo. Resta, però, il fatto che la pericolosità del torrente Dragone era nota da tempo, che la popolazione di Atrani era già in allarme, tanto che s’era dato vita a un apposito comitato cittadino per sollecitare gli interventi del caso. Ma sembra che in questo nostro paese sia prevalsa la consuetudine di attendere che ci piombi addosso la catastrofe prima di correre ai ripari, sempre nel segno dell’emergenza o almeno della cosiddetta “somma urgenza”. Esempio: per bonificare un costone occorre che cada qualche masso sulla strada statale. Per sistemare i bacini montani, deve venir giù prima un’alluvione. Ma poi, una volta sistemati, chi si prende cura di tenere gli alvei in ordine, di far sì che le briglie, realizzate per regolare e contenere il flusso dell’acqua, non si riempiano di detriti venendo così meno alla loro funzione? E che i valloni soprastanti non si trasformino in discariche a cielo aperto? Chi frena il dilagante abusivismo edilizio, che in qualche caso non risparmia neppure l’alveo dei torrenti?

 

Certo, non è possibile controllare l’evento naturale, perché nessuno ne ha la capacità. Ma questo non significa che non sia possibile fare qualcosa per prevenire ed arginare le conseguenze di una pioggia intensa e prolungata, come quella che s’è abbattuta l’altra sera sulla Costiera e, in modo particolare, su Atrani.

 

Al documento del Senato, al quale abbiamo accennato sopra, è allegata una tabella che elenca, sulla base di una ricerca documentata, gli eventi catastrofici verificatisi in Campania. Per quanto riguarda i comuni della Costiera ne sono indicati 17 ad Amalfi (68 vittime), 4 ad Atrani (24), 9 a Cetara (178), 4 a Conca dei Marini, 37 a Maiori (85), 13 a Minori (7), 7 a Positano (3)e a Praiano (19), 9 a Ravello , 3 a Scala, 32 a Tramonti (25). I più gravi, dall’inizio del XX secolo, sono quelli del 24 ottobre 1910, del 24 marzo 1924, del 25 ottobre 1954.

 

Un atto del notaio Battimelli, trascritto dallo storico Matteo Camera, c’informa che l’8 ottobre 1540 Atrani, come pure Maiori, fu sommersa da una grande pioggia, quasi un diluvio, che fece danni “ad omni persone, maxime quelli che se ritrovare havere buoni stabili usque ad vallonate et penderose et de frisco extirpati et zappati”. Avvenne più o meno la stessa cosa l’ultimo giorno di agosto del 1588: “essendo calata grandissima lava et impedita la piacza che nge stavano fracassò et mandò per terra il Seggio di detta Terra la piancha de li nobili Francesco e Gio. Martino Porta spargendosi con tutto ciò per terra la piacza et dove stavano dette barche, con grandissimo periucolo se cascarno anche altre case existendo in detta piacza havendo repieno et guastato lle moline de detta Terra con morte anco de gente. Dall’impeto de la quale lava havendo prorotto fuora arbori, lignami, terra, pietre et rapillo quasi infiniti ha ripiena la marina…”. Non c’erano le auto, ma lo scenario è più o meno quello dell’altra sera, come c’è apparso in un filmato diffuso su You Tube. Come dire, corsi e ricorsi storici.

 

A Cetara e a Maiori si sta organizzando una rievocazione dell’alluvione del 24 ottobre 1910, che sconvolse la costiera, con conseguenze terribili: 120 morti a Cetara, 50 a Erchie, 4 ad Amalfi, 4 a Minori e 6 a Maiori. Uno scenario infernale, così descritto: “La montagna dell’Avvocata al far del giorno si osservò solcata quasi dalla cima in giù da non poche frane”, che travolsero l’abitato di Cetara e, a Maiori, la frazione S. Maria delle Grazie e il rione Lama. “Ed in Amalfi stesso – aggiungono le cronache dell’epoca -, ostruitosi il fiume fino alla volta con fango, massi di pietre e legnami sradicati nella fertile vallata della cartiera, convertissi in letto di fiume tutta la strada dall’ospedale in sotto, riempendo di materiale le botteghe circostanti… Non aggiungo altro di Cetara, immagine di vera distruzione”.

 

Il 24 marzo 1924 una colata di terra e di macigni si abbatté su Vettica Minore, frazione di Amalfi, Vettica Maggiore, frazione di Praiano, su Positano. Anche in questo caso, distruzioni e morti. Tanto da far esclamare all’arcivescovo Mons. Ercolano Marini: “Dov’è più la visione di fascino di Positano, adagiata nel centro dell’anfiteatro delle sue montagne, dove ogni anima stanca si riposa in un sogno di pace? La parte più bella, lo sfondo del suo quadro maestoso, è quasi tutta distrutta con i suoi agrumeti sempre in gioia di verde, con i suoi pacifici olivi e con i suoi noci secolari… Tante sue ville, disseminate a delizia per gli ameni suoi colli, sono state solcate o squarciate come da un ferro forsennato di morte… Anche Vettica Maggiore è a lutto e piange. Molte ferite sono aperte nel suo seno, che sembrava fatto solo per godere la canzone divina dei perenni sussurri del mare… Io torno ad ogni istante col pensiero sconvolto a Vettica Minore, dove il turbine ha spiegato la sua distruggitrice potenza…”.

 

L’alluvione che cinquantasei anni fa, la notte tra il 24 e il 25 ottobre del 1954, devastò terribilmente Maiori, Minori, Vietri sul Mare e Salerno, rimane incancellabile nella memoria di chi scrive queste note, giovane (allora) corrispondente di provincia. Arrivai, alle prime luci dell’alba, sul luogo che, più che altrove, mostrava i segni della tragedia: quello che era stato fino a poche ore prima il corso Reginna a Maiori, il luogo degli incontri, delle attività mercantili, dello struscio. A piedi, da Minori, immersi nella melma. Guardai in giro, palazzi distrutti o sventrati, e mi venne da piangere. Vidi i cadaveri recuperati tra le macerie, assistetti alla ricerca affannosa di poveri corpi straziati, cercai di raccogliere delle testimonianze. Sempre con le lacrime agli occhi. Nel fango, tra le pietre, a mare, furono recuperati 54 morti: tre a Minori, 37 a Maiori, 14 a Tramonti, che sommati a quelli di Salerno, Vietri sul Mare, Cava de’ Tirreni, fecero salire a 318 il numero delle vittime (compresi i dispersi).

 

Alfonso Menna, non ancora sindaco di Salerno (lo divenne due anni dopo), dichiarò in un’intervista che la natura aveva potuto infierire sugli uomini anche perché “non avevano saputo difendersi con una lungimirante politica di tutela del territorio”.

 

E’ davvero triste dover concludere che non è cambiato molto da allora.

 

Sigismondo Nastri

FRANCESCA

 

 

Ti ho vista su Facebook:

guardavi il mare,

quella linea

che segna l’orizzonte

dove s’infrangono pensieri,

sogni, angosce,

speranze.

In quel mare

ti sei persa,

travolta dal vortice

lordo

del Dragone furente.

Come una foglia

nell’aria

sospinta dal vento

ti sei persa,

fuggita nel cielo.

E quando è notte

 serena in costiera,

alzando gli occhi al creato,

ora troviamo il tuo volto

– di ragazza buona, gentile,

che amava la vita –

in ogni stella che brilla.

                                              © Sigismondo Nastri

 

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