L’ esprit mediterraneo di Denis Dufour

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Buon concorso di pubblico al conservatorio Martucci di Salerno per la masterclass e il concerto tenuto dal compositore francese

Di OLGA CHIEFFI

Sta per entrare nel vivo il V festival di Musica Elettroacustica e Contemporanea “Confini Mediterranei”, un progetto del M° Silvia Lanzalone in collaborazione con il M° Giancarlo Turaccio, apertosi con una masterclass e un concerto di Roberto Doati e proseguita con un seminario-laboratorio del prestigioso compositore Denis Dufour, docente del Pôle supérieur d’enseignement artistique Paris Boulogne-Billancourt, profeta dell’arte acusmatica. Dufour ha sempre diviso la sua attività tra la composizione, l’insegnamento e l’organizzazione di collettivi, movimenti, concerti, seminari e agli allievi salernitani e alla platea di ascoltatori, cui ha dedicato un concerto “Esprit de Suite/Salerno”, ha proposto il suo affascinante modo di comporre ed eseguire la musica, una sorta di orchestra composta da diversi e numerosi diffusori distribuiti in sala, attorno e in mezzo al pubblico che affonda le radici nell’esperienza schaefferiana. L’ora di musica totale che ha attanagliato gli ascoltatori, con gli occhi chiusi, nella sala concerto del Martucci, completamente al buio, è stata caratterizzata dal “fuel in the fire of creation”, ovvero di una creazione che si pone come obiettivo quello di rendere complesso ed interessante un suono concreto, di per sé banale, una porta che sbatte, mani che applaudono, un vetro che si rompe, manipolando e trasformando la morfologia dei suoni. Il risultato è una musica spaziale, acusmatica, nella quale si possono riconoscere le fonti dei suoni, ma si può anche capire che essi sono fuori dal loro contesto abituale. Nell’approccio acusmatico, ci si aspetta che l’ascoltatore ricostruisca una spiegazione per la serie di eventi sonori, anche se questa spiegazione sarà provvisoria. Centrato il programma allestito per il tema del festival “Confini Mediterranei”, a cominciare dal primo movimento di Terre Incognite, in cui Denis Dufour convoca in una sinfonia di sensazioni l’odissea dell’esploratore che posa il piede su una terra nuova: incroci, stridii dei passi sulla sabbia, traversata della foresta vergine, clamori di guerrieri conquistatori, frastuono premonitore di macchine devastatrici… una giungla, si, ma una giungla di macchine, di segni e di segnali, riflessione estrapolata e quasi anticipata della proliferazione tecnologica odierna. Nel primo movimento proposto qui a Salerno, la scoperta, entriamo in un paesaggio sonoro “naturale” tale che ci ha permesso di percepire l’agitazione percettiva introdotta dalle tecniche di registrazione. E’ l’immersione nel mondo dei suoni ruvidi, disorganizzati (almeno dall’uomo) e della tradizione culturale (figurati dai cori). Passando, poi, attraverso Bris , Hentaï con testo in giapponese di Thomas Brando, Patrice Motte , The Blob Ton corps est une surprise dalle Douze mélodies acousmatiques, Volver  e La terre est ronde del 2002, i suoni che ci sono giunti sono sembrati sondare il momento attuale, profilando una congiuntura, mettendo in gioco e portando in primo piano il dimenticato nell’accadere del presente, mentre dischiudevano una porta sul futuro. Chiusura con In Paradisum una variante, un “remix”, della prima delle sette parti d’Ebene Sieben composto da Denis Dufour nel 1997. Il titolo già evoca l’eden amoroso. L’opera decantata, minimale, ha condotto l’ascoltatore nei deliri immobili di un’estasi purgata di tutto effetto, nel ritorno a un suono originale, il quale è usato senza trucco. Gli “adolescenti nel forno”, omaggio a Gesang der Jünglinge di Stockhausen, appaiono promessi in effetti a qualche arido paradiso, vasto e silenzioso, spazio di contemplazione su fondo di derive vaporose prese a Fauré. L’essenza della musica di Dufour va cercata nel regno molecolare del divenire trasversale. Le pulsazioni che vibrano attraverso la musica e il mondo non sono ricorrenze misurate dello stesso ma ritmi a-metrici dell’incommensurabile e dell’ineguale. E il tempo rivelato nella musica è più quello di aion che di chronos, il tempo fluttuante dell’haecceitas e del divenire.

 

Buon concorso di pubblico al conservatorio Martucci di Salerno per la masterclass e il concerto tenuto dal compositore francese

Di OLGA CHIEFFI

Sta per entrare nel vivo il V festival di Musica Elettroacustica e Contemporanea “Confini Mediterranei”, un progetto del M° Silvia Lanzalone in collaborazione con il M° Giancarlo Turaccio, apertosi con una masterclass e un concerto di Roberto Doati e proseguita con un seminario-laboratorio del prestigioso compositore Denis Dufour, docente del Pôle supérieur d’enseignement artistique Paris Boulogne-Billancourt, profeta dell’arte acusmatica. Dufour ha sempre diviso la sua attività tra la composizione, l’insegnamento e l’organizzazione di collettivi, movimenti, concerti, seminari e agli allievi salernitani e alla platea di ascoltatori, cui ha dedicato un concerto “Esprit de Suite/Salerno”, ha proposto il suo affascinante modo di comporre ed eseguire la musica, una sorta di orchestra composta da diversi e numerosi diffusori distribuiti in sala, attorno e in mezzo al pubblico che affonda le radici nell’esperienza schaefferiana. L’ora di musica totale che ha attanagliato gli ascoltatori, con gli occhi chiusi, nella sala concerto del Martucci, completamente al buio, è stata caratterizzata dal “fuel in the fire of creation”, ovvero di una creazione che si pone come obiettivo quello di rendere complesso ed interessante un suono concreto, di per sé banale, una porta che sbatte, mani che applaudono, un vetro che si rompe, manipolando e trasformando la morfologia dei suoni. Il risultato è una musica spaziale, acusmatica, nella quale si possono riconoscere le fonti dei suoni, ma si può anche capire che essi sono fuori dal loro contesto abituale. Nell’approccio acusmatico, ci si aspetta che l’ascoltatore ricostruisca una spiegazione per la serie di eventi sonori, anche se questa spiegazione sarà provvisoria. Centrato il programma allestito per il tema del festival “Confini Mediterranei”, a cominciare dal primo movimento di Terre Incognite, in cui Denis Dufour convoca in una sinfonia di sensazioni l’odissea dell’esploratore che posa il piede su una terra nuova: incroci, stridii dei passi sulla sabbia, traversata della foresta vergine, clamori di guerrieri conquistatori, frastuono premonitore di macchine devastatrici… una giungla, si, ma una giungla di macchine, di segni e di segnali, riflessione estrapolata e quasi anticipata della proliferazione tecnologica odierna. Nel primo movimento proposto qui a Salerno, la scoperta, entriamo in un paesaggio sonoro “naturale” tale che ci ha permesso di percepire l’agitazione percettiva introdotta dalle tecniche di registrazione. E’ l’immersione nel mondo dei suoni ruvidi, disorganizzati (almeno dall’uomo) e della tradizione culturale (figurati dai cori). Passando, poi, attraverso Bris , Hentaï con testo in giapponese di Thomas Brando, Patrice Motte , The Blob Ton corps est une surprise dalle Douze mélodies acousmatiques, Volver  e La terre est ronde del 2002, i suoni che ci sono giunti sono sembrati sondare il momento attuale, profilando una congiuntura, mettendo in gioco e portando in primo piano il dimenticato nell’accadere del presente, mentre dischiudevano una porta sul futuro. Chiusura con In Paradisum una variante, un “remix”, della prima delle sette parti d’Ebene Sieben composto da Denis Dufour nel 1997. Il titolo già evoca l’eden amoroso. L’opera decantata, minimale, ha condotto l’ascoltatore nei deliri immobili di un’estasi purgata di tutto effetto, nel ritorno a un suono originale, il quale è usato senza trucco. Gli “adolescenti nel forno”, omaggio a Gesang der Jünglinge di Stockhausen, appaiono promessi in effetti a qualche arido paradiso, vasto e silenzioso, spazio di contemplazione su fondo di derive vaporose prese a Fauré. L’essenza della musica di Dufour va cercata nel regno molecolare del divenire trasversale. Le pulsazioni che vibrano attraverso la musica e il mondo non sono ricorrenze misurate dello stesso ma ritmi a-metrici dell’incommensurabile e dell’ineguale. E il tempo rivelato nella musica è più quello di aion che di chronos, il tempo fluttuante dell’haecceitas e del divenire.

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