Rocco Scotellaro e la Costiera amalfitana, le poesie su Amalfi e Positano

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Ancora un bellissimo articolo pregno di cultura di VITO PINTO su LA CITTA’ DI SALERNO, incentrata sulla Costiera amalfitana che questa sera vogliamo riproporre ai nostri lettori questa volta su Rocco Scotellaro . Fu definito “il poeta della libertà contadina”, il sindaco più giovane d’Italia, ma Rocco Scotellaro è stato soprattutto un “dimenticato”, come Manlio Rossi Doria, Gaetano Salvemini, Guido Dorso, Umberto Zanotti-Bianco, fino a Tommaso Fiore, una generazione di intellettuali con la sola colpa di essere stati dei meridionali e meridionalisti. Una dimenticanza che, però, sembra stridere con quanto Carlo Levi scrisse in prefazione al volume di Scotellaro “L’uva puttanella”, pubblicato post-mortem: «Alcuni vanno dicendo che Rocco è stato rapito e portato in America; altri lo attendono vivo da un giorno all’altro. Non c’è casa di contadini a Tricarico dove il ritratto di Rocco non sia appeso al muro accanto alle immagini dei Santi”. Rocco Scotellaro era nato nel 1923 a Tricarico, provincia di Matera, da Vincenzo, calzolaio, e Francesca Armento, casalinga, che ricordava: «Il 1923, il 19 aprile, la mattina del giovedì, alle ore 7 nacque il mio caro Rocco. Appena nato era come se l’avessero ravvolto in un velo; glielo tolsero; era grande come un tovagliolo, lo misero ad asciugare e il padre se lo mise nel portafoglio, ché dicono: chi nasce velato è fortunato». A voler raccontare di Rocco Scotellaro bisogna reincontrare gli sguardi di quei vecchi che hanno ancora onde di nostalgia con la quale sanno raccontare fatti di secoli, avvenimenti lontanissimi, giorni di epoche distanti: eppure sono passati poco più di 60 anni dalla scomparsa del giovane poeta. Ne “I fuochi del Basento” Raffaele Nigro racconta della cruenta occupazione delle terre demaniali e degli incolti dove Scotellaro fu in prima fila fra quelli che, nelle aziende agricole occupate, avevano innalzato, accanto alle bandiere rosse, l’antico stendardo bianco con le cinque fasce azzurre, simboli dei fiumi della Basilicata. Tutti, in quei luoghi di calanchi, ricordano che fu un giovane e attivo sindaco sino al suo arresto per un qualcosa di inesistente: una “brutta storia” scriverà lo stesso Scotellaro a Carlo Muscetta, dalla quale ne venne fuori dopo pochi mesi. Pochi, però, sanno di un legame di Rocco Scotellaro con la Costiera Amalfitana, una terra che gli fece “scoprire” il mare e che, per essere legata ai suoi anni di studi giovanili, gli resterà sempre dentro come un amore intenso ma poco vissuto e presto perduto. Era una mattina dell’estate 1949 quando Scotellaro, da tre mesi reinsediato come sindaco, giunse ad Amalfi a trovare un suo amico professore, impegnato per gli esami presso il liceo di Amalfi. Anni dopo quel professore ricordava: «Ci sedemmo sul muretto della spiaggia, spaziando lo sguardo fino a Punta Licosa e ad Agropoli e Castellabate; mangiammo un panino che ci eravamo procurati in una salumeria in piazza. A quell’altezza si sentiva il profumo salmastro del mare. Rocco mi disse: “Guarda questo mare cullato dal ritmo di tamburi quanto è bello. E’ un mare unico questo mare celeste attraversato da correnti color latte ed è diverso e unico: il mare celeste, le barche, le correnti color latte che lo attraversano e quelle larghe chiazze di colore blu cobalto”. Riprendeva pensieri ad alta voce da tempo racchiusi nel suo animo». Aveva dodici anni quando, negli anni ’30, come tanti altri giovani di talento ma povere origini, per studiare ricorse alla simulazione della vocazione religiosa. Così fu prima nel Convento francescano di Sicignano degli Alburni e, poi come novizio, in quello di Cava de’ Tirreni. Nella sua incompiuta “L’uva puttanella” ricordava che in quegli anni andò spesso nei paesi della Costiera Amalfitana, vestito del saio, insieme ai monaci e ad altri novizi, per accompagnare i morti al cimitero, come si usava in quegli anni. Così scoprì il mare azzurro e le spiaggette incastrate “come seggiole” nelle rocce fra agrumeti. Ricordava Costantino Montesanto: «Fu al ritorno da uno di quei mesti viatici che in Rocco Scotellaro, nel doloroso solitario fantasticare di una notte insonne, senza amore, in una cella del Convento dei Francescani di Cava, germogliarono i versi di “Costiera Amalfitana”». “Mare celeste di pozzi blu e lattee correnti, / l’abito di foglie del carrubo ti segna, / piega all’ansito tuo piano e indifferente / la sua chioma di onde sulle rocce violate e coperte. / L’amore non chiede nulla, né frutti né serti / nel giorno che ha colori aggrovigliati e soli, / nella notte quando cade l’abbondanza dal cielo / fino al piede della marina punta di lampare. / Tu sola vorrei amare, bambina che ora spunti / e hai la piccolezza dell’arancia verde / e dovrai ingiallire per avere la mia età. / È sbocciata la silenziosa regina di una notte / che affascina il muro vecchio come una lampada / e l’alba tra un’ora la richiuderà / amante insonne affogata nei sepali biondi. / E noi fiorire e religioso andare, / ognuno nel suo turno di stagione, / nei giorni e nelle notti senza amore”. E ritorna ancora la Costiera con la poesia “Lo scoglio di Positano”, quasi a difesa contro una paura di solitudine. “Più paura che della morte / se si rompono gli amici e gli amori. / Fratelli e sorelle della mia corte / siete qui, vi conto, nessuno e fuori. / Li Galli se ne sono andati / e la Punta Licosa / nella notte del mare. / Come ti voglio amare / fin che dura lo scoglio e la paura”. Scrive Costantino Montesanto: «Testo immutabile dell’insonne e doloroso fantasticare un primo amore ancora irrealizzato e della paura di perdere l’ultimo amore». Ricordava Pasquale De Cristofaro: «Nella sua vita fece tutto di corsa. Anche la morte lo colse troppo presto, ad appena trent’anni nel 1953». Scotellaro è sepolto nel cimitero della sua Tricarico e il monumento funebre, costruito nel 1957 su proposta di Carlo Levi e finanziato da Adriano Olivetti, si affaccia sulla valle lunga del Basento, luogo assai caro e ricorrente negli scritti del poeta. Su quelle pietre lucane sono incisi questi versi: “Ma nei sentieri non si torna indietro / altre ali fuggiranno/ dalle paglie della cova, / perché lungo il perire dei tempi / l’alba è nuova, è nuova”.

Ancora un bellissimo articolo pregno di cultura di VITO PINTO su LA CITTA' DI SALERNO, incentrata sulla Costiera amalfitana che questa sera vogliamo riproporre ai nostri lettori questa volta su Rocco Scotellaro . Fu definito “il poeta della libertà contadina”, il sindaco più giovane d’Italia, ma Rocco Scotellaro è stato soprattutto un “dimenticato”, come Manlio Rossi Doria, Gaetano Salvemini, Guido Dorso, Umberto Zanotti-Bianco, fino a Tommaso Fiore, una generazione di intellettuali con la sola colpa di essere stati dei meridionali e meridionalisti. Una dimenticanza che, però, sembra stridere con quanto Carlo Levi scrisse in prefazione al volume di Scotellaro “L’uva puttanella”, pubblicato post-mortem: «Alcuni vanno dicendo che Rocco è stato rapito e portato in America; altri lo attendono vivo da un giorno all’altro. Non c’è casa di contadini a Tricarico dove il ritratto di Rocco non sia appeso al muro accanto alle immagini dei Santi”. Rocco Scotellaro era nato nel 1923 a Tricarico, provincia di Matera, da Vincenzo, calzolaio, e Francesca Armento, casalinga, che ricordava: «Il 1923, il 19 aprile, la mattina del giovedì, alle ore 7 nacque il mio caro Rocco. Appena nato era come se l'avessero ravvolto in un velo; glielo tolsero; era grande come un tovagliolo, lo misero ad asciugare e il padre se lo mise nel portafoglio, ché dicono: chi nasce velato è fortunato». A voler raccontare di Rocco Scotellaro bisogna reincontrare gli sguardi di quei vecchi che hanno ancora onde di nostalgia con la quale sanno raccontare fatti di secoli, avvenimenti lontanissimi, giorni di epoche distanti: eppure sono passati poco più di 60 anni dalla scomparsa del giovane poeta. Ne “I fuochi del Basento” Raffaele Nigro racconta della cruenta occupazione delle terre demaniali e degli incolti dove Scotellaro fu in prima fila fra quelli che, nelle aziende agricole occupate, avevano innalzato, accanto alle bandiere rosse, l'antico stendardo bianco con le cinque fasce azzurre, simboli dei fiumi della Basilicata. Tutti, in quei luoghi di calanchi, ricordano che fu un giovane e attivo sindaco sino al suo arresto per un qualcosa di inesistente: una “brutta storia” scriverà lo stesso Scotellaro a Carlo Muscetta, dalla quale ne venne fuori dopo pochi mesi. Pochi, però, sanno di un legame di Rocco Scotellaro con la Costiera Amalfitana, una terra che gli fece “scoprire” il mare e che, per essere legata ai suoi anni di studi giovanili, gli resterà sempre dentro come un amore intenso ma poco vissuto e presto perduto. Era una mattina dell'estate 1949 quando Scotellaro, da tre mesi reinsediato come sindaco, giunse ad Amalfi a trovare un suo amico professore, impegnato per gli esami presso il liceo di Amalfi. Anni dopo quel professore ricordava: «Ci sedemmo sul muretto della spiaggia, spaziando lo sguardo fino a Punta Licosa e ad Agropoli e Castellabate; mangiammo un panino che ci eravamo procurati in una salumeria in piazza. A quell’altezza si sentiva il profumo salmastro del mare. Rocco mi disse: “Guarda questo mare cullato dal ritmo di tamburi quanto è bello. E' un mare unico questo mare celeste attraversato da correnti color latte ed è diverso e unico: il mare celeste, le barche, le correnti color latte che lo attraversano e quelle larghe chiazze di colore blu cobalto”. Riprendeva pensieri ad alta voce da tempo racchiusi nel suo animo». Aveva dodici anni quando, negli anni '30, come tanti altri giovani di talento ma povere origini, per studiare ricorse alla simulazione della vocazione religiosa. Così fu prima nel Convento francescano di Sicignano degli Alburni e, poi come novizio, in quello di Cava de’ Tirreni. Nella sua incompiuta “L’uva puttanella” ricordava che in quegli anni andò spesso nei paesi della Costiera Amalfitana, vestito del saio, insieme ai monaci e ad altri novizi, per accompagnare i morti al cimitero, come si usava in quegli anni. Così scoprì il mare azzurro e le spiaggette incastrate “come seggiole” nelle rocce fra agrumeti. Ricordava Costantino Montesanto: «Fu al ritorno da uno di quei mesti viatici che in Rocco Scotellaro, nel doloroso solitario fantasticare di una notte insonne, senza amore, in una cella del Convento dei Francescani di Cava, germogliarono i versi di “Costiera Amalfitana”». “Mare celeste di pozzi blu e lattee correnti, / l’abito di foglie del carrubo ti segna, / piega all’ansito tuo piano e indifferente / la sua chioma di onde sulle rocce violate e coperte. / L’amore non chiede nulla, né frutti né serti / nel giorno che ha colori aggrovigliati e soli, / nella notte quando cade l'abbondanza dal cielo / fino al piede della marina punta di lampare. / Tu sola vorrei amare, bambina che ora spunti / e hai la piccolezza dell’arancia verde / e dovrai ingiallire per avere la mia età. / È sbocciata la silenziosa regina di una notte / che affascina il muro vecchio come una lampada / e l'alba tra un'ora la richiuderà / amante insonne affogata nei sepali biondi. / E noi fiorire e religioso andare, / ognuno nel suo turno di stagione, / nei giorni e nelle notti senza amore”. E ritorna ancora la Costiera con la poesia “Lo scoglio di Positano”, quasi a difesa contro una paura di solitudine. “Più paura che della morte / se si rompono gli amici e gli amori. / Fratelli e sorelle della mia corte / siete qui, vi conto, nessuno e fuori. / Li Galli se ne sono andati / e la Punta Licosa / nella notte del mare. / Come ti voglio amare / fin che dura lo scoglio e la paura”. Scrive Costantino Montesanto: «Testo immutabile dell’insonne e doloroso fantasticare un primo amore ancora irrealizzato e della paura di perdere l’ultimo amore». Ricordava Pasquale De Cristofaro: «Nella sua vita fece tutto di corsa. Anche la morte lo colse troppo presto, ad appena trent’anni nel 1953». Scotellaro è sepolto nel cimitero della sua Tricarico e il monumento funebre, costruito nel 1957 su proposta di Carlo Levi e finanziato da Adriano Olivetti, si affaccia sulla valle lunga del Basento, luogo assai caro e ricorrente negli scritti del poeta. Su quelle pietre lucane sono incisi questi versi: “Ma nei sentieri non si torna indietro / altre ali fuggiranno/ dalle paglie della cova, / perché lungo il perire dei tempi / l'alba è nuova, è nuova”.