COSTA D’AMALFI – FINE DELL’ESTATE IN CUI SPARI’ LA SPIAGGIA LIBERA

0

COSTA D’AMALFI – “Passano gli anni” cantava il poeta Battiato, “Cambiano i regni, le stagioni, i presidenti, le religioni ecc.”; nel cortile dove io giocavo a pallone da ragazzino ora ci sono degli orrendi vasi di fiori appassiti. “Io là ci sono cresciuto” racconterò ai miei nipoti, così come gli anziani ancora usano dire che una volta qui (e quando dicono “qui” indicano qualche condominio) c’erano solo giardini. Poi, intorno agli anni ’70, arrivarono quelli con la betoniera, sventolando le autorizzazioni rilasciate dagli amici sindaci, e sparirono i limoneti in paese.

Nel frattempo, sia chiaro, sono sparite tante altre cose: i gettoni telefonici, l’idrolitina, il pantalone a zampa d’elefante, l’autoradio. Chi si ricorda più del gelato “Mottarello” ? E’ il progresso, bellezza.

A noi che siamo gente semplice, di mare, ci bastava ritrovare il profumo della bella stagione e, quando era il momento (24 Giugno, giorno di San Giovanni, quando in acqua “scenn o trav e fuoco”), di farsi il bagno a mare. Liberi, ci sembrava che quello che si apriva davanti ai nostri occhi, fosse, ogni anno, un territorio enorme e pieno di promesse. Ma oggi non è più il tempo delle belle speranze, e “libero” non è più un aggettivo gratis. Date al potere (agli uomini che lo gestiscono) una buona scusa e, immediatamente, si prenderà tutto quello che potrà prendersi. Senza lasciare fuori neppure le briciole.

Ecco perché, quella appena trascorsa potrà essere ricordata come l’estate in cui sparì la spiaggia libera, praticamente dappertutto, ne sono rimaste solo pochissime tracce, quasi a titolo di elemosina. La scusa è il ricavo economico, qualche volta spunta fuori anche la parola “decoro”. Ma è un alibi fragile: i canoni di fitto sono irrilevanti e la decenza si educa non si pesa, come al mercato. Occorre che qualcuno dica chiaro che la concessione di aree demaniali è diventata un fenomenale bacino di clientelismo, il privato fa affari con l’ente pubblico che lo sceglie, lo agevole e, infine, lo assiste.

Eccoci dunque, sfortunati bagnanti, a dover fronteggiare l’avanzata, sulla spiaggia una volta libera, di sfrontati noleggiatori di ombrelloni e sdraio, che spuntano come funghi fin sulla riva del mare. Attività agili che si affiancano a quelle più stanziali storicamente già esistenti e a quelle novelle che hanno bussato alla porta dell’assessore di turno o al sindaco compiacente che ha ritagliato uno spazio anche per loro, elaborando una delibera ad arte, tutto regolare e formalmente inattaccabile, come si usa ormai consuetamente fare in questo derelitto paese.

I nostalgici come me, i comunisti, o chi altro ha provato a protestare si è sentito rispondere che la spiaggia non può essere un “peso” per il comune e che, dunque, è legittimo, persino intelligente, ricavarci del denaro. Oppure che la privatizzazione della spiaggia è un operazione di decoro e che pensare di lasciarla in balia dei “soliti cafoni” non è più possibile.

In realtà, chi ha coscienza, sa che la spiaggia libera, così come le piazze, i lungomari dei nostri paesi, non sono patrimoni di natura economica e neanche mucche da mungere, ma semplicemente luoghi della memoria e dell’incontro. Sono i posti dove si crea la coscienza comune, dove si stabiliscono rapporti e si impara a confrontarsi e a rispettare le idee altrui. La negazione di uno spazio pubblico non è solamente un atto autoritario, ma un sistema per creare barriere, stabilire divisioni sociali il più delle volte legate alla disponibilità economica. E il progresso non c’entra niente. E nemmeno il turismo.

Nessun comune si occupa più di salvaguardare lo spazio di tutti e non accade solo nelle spiagge: non si recuperano slarghi, anzi si occupano, abbattendo alberi per ricavare posti auto, non si mettono in sicurezza i sentieri, gli arredi urbani sono scadenti e trascurati. Trent’anni fa i cortili, le stradine in collina, i giardinetti e la spiaggia, erano (in assenza di smartphone) il nostro luogo “social”. Era un nostro diritto occuparli. Là siamo cresciuti, ci siamo innamorati, nascosti, conosciuto nuovi amici, parlato per ore, giocato a figurine e a nascondino. Coltivato le nostre speranze. Oggi nei cortili ci sono le auto e i giardinetti sono diventate case.

Quest’estate, infine, abbiamo imparato che non esiste più la spiaggia libera; al massimo è “attrezzata”.

Sufficientemente attrezzata, direi, per sottrarci uno dei pochi diritti che ci era rimasto.
— Christian De Iuliis —- FOLLOW ME ON TWITTER: @chrideiuliisCOSTA D’AMALFI – “Passano gli anni” cantava il poeta Battiato, “Cambiano i regni, le stagioni, i presidenti, le religioni ecc.”; nel cortile dove io giocavo a pallone da ragazzino ora ci sono degli orrendi vasi di fiori appassiti. “Io là ci sono cresciuto” racconterò ai miei nipoti, così come gli anziani ancora usano dire che una volta qui (e quando dicono “qui” indicano qualche condominio) c’erano solo giardini. Poi, intorno agli anni ’70, arrivarono quelli con la betoniera, sventolando le autorizzazioni rilasciate dagli amici sindaci, e sparirono i limoneti in paese.

Nel frattempo, sia chiaro, sono sparite tante altre cose: i gettoni telefonici, l’idrolitina, il pantalone a zampa d’elefante, l’autoradio. Chi si ricorda più del gelato “Mottarello” ? E’ il progresso, bellezza.

A noi che siamo gente semplice, di mare, ci bastava ritrovare il profumo della bella stagione e, quando era il momento (24 Giugno, giorno di San Giovanni, quando in acqua “scenn o trav e fuoco”), di farsi il bagno a mare. Liberi, ci sembrava che quello che si apriva davanti ai nostri occhi, fosse, ogni anno, un territorio enorme e pieno di promesse. Ma oggi non è più il tempo delle belle speranze, e “libero” non è più un aggettivo gratis. Date al potere (agli uomini che lo gestiscono) una buona scusa e, immediatamente, si prenderà tutto quello che potrà prendersi. Senza lasciare fuori neppure le briciole.

Ecco perché, quella appena trascorsa potrà essere ricordata come l’estate in cui sparì la spiaggia libera, praticamente dappertutto, ne sono rimaste solo pochissime tracce, quasi a titolo di elemosina. La scusa è il ricavo economico, qualche volta spunta fuori anche la parola “decoro”. Ma è un alibi fragile: i canoni di fitto sono irrilevanti e la decenza si educa non si pesa, come al mercato. Occorre che qualcuno dica chiaro che la concessione di aree demaniali è diventata un fenomenale bacino di clientelismo, il privato fa affari con l’ente pubblico che lo sceglie, lo agevole e, infine, lo assiste.

Eccoci dunque, sfortunati bagnanti, a dover fronteggiare l’avanzata, sulla spiaggia una volta libera, di sfrontati noleggiatori di ombrelloni e sdraio, che spuntano come funghi fin sulla riva del mare. Attività agili che si affiancano a quelle più stanziali storicamente già esistenti e a quelle novelle che hanno bussato alla porta dell’assessore di turno o al sindaco compiacente che ha ritagliato uno spazio anche per loro, elaborando una delibera ad arte, tutto regolare e formalmente inattaccabile, come si usa ormai consuetamente fare in questo derelitto paese.

I nostalgici come me, i comunisti, o chi altro ha provato a protestare si è sentito rispondere che la spiaggia non può essere un “peso” per il comune e che, dunque, è legittimo, persino intelligente, ricavarci del denaro. Oppure che la privatizzazione della spiaggia è un operazione di decoro e che pensare di lasciarla in balia dei “soliti cafoni” non è più possibile.

In realtà, chi ha coscienza, sa che la spiaggia libera, così come le piazze, i lungomari dei nostri paesi, non sono patrimoni di natura economica e neanche mucche da mungere, ma semplicemente luoghi della memoria e dell’incontro. Sono i posti dove si crea la coscienza comune, dove si stabiliscono rapporti e si impara a confrontarsi e a rispettare le idee altrui. La negazione di uno spazio pubblico non è solamente un atto autoritario, ma un sistema per creare barriere, stabilire divisioni sociali il più delle volte legate alla disponibilità economica. E il progresso non c’entra niente. E nemmeno il turismo.

Nessun comune si occupa più di salvaguardare lo spazio di tutti e non accade solo nelle spiagge: non si recuperano slarghi, anzi si occupano, abbattendo alberi per ricavare posti auto, non si mettono in sicurezza i sentieri, gli arredi urbani sono scadenti e trascurati. Trent’anni fa i cortili, le stradine in collina, i giardinetti e la spiaggia, erano (in assenza di smartphone) il nostro luogo “social”. Era un nostro diritto occuparli. Là siamo cresciuti, ci siamo innamorati, nascosti, conosciuto nuovi amici, parlato per ore, giocato a figurine e a nascondino. Coltivato le nostre speranze. Oggi nei cortili ci sono le auto e i giardinetti sono diventate case.

Quest’estate, infine, abbiamo imparato che non esiste più la spiaggia libera; al massimo è “attrezzata”.

Sufficientemente attrezzata, direi, per sottrarci uno dei pochi diritti che ci era rimasto.
— Christian De Iuliis —- FOLLOW ME ON TWITTER: @chrideiuliis