Sal Da Vinci: «Cantai al matrimonio della figlia di Mariano, ma quando mi esibisco non posso chiedere la fedina penale»

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Sal Da Vinci si sente vittima del tritacarne mediatico, finito in prima pagina come il cantante che si esibisce per la figlia del boss. Ieri ha passato la giornata a rispondere a telefonate, email e sms: «Di fans, di sostenitori, di giornalisti, dei soliti nullafacenti, di amici, di nemici». In diretta su Radio Marte ha detto la sua, poi ha scelto di fare un passo indietro, di «non dare adito al dibattito sul niente, anche se so che Gianni Simioli ha continuato a trasmettere per ore il sostegno del popolo che sa che io sono pulito, che non ho niente da nascondere». Al «suo» popolo aveva parlato sin dalla mattina, via social network, raccontandosi «ferito», dipinto «come se fossi un personaggio equivoco, un delinquente che la fa franca». Convinto di non aver nulla da perdonarsi, che essersi trovato a cantare al matrimonio della figlia del boss Mariano non costituisca non solo reato, ma nemmeno materia di notizia, almeno non così eclatante, ha provato a trovare il tono dell’ironia, o almeno del paradosso: «Da questo momento in poi, a tutti i fans che vorrebbero fotografarsi con me, che comprano i biglietti a teatro, che mi ingaggiano per esibirmi, dovrò chiedere un documento che attesti che non abbiano precedenti penali, che non appartengono a famiglie camorristiche, che non siano mai stati in galera. Insomma, un specie di certificato antimafia, altrimenti…». Allora, Sal, che cosa è successo? «Non so nemmeno io che cosa sia davvero successo, forse niente, forse tutto, di sicuro qualcosa che ha fatto molto male a me e alla mia famiglia. Io di quella prestazione del 9 novembre 2010 non ricordo nulla. Se gli inquirenti dicono che c’ero sarà vero, ma davvero non ne ho contezza, memoria. Il mio manager dell’epoca aveva preso l’impegno, che per me – come sempre succede – era segnato in agenda con il nome del ristorante dove ero atteso, non certo del parente del camorrista che si sposava. Posso capire che la mia presenza in un’inchiesta faccia notizia, ma non fino a questo punto. Poche righe, una fotina ci possono stare, ma tutto questo risalto… Non sono indagato, i magistrati non hanno nemmeno ritenuto opportuno interrogarmi ed ora ecco il mostro Da Vinci sbattuto in prima pagina, come mai mi era successo, nemmeno nel momento di maggior successo». Parlare di un exploit a Sanremo o in scena non è la stessa cosa che parlare di camorra. «Appunto, allora parliamo di camorra. Che c’entro io con la camorra? La mia dignità è ferita, per molti sono, spero di non dover usare il verbo al passato e dire ero, una voce di impegno, che si spende da sempre per il sogno di riscatto della città tutta. E ora? È facile puntare il dito verso il personaggio noto, quasi il cantante fosse colpevole della sua fama, soprattutto contro la voce di “C’era una volta… Scugnizzi”: nel musical di Mattone ero il prete che si batteva per salvare dalla strada i ragazzi di Nisida. Quello predica bene e razzola male, penserà chi non mi conosce, chi magari legge solo il titolo sul giornale e pensa che io sia andato a cantare a casa del boss, a rendergli omaggio. Non, che come tanti, sia finito ad esibirmi, senza saperlo, al matrimonio di sua figlia». Ma davvero si può cantare al matrimonio di uno dei signori del Sistema e non accorgersene? «Se si corre come me sì. Oggi ho la fortuna di fare più concerti e teatro che cerimonie nuziali, ma quel mondo ha le sue regole, i suoi tempi. Un impresario ti riempie l’agenda di impegni, in una giornata spesso sono parecchi. Io arrivo un quarto d’ora prima dell’orario prefissato, resto in macchina sino al momento di dovermi esibire. Poi entro in scena, faccio i miei auguri ai festeggiati – spesso capisco che si tratta di sposi solo dai vestiti – scatto con loro due foto e corro verso il prossimo impegno, cambiando la camicia sudata in macchina. I camorristi, ameno di non credere a Lombroso, non hanno facce diverse dalle persone oneste. E io, che non ne frequento abitualmente, potrei riconoscerli solo se li avessi visti fotografati la mattina sul quotidiano. I Mariano erano a piede libero, così… Ma, poi, il problema è persino più ampio». Ovvero? «Perché non fa scandalo che il prete abbia sposato quella coppia, che il macellaio venda loro la carne, che vadano a cinema e a teatro, com’è giusto finché sono a piede libero, ma è grave che a me, e ad altri miei colleghi, sia capitato di esibirmi per loro?». Magari perché Sal Da Vinci è un personaggio pubblico. «Ma questo vuol dire che devo stare attento a quello che dico, a quello che faccio. E da questo momento lo sarò persino di più, ma non posso leggere negli occhi del mio pubblico la fedina penale. Ora vivrò con una paranoia addosso: che faccio quando un fan mi chiede di farsi una foto con me? Chiedo il certificato antimafia? Quando qualcuno mi chiederà di mandare un videomessaggio a un ammalato avrò paura di finire per augurare buone cose a un killer. Non vorrei diffidare di tutti quelli che mi vengono intorno, ma è quello che questa vicenda mi ha insegnato: io sarà meno libero, la camorra resterà libera di commettere i suoi crimini». La cronaca degli ultimi anni è piena di neomelodici collusi a diverso titolo con Gomorra. «Anche qui il mio nome è fuori posto: io con i neomelodici non c’entro nulla. Ma sarebbe ingiusto anche criminalizzare la loro intera categoria». Come ha spiegato l’accaduto alla sua famiglia, ai suoi fans? «Non ho avuto bisogno di spiegarglielo, mia moglie e i miei figli sanno chi sono, che valori condividiamo, sono contento solo che mio padre Mario non abbia visto tutto questo: ne avrebbe sofferto troppo. I fans si sono scatenati in mia difesa, vorrebbero persino organizzare un flash mob, Gigi D’Alessio mi ha tenuto al telefono per quasi un’ora, mi ha ricordato come anche su di lui ne siano state dette di tutti i colori. Io sono nato a New York, il doppio passaporto mi sta facendo venir voglia di andarmene, di scappare. Sono avvilito, magari è solo l’emozione del momento, ma è troppo facile infangare così una carriera. Ho fatto spettacoli gratuiti nei carceri di Secondigliano, Poggioreale, Spoleto, Rebibbia… Sono un sognatore, mi illudo che una banale canzone possa salvare un ragazzo dalla strada: anche uno solo sarebbe già un successo, ma… adesso sono un ex sognatore bastonato, uno che si è addormentato cantante e si è svegliato camorrista». Mai incontrato camorristi agli show matrimoniali? Mai riconosciuti? «Mai, davvero. E non sono mai stato ricattato, non ho mai subito minacce. Non sono d’accordo con la Bindi, la camorra non è costitutiva di Napoli, io sono un napoletano onesto, come la gran parte dei nostri concittadini». Facciamo l’ipotesi che le vengano a chiedere esplicitamente di esibirsi per un boss. «Ma non è possibile, sarebbe come garantirsi il rifiuto. Chiunque, non solo io, oltre ai problemi di coscienza, avrebbe paura di finire in chissà quale rischio. Basterebbe dire: sono all’estero, mi debbo operare, sto registrando un disco a Bergamo…». Finiamo citando «C’era una volta… Scugnizzi» e il suo naif atto d’accusa finale? «Certo: i camorristi sono uomini di merda. L’ho cantato tante volte con i miei ragazzi, perché ne sono convinto e ringrazio ancora Claudio Mattone per aver scelto me per quel ruolo. Chissà se ora mi sceglierebbe ancora, chissà se ora si fiderebbe ancora di me. Capisce quanto male mi ha fatto diventare Sal Da Vinci “il cantante del boss?”». (Federico Vacalebre – Il Mattino)

Sal Da Vinci si sente vittima del tritacarne mediatico, finito in prima pagina come il cantante che si esibisce per la figlia del boss. Ieri ha passato la giornata a rispondere a telefonate, email e sms: «Di fans, di sostenitori, di giornalisti, dei soliti nullafacenti, di amici, di nemici». In diretta su Radio Marte ha detto la sua, poi ha scelto di fare un passo indietro, di «non dare adito al dibattito sul niente, anche se so che Gianni Simioli ha continuato a trasmettere per ore il sostegno del popolo che sa che io sono pulito, che non ho niente da nascondere». Al «suo» popolo aveva parlato sin dalla mattina, via social network, raccontandosi «ferito», dipinto «come se fossi un personaggio equivoco, un delinquente che la fa franca». Convinto di non aver nulla da perdonarsi, che essersi trovato a cantare al matrimonio della figlia del boss Mariano non costituisca non solo reato, ma nemmeno materia di notizia, almeno non così eclatante, ha provato a trovare il tono dell’ironia, o almeno del paradosso: «Da questo momento in poi, a tutti i fans che vorrebbero fotografarsi con me, che comprano i biglietti a teatro, che mi ingaggiano per esibirmi, dovrò chiedere un documento che attesti che non abbiano precedenti penali, che non appartengono a famiglie camorristiche, che non siano mai stati in galera. Insomma, un specie di certificato antimafia, altrimenti…». Allora, Sal, che cosa è successo? «Non so nemmeno io che cosa sia davvero successo, forse niente, forse tutto, di sicuro qualcosa che ha fatto molto male a me e alla mia famiglia. Io di quella prestazione del 9 novembre 2010 non ricordo nulla. Se gli inquirenti dicono che c’ero sarà vero, ma davvero non ne ho contezza, memoria. Il mio manager dell’epoca aveva preso l’impegno, che per me – come sempre succede – era segnato in agenda con il nome del ristorante dove ero atteso, non certo del parente del camorrista che si sposava. Posso capire che la mia presenza in un’inchiesta faccia notizia, ma non fino a questo punto. Poche righe, una fotina ci possono stare, ma tutto questo risalto… Non sono indagato, i magistrati non hanno nemmeno ritenuto opportuno interrogarmi ed ora ecco il mostro Da Vinci sbattuto in prima pagina, come mai mi era successo, nemmeno nel momento di maggior successo». Parlare di un exploit a Sanremo o in scena non è la stessa cosa che parlare di camorra. «Appunto, allora parliamo di camorra. Che c’entro io con la camorra? La mia dignità è ferita, per molti sono, spero di non dover usare il verbo al passato e dire ero, una voce di impegno, che si spende da sempre per il sogno di riscatto della città tutta. E ora? È facile puntare il dito verso il personaggio noto, quasi il cantante fosse colpevole della sua fama, soprattutto contro la voce di “C’era una volta… Scugnizzi”: nel musical di Mattone ero il prete che si batteva per salvare dalla strada i ragazzi di Nisida. Quello predica bene e razzola male, penserà chi non mi conosce, chi magari legge solo il titolo sul giornale e pensa che io sia andato a cantare a casa del boss, a rendergli omaggio. Non, che come tanti, sia finito ad esibirmi, senza saperlo, al matrimonio di sua figlia». Ma davvero si può cantare al matrimonio di uno dei signori del Sistema e non accorgersene? «Se si corre come me sì. Oggi ho la fortuna di fare più concerti e teatro che cerimonie nuziali, ma quel mondo ha le sue regole, i suoi tempi. Un impresario ti riempie l’agenda di impegni, in una giornata spesso sono parecchi. Io arrivo un quarto d’ora prima dell’orario prefissato, resto in macchina sino al momento di dovermi esibire. Poi entro in scena, faccio i miei auguri ai festeggiati – spesso capisco che si tratta di sposi solo dai vestiti – scatto con loro due foto e corro verso il prossimo impegno, cambiando la camicia sudata in macchina. I camorristi, ameno di non credere a Lombroso, non hanno facce diverse dalle persone oneste. E io, che non ne frequento abitualmente, potrei riconoscerli solo se li avessi visti fotografati la mattina sul quotidiano. I Mariano erano a piede libero, così… Ma, poi, il problema è persino più ampio». Ovvero? «Perché non fa scandalo che il prete abbia sposato quella coppia, che il macellaio venda loro la carne, che vadano a cinema e a teatro, com’è giusto finché sono a piede libero, ma è grave che a me, e ad altri miei colleghi, sia capitato di esibirmi per loro?». Magari perché Sal Da Vinci è un personaggio pubblico. «Ma questo vuol dire che devo stare attento a quello che dico, a quello che faccio. E da questo momento lo sarò persino di più, ma non posso leggere negli occhi del mio pubblico la fedina penale. Ora vivrò con una paranoia addosso: che faccio quando un fan mi chiede di farsi una foto con me? Chiedo il certificato antimafia? Quando qualcuno mi chiederà di mandare un videomessaggio a un ammalato avrò paura di finire per augurare buone cose a un killer. Non vorrei diffidare di tutti quelli che mi vengono intorno, ma è quello che questa vicenda mi ha insegnato: io sarà meno libero, la camorra resterà libera di commettere i suoi crimini». La cronaca degli ultimi anni è piena di neomelodici collusi a diverso titolo con Gomorra. «Anche qui il mio nome è fuori posto: io con i neomelodici non c’entro nulla. Ma sarebbe ingiusto anche criminalizzare la loro intera categoria». Come ha spiegato l’accaduto alla sua famiglia, ai suoi fans? «Non ho avuto bisogno di spiegarglielo, mia moglie e i miei figli sanno chi sono, che valori condividiamo, sono contento solo che mio padre Mario non abbia visto tutto questo: ne avrebbe sofferto troppo. I fans si sono scatenati in mia difesa, vorrebbero persino organizzare un flash mob, Gigi D’Alessio mi ha tenuto al telefono per quasi un’ora, mi ha ricordato come anche su di lui ne siano state dette di tutti i colori. Io sono nato a New York, il doppio passaporto mi sta facendo venir voglia di andarmene, di scappare. Sono avvilito, magari è solo l’emozione del momento, ma è troppo facile infangare così una carriera. Ho fatto spettacoli gratuiti nei carceri di Secondigliano, Poggioreale, Spoleto, Rebibbia… Sono un sognatore, mi illudo che una banale canzone possa salvare un ragazzo dalla strada: anche uno solo sarebbe già un successo, ma… adesso sono un ex sognatore bastonato, uno che si è addormentato cantante e si è svegliato camorrista». Mai incontrato camorristi agli show matrimoniali? Mai riconosciuti? «Mai, davvero. E non sono mai stato ricattato, non ho mai subito minacce. Non sono d’accordo con la Bindi, la camorra non è costitutiva di Napoli, io sono un napoletano onesto, come la gran parte dei nostri concittadini». Facciamo l’ipotesi che le vengano a chiedere esplicitamente di esibirsi per un boss. «Ma non è possibile, sarebbe come garantirsi il rifiuto. Chiunque, non solo io, oltre ai problemi di coscienza, avrebbe paura di finire in chissà quale rischio. Basterebbe dire: sono all’estero, mi debbo operare, sto registrando un disco a Bergamo…». Finiamo citando «C’era una volta… Scugnizzi» e il suo naif atto d’accusa finale? «Certo: i camorristi sono uomini di merda. L’ho cantato tante volte con i miei ragazzi, perché ne sono convinto e ringrazio ancora Claudio Mattone per aver scelto me per quel ruolo. Chissà se ora mi sceglierebbe ancora, chissà se ora si fiderebbe ancora di me. Capisce quanto male mi ha fatto diventare Sal Da Vinci “il cantante del boss?”». (Federico Vacalebre – Il Mattino)