L’ex capo dei Casalesi Zagaria in cella Milano: «In carcere isolamento disumano. Non incontro nessuno da dieci mesi»

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A gennaio ci sarà la prima proroga del 41 bis ma il boss dice di non resistere più in quelle «condizioni disumane». Sono passati quattro anni da quando Michele Zagaria, il capo dei capi del clan dei Casalesi, veniva stanato dal bunker di via Mascagni, scavato sotto una villa nella «sua» Casapesenna e, dal giorno successivo, finiva detenuto al carcere duro, a Parma. Una storia controversa quella della sua cattura, durante la quale il padrino, uscendo di scena, mentre pronunciava quella frase che fece il giro del mondo, «Lo Stato ha vinto, lo Stato vince sempre», avrebbe fatto scivolare nelle mani di un poliziotto infedele una pen drive con dati segretissimi (la vicenda è oggetto di un’inchiesta). L’alba del 7 dicembre del 2011 segnò la fine di una fuga impossibile, una conclusione controversa quasi quanto la storia della latitanza di Zagaria, durata ben quindici anni, tre lustri durante i quali il boss non si allontanò mai dalla sua terra, visse in diversi covi realizzati appositamente per lui comandando, come un fantasma, nascosto da coperture che dal basso andavano, forse, fino a sfere più alte. Lo cercavano tutti, ma sembrava inafferrabile. Poi lo arrestarono e dal bunker è passato alla cella, in 41 bis. Da dieci mesi Michele Zagaria è nel penitenziario di massima sicurezza di Milano, ad Opera, e ieri, collegato in videoconferenza col tribunale di Santa Maria CapuaVetere, dove si sta celebrando il processo per le presunte minacce all’ex sindaco di Casapesenna, il boss ha chiesto la parola per dire che lui non ne può più di stare al 41 bis. «La mia è una situazione disumana, non posso vedere nessuno, eppure sarebbe un mio diritto»: il padrino, detto «capa storta», fa riferimento all’ora di socialità, anzi le due ore quotidiane che avrebbe la possibilità di trascorrere con altri tre detenuti, prerogativa che da quando è nel carcere milanese non gli viene accordata. Non per motivi giudiziari, spiegano i suoi avvocati (Andrea Imperato, Paolo Di Furia e Angelo Raucci), che hanno scritto sia al carcere che alla Dda di Napoli per far presenti le lamentele del loro assistito, ma per una sorta di coincidenze negative. Ad Opera non ci sarebbe, tra le decine di detenuti al carcere duro, quasi nessuno «compatibile» per passare l’ora d’aria con Zagaria e, chi potrebbe, si rifiuta di farlo, forse temendo che dialoghi col superboss possano aggravare le loro già pesanti condizioni di detenuti. Solo, quindi, se non per quell’ora al mese in cui, cinque per volta, i suoi parenti più prossimi vanno a fargli visita. Al colloquio si recano a turno le cinque sorelle libere ed incensurate del boss e alcuni dei suoi nipoti. I fratelli e la sorella Elvira sono a loro volta detenuti. Per i restanti giorni del mese il capoclan vive dunque in assoluta solitudine, in una cella di due metri per tre, videosorvegliata ventiquattr’ore su ventiquattro. L’arredamento è composto da un letto e da un piccolo tavolino, sul quale consuma i tre pasti giornalieri: caffellatte al mattino, con qualche biscotto; spesso pasta al sugo per pranzo; carne e pane a cena. E la cella è isolata dagli altri ambienti del carcere, quasi ovattata: Zagaria non sente rumori, né voci, se non quella dell’agente di penitenziaria che lo avvicina per portargli il cibo e che, nel pomeriggio, lo accompagna fuori per l’ora d’aria che il boss è quindi costretto a passare da solo. «Fuori», per Zagaria, è un corridoio di otto metri per due, fiancheggiato da muri alti quasi dieci metri, all’estremità dei quali si vede, a fessura, il cielo. Alcuni detenuti nelle sue stesse condizioni rinunciano all’ora d’aria. Andare avanti e indietro, in quelle condizioni, può rendere pazzi, spiegano. Il capo dei capi dei Casalesi, invece, non ci rinuncia e ieri, durante il processo, ha chiesto che i suoi diritti vengano rispettati. Il tono quasi indecifrabile, a metà tra il provocatorio e il disperato, le parole di chi sa di avere, nonostante la sua condizione, ancora un appeal sui suoi interlocutori. (Mary Liguori – Il Mattino) 

A gennaio ci sarà la prima proroga del 41 bis ma il boss dice di non resistere più in quelle «condizioni disumane». Sono passati quattro anni da quando Michele Zagaria, il capo dei capi del clan dei Casalesi, veniva stanato dal bunker di via Mascagni, scavato sotto una villa nella «sua» Casapesenna e, dal giorno successivo, finiva detenuto al carcere duro, a Parma. Una storia controversa quella della sua cattura, durante la quale il padrino, uscendo di scena, mentre pronunciava quella frase che fece il giro del mondo, «Lo Stato ha vinto, lo Stato vince sempre», avrebbe fatto scivolare nelle mani di un poliziotto infedele una pen drive con dati segretissimi (la vicenda è oggetto di un’inchiesta). L’alba del 7 dicembre del 2011 segnò la fine di una fuga impossibile, una conclusione controversa quasi quanto la storia della latitanza di Zagaria, durata ben quindici anni, tre lustri durante i quali il boss non si allontanò mai dalla sua terra, visse in diversi covi realizzati appositamente per lui comandando, come un fantasma, nascosto da coperture che dal basso andavano, forse, fino a sfere più alte. Lo cercavano tutti, ma sembrava inafferrabile. Poi lo arrestarono e dal bunker è passato alla cella, in 41 bis. Da dieci mesi Michele Zagaria è nel penitenziario di massima sicurezza di Milano, ad Opera, e ieri, collegato in videoconferenza col tribunale di Santa Maria CapuaVetere, dove si sta celebrando il processo per le presunte minacce all’ex sindaco di Casapesenna, il boss ha chiesto la parola per dire che lui non ne può più di stare al 41 bis. «La mia è una situazione disumana, non posso vedere nessuno, eppure sarebbe un mio diritto»: il padrino, detto «capa storta», fa riferimento all’ora di socialità, anzi le due ore quotidiane che avrebbe la possibilità di trascorrere con altri tre detenuti, prerogativa che da quando è nel carcere milanese non gli viene accordata. Non per motivi giudiziari, spiegano i suoi avvocati (Andrea Imperato, Paolo Di Furia e Angelo Raucci), che hanno scritto sia al carcere che alla Dda di Napoli per far presenti le lamentele del loro assistito, ma per una sorta di coincidenze negative. Ad Opera non ci sarebbe, tra le decine di detenuti al carcere duro, quasi nessuno «compatibile» per passare l’ora d’aria con Zagaria e, chi potrebbe, si rifiuta di farlo, forse temendo che dialoghi col superboss possano aggravare le loro già pesanti condizioni di detenuti. Solo, quindi, se non per quell’ora al mese in cui, cinque per volta, i suoi parenti più prossimi vanno a fargli visita. Al colloquio si recano a turno le cinque sorelle libere ed incensurate del boss e alcuni dei suoi nipoti. I fratelli e la sorella Elvira sono a loro volta detenuti. Per i restanti giorni del mese il capoclan vive dunque in assoluta solitudine, in una cella di due metri per tre, videosorvegliata ventiquattr’ore su ventiquattro. L’arredamento è composto da un letto e da un piccolo tavolino, sul quale consuma i tre pasti giornalieri: caffellatte al mattino, con qualche biscotto; spesso pasta al sugo per pranzo; carne e pane a cena. E la cella è isolata dagli altri ambienti del carcere, quasi ovattata: Zagaria non sente rumori, né voci, se non quella dell’agente di penitenziaria che lo avvicina per portargli il cibo e che, nel pomeriggio, lo accompagna fuori per l’ora d’aria che il boss è quindi costretto a passare da solo. «Fuori», per Zagaria, è un corridoio di otto metri per due, fiancheggiato da muri alti quasi dieci metri, all’estremità dei quali si vede, a fessura, il cielo. Alcuni detenuti nelle sue stesse condizioni rinunciano all’ora d’aria. Andare avanti e indietro, in quelle condizioni, può rendere pazzi, spiegano. Il capo dei capi dei Casalesi, invece, non ci rinuncia e ieri, durante il processo, ha chiesto che i suoi diritti vengano rispettati. Il tono quasi indecifrabile, a metà tra il provocatorio e il disperato, le parole di chi sa di avere, nonostante la sua condizione, ancora un appeal sui suoi interlocutori. (Mary Liguori – Il Mattino)