LA CONGIURA DI MACCHIA di Michelangelo Schipa

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Era il 23 settembre 1701, a Napoli esisteva ancora un popolo, sovrano e autoritario. La congiura descritta sotto  finì male, poiché non ci fu la partecipazione dei popolani, non si fidarono, o forse perché non conoscevano ancora gli Asburgi e quindi preferirono non sporcarsi le mani.

Fu detta così perché ritenuta opera di Gaetano Gambacorta, principe di Macchia (v. gambacorta).
In una rissa tra borghesi napoletani e soldati spagnoli, uno o due di questi erano stati uccisi da lui; e ciò gli aveva fruttato fama di antispagnolo, tanto più perché inquisiti di cospirazione un suo zio e un suo fratello. Ma quando s’iniziò e si organizzò la congiura denominata da lui, egli si trovava a Barcellona a comandare un reggimento di fanteria napoletana di stanza in Catalogna. S’iniziò la congiura sotto il viceré duca di Medinaceli, nell’attesa della morte di Carlo II e nell’incertezza delle sorti che ne sarebbero derivate al regno, da un gruppo di signori animati meno dal risentimento generale dell’aristocrazia, che da un astio e da rancori personali contro il viceré. E suo primo centro fu un luogo di “asilo” in Napoli, dove si era rifugiato il principe della Riccia; secondo, Benevento, dove quel principe riparò quando fu condannato in contumacia. Primo loro programma: disfarsi del Medinaceli, aggregandosi quanti altri avessero contro di lui motivi personali; fra i quali erano personaggi altissimi come il principe di Caserta e il marchese del Vasto, tutti e due Grandi di Spagna e Toson d’oro.

Facciata Palazzo Marigliano
Interno Palazzo

Ma ad elevare a più alti propositi quei segreti convegni fu il principe di Chiusano, Tiberio Carafa, anima vera e attore principale della congiura. Egli voleva che il regno ridivenisse indipendente, che la nobiltà ricuperasse i suoi diritti; ma ciò senz’ombra d’interesse personale. Egli seppe indurre i suoi compagni di congiura al disegno di costituire un forte partito che alla morte di Carlo II trasferisse alle piazze di Napoli il governo del regno e queste eleggessero un re prima di averlo imposto da prepotenza altrui. Partito quindi da Napoli, nel maggio 1700, si recò – dopo una sosta a Roma – a Venezia, per averne aiuto all’azione avvenire. L’imperatore Leopoldo ne impersonò il disegno, quando, morto Carlo II (ne giunse a Napoli la notizia il 20 novembre) promise ai congiurati napoletani di mandare per re a Napoli il suo secondogenito Carlo. Vi fu invece acclamato Filippo V nell’Epifania del 1701. E allora i congiurati intensificarono la loro attività, patteggiarono con l’imperatore, pensarono di darsi un capo militare nella persona del principe di Macchia, che, accettato il compito, fece ritorno a Napoli; furono incoraggiati ad agire da mendaci promesse di aiuto fatte dai ministri imperiali. Decisi a impadronirsi di Castelnuovo e del viceré, tentarono il colpo tra la notte del 22 e la giornata del 23 settembre, lasciando che la plebaglia si scatenasse al saccheggio. Ma il viceré, avvisato, fece attaccare dalla soldatesca spagnola i tumultuanti che furono costretti a fuggire. Carlo di Sangro (fratello del marchese di S. Lucido), rimasto prigioniero, fu processato e mandato al patibolo. Tra i fuggenti fu ucciso Giuseppe Capece. Quelli che poterono scampare, ripararono al campo del principe Eugenio e poi si raccolsero a Vienna.

Bibl.: A. Granito, Storia della congiura del principe di Macchia, II, Napoli 1861.
Fonte Treccani
 

Era il 23 settembre 1701, a Napoli esisteva ancora un popolo, sovrano e autoritario. La congiura descritta sotto  finì male, poiché non ci fu la partecipazione dei popolani, non si fidarono, o forse perché non conoscevano ancora gli Asburgi e quindi preferirono non sporcarsi le mani.

Fu detta così perché ritenuta opera di Gaetano Gambacorta, principe di Macchia (v. gambacorta).
In una rissa tra borghesi napoletani e soldati spagnoli, uno o due di questi erano stati uccisi da lui; e ciò gli aveva fruttato fama di antispagnolo, tanto più perché inquisiti di cospirazione un suo zio e un suo fratello. Ma quando s'iniziò e si organizzò la congiura denominata da lui, egli si trovava a Barcellona a comandare un reggimento di fanteria napoletana di stanza in Catalogna. S'iniziò la congiura sotto il viceré duca di Medinaceli, nell'attesa della morte di Carlo II e nell'incertezza delle sorti che ne sarebbero derivate al regno, da un gruppo di signori animati meno dal risentimento generale dell'aristocrazia, che da un astio e da rancori personali contro il viceré. E suo primo centro fu un luogo di "asilo" in Napoli, dove si era rifugiato il principe della Riccia; secondo, Benevento, dove quel principe riparò quando fu condannato in contumacia. Primo loro programma: disfarsi del Medinaceli, aggregandosi quanti altri avessero contro di lui motivi personali; fra i quali erano personaggi altissimi come il principe di Caserta e il marchese del Vasto, tutti e due Grandi di Spagna e Toson d'oro.

Facciata Palazzo Marigliano Interno Palazzo

Ma ad elevare a più alti propositi quei segreti convegni fu il principe di Chiusano, Tiberio Carafa, anima vera e attore principale della congiura. Egli voleva che il regno ridivenisse indipendente, che la nobiltà ricuperasse i suoi diritti; ma ciò senz'ombra d'interesse personale. Egli seppe indurre i suoi compagni di congiura al disegno di costituire un forte partito che alla morte di Carlo II trasferisse alle piazze di Napoli il governo del regno e queste eleggessero un re prima di averlo imposto da prepotenza altrui. Partito quindi da Napoli, nel maggio 1700, si recò – dopo una sosta a Roma – a Venezia, per averne aiuto all'azione avvenire. L'imperatore Leopoldo ne impersonò il disegno, quando, morto Carlo II (ne giunse a Napoli la notizia il 20 novembre) promise ai congiurati napoletani di mandare per re a Napoli il suo secondogenito Carlo. Vi fu invece acclamato Filippo V nell'Epifania del 1701. E allora i congiurati intensificarono la loro attività, patteggiarono con l'imperatore, pensarono di darsi un capo militare nella persona del principe di Macchia, che, accettato il compito, fece ritorno a Napoli; furono incoraggiati ad agire da mendaci promesse di aiuto fatte dai ministri imperiali. Decisi a impadronirsi di Castelnuovo e del viceré, tentarono il colpo tra la notte del 22 e la giornata del 23 settembre, lasciando che la plebaglia si scatenasse al saccheggio. Ma il viceré, avvisato, fece attaccare dalla soldatesca spagnola i tumultuanti che furono costretti a fuggire. Carlo di Sangro (fratello del marchese di S. Lucido), rimasto prigioniero, fu processato e mandato al patibolo. Tra i fuggenti fu ucciso Giuseppe Capece. Quelli che poterono scampare, ripararono al campo del principe Eugenio e poi si raccolsero a Vienna.

Bibl.: A. Granito, Storia della congiura del principe di Macchia, II, Napoli 1861.
Fonte Treccani
 

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