C’è musica nell’atrio del Duomo di Salerno

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Don Michele Pecoraro il parroco swing riapre agli spettacoli lo spazio negato dal settembre del 1993, quando Pierro conquistò la prima pagina del Corriere della Sera per aver chiuso la porta in faccia a Sergiu Celibidache

 

Di OLGA CHIEFFI

7 settembre 1993 il M° Vittorio Ambrosio e Paolo Isotta il critico del Corriere della Sera fanno anticamera sullo scalone del Duomo di Salerno in attesa di essere ricevuti da Gerardo Pierro, il quale ha negato l’atrio del duomo all’organizzazione del Salerno Festival, in programma dal 7 al 17 settembre, quando sul podio sarebbe salito alla direzione dei suoi Munchner Philarmoniker Sergiu Celibidache, per l’esecuzione dell’incompiuta di Franz Schubert e la Pastorale di Ludwig Van Beethoven. Causa di questo assassinio nella cattedrale l’imminenza dei festeggiamenti per San Matteo. Il giorno dopo, l’8 settembre, lo sferzante articolo di Paolo Isotta in “prima” “Il maestro e il sagrato proibito” , che chiude con “Per monsignor Pierro fra Sergiu Celibidache e i Filarmonici di Monaco, e la banda di Coperchia, suo paese natale, col suo maestro, non c’è differenza. Ventidue lunghissimi anni di silenzio in cattedrale fino a questo San Matteo che ha salutato cinque eventi nell’atrio del duomo, niente di paragonabile allo stellare Salerno Festival, una rassegna di carattere europeo, con progetti esclusivi, creati dal raffinato sentire musicale di Giulia e Vittorio Ambrosio, un piccolo, luminosissimo, miracolo che ha portato in città cicli dedicati a Bruckner, Mahler, Berlioz, bacchette del livello di Wolfgang Sawallisch, lorin Maazel, Pierre Boulez, Zubin Mehta, Klaus Tennstedt, Marek Janowski, annullando completamente tutti gli altri cartelloni estivi.  In questo settembre, un po’ a sorpresa, dopo le dimissioni del primo comitato festa, guidato da Mario Compagnone e l’annullamento di ogni programma civile dopo la Salerno etnica promossa da Ugo Picarelli, da oltre un lustro San Matteo “Regnava nel silenzio”, unitamente alla parrocchia abbandonata di Don Antonio Quaranta. Don Michele Pecoraro, per portare un po’ di gente in cattedrale, ha organizzato un anno zero dei festeggiamenti per San Matteo, ripromettendosi per l’anno prossimo di ri-fondare un nuovo comitato feste, promuovendo all’ultimo momento cinque serate, in cui ha portato ad esibirsi un po’ quanti volevano e potevano, dagli strumentisti della Dolce Vita Orchestra di Rino Barbarulo, alle diverse anime del teatro delle Arti con chiusura affidata ad Angelo De Gennaro, musical parrocchiale Forza venite gente!, archi accoliti partenopei guidati da Goodman, e la dignitosissima serata che ha riunito nell’atrio ben nove formazioni corali dilettantistiche salernitane. Una specie di corte dei miracoli, in cui tra il numerosissimo pubblico che ha affollato comunque l’atrio del duomo non hanno inteso mancare nemmeno i cani, che da questo San Matteo hanno accesso in cattedrale. Essendo intervenuti alle due ultime serate non possiamo giudicarle tutte. Ad una prima sensazione di nostalgia e sdegno, in particolare nella serata affidata all’orchestra di San Giovanni, si è sostituito un barlume di speranza, pensando che piano, piano quello spazio assurto alle cronache internazionali negli anni novanta possa rivivere, tornare ad educare, formare, sperando che Don Michele, premi la bontà dei progetti che, certamente, gli verranno presentati numerosissimi e non la persona che li propone, con senso critico, artistico e severità. Un plauso d’incoraggiamento, quindi, a Don Michele, che ha eliminato tutti i divieti di Don Antonio Quaranta, riaprendo le porte di una chiesa che era diventata a tratti scostante. Che l’atrio del duomo possa essere di nuovo immaginato quale il tòpos, il dove, che, localizzando, determina una cosa come cosa-per-l’uomo, che diventa condizione dell’esistenza, punto di riferimento dell’esperienza, che consente la progettualità e l’attuazione, l’esistenza razionale, aprendo alla poesia, alla storia, all’ arte, alla musica, e quindi assumendo la caratteristica comunicativa o sociale di “luogo familiare”, mentre la familiarità del luogo possa di nuovo assumere il tratto di condizione necessaria di ogni progettualità, non solo religiosa, ma anche civile.

 

Don Michele Pecoraro il parroco swing riapre agli spettacoli lo spazio negato dal settembre del 1993, quando Pierro conquistò la prima pagina del Corriere della Sera per aver chiuso la porta in faccia a Sergiu Celibidache

 

Di OLGA CHIEFFI

7 settembre 1993 il M° Vittorio Ambrosio e Paolo Isotta il critico del Corriere della Sera fanno anticamera sullo scalone del Duomo di Salerno in attesa di essere ricevuti da Gerardo Pierro, il quale ha negato l’atrio del duomo all’organizzazione del Salerno Festival, in programma dal 7 al 17 settembre, quando sul podio sarebbe salito alla direzione dei suoi Munchner Philarmoniker Sergiu Celibidache, per l’esecuzione dell’incompiuta di Franz Schubert e la Pastorale di Ludwig Van Beethoven. Causa di questo assassinio nella cattedrale l’imminenza dei festeggiamenti per San Matteo. Il giorno dopo, l’8 settembre, lo sferzante articolo di Paolo Isotta in “prima” “Il maestro e il sagrato proibito” , che chiude con “Per monsignor Pierro fra Sergiu Celibidache e i Filarmonici di Monaco, e la banda di Coperchia, suo paese natale, col suo maestro, non c’è differenza. Ventidue lunghissimi anni di silenzio in cattedrale fino a questo San Matteo che ha salutato cinque eventi nell’atrio del duomo, niente di paragonabile allo stellare Salerno Festival, una rassegna di carattere europeo, con progetti esclusivi, creati dal raffinato sentire musicale di Giulia e Vittorio Ambrosio, un piccolo, luminosissimo, miracolo che ha portato in città cicli dedicati a Bruckner, Mahler, Berlioz, bacchette del livello di Wolfgang Sawallisch, lorin Maazel, Pierre Boulez, Zubin Mehta, Klaus Tennstedt, Marek Janowski, annullando completamente tutti gli altri cartelloni estivi.  In questo settembre, un po’ a sorpresa, dopo le dimissioni del primo comitato festa, guidato da Mario Compagnone e l’annullamento di ogni programma civile dopo la Salerno etnica promossa da Ugo Picarelli, da oltre un lustro San Matteo “Regnava nel silenzio”, unitamente alla parrocchia abbandonata di Don Antonio Quaranta. Don Michele Pecoraro, per portare un po’ di gente in cattedrale, ha organizzato un anno zero dei festeggiamenti per San Matteo, ripromettendosi per l’anno prossimo di ri-fondare un nuovo comitato feste, promuovendo all'ultimo momento cinque serate, in cui ha portato ad esibirsi un po’ quanti volevano e potevano, dagli strumentisti della Dolce Vita Orchestra di Rino Barbarulo, alle diverse anime del teatro delle Arti con chiusura affidata ad Angelo De Gennaro, musical parrocchiale Forza venite gente!, archi accoliti partenopei guidati da Goodman, e la dignitosissima serata che ha riunito nell’atrio ben nove formazioni corali dilettantistiche salernitane. Una specie di corte dei miracoli, in cui tra il numerosissimo pubblico che ha affollato comunque l’atrio del duomo non hanno inteso mancare nemmeno i cani, che da questo San Matteo hanno accesso in cattedrale. Essendo intervenuti alle due ultime serate non possiamo giudicarle tutte. Ad una prima sensazione di nostalgia e sdegno, in particolare nella serata affidata all’orchestra di San Giovanni, si è sostituito un barlume di speranza, pensando che piano, piano quello spazio assurto alle cronache internazionali negli anni novanta possa rivivere, tornare ad educare, formare, sperando che Don Michele, premi la bontà dei progetti che, certamente, gli verranno presentati numerosissimi e non la persona che li propone, con senso critico, artistico e severità. Un plauso d’incoraggiamento, quindi, a Don Michele, che ha eliminato tutti i divieti di Don Antonio Quaranta, riaprendo le porte di una chiesa che era diventata a tratti scostante. Che l’atrio del duomo possa essere di nuovo immaginato quale il tòpos, il dove, che, localizzando, determina una cosa come cosa-per-l'uomo, che diventa condizione dell'esistenza, punto di riferimento dell'esperienza, che consente la progettualità e l'attuazione, l'esistenza razionale, aprendo alla poesia, alla storia, all' arte, alla musica, e quindi assumendo la caratteristica comunicativa o sociale di "luogo familiare", mentre la familiarità del luogo possa di nuovo assumere il tratto di condizione necessaria di ogni progettualità, non solo religiosa, ma anche civile.