COSTA D’AMALFI: LA MORTE DELLA BELLEZZA NEL TRIONFO DELLA BARBARIE DEI PRIROMANI

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Ieri La costa d’Amalfi ha vissuto una giornata d’inferno, isolata nei suoi accessi tradizionali dal fuoco. L’inferno, quindi c’entra perché il fuoco era scatenato dall’intelligenza luciferina dei piromani, che hanno nella mente malata, nell’anima votata al male e nel cuore perfido  la vocazione allo sfregio della bellezza. La costa diventa spesso “un’isola sulla terraferma”, come ho avuto modo di scrivere a più riprese nel corso degli anni, per la forza delle intemperie durante i mesi d’autunno e inverno quando il territorio smotta e si sfarina e si mangia le strade per le precipitazioni improvvise, abbondanti e prolungate sia d’estate, quando la demenza degli uomini “diavoli che spesso violentano il paradiso della bellezza con il trionfo della barbarie.” E, alla malora, la fama di respiro internazionale, il paesaggio rurale unico al mondo e che lascia senza respiro e il conclamato patrimonio dell’Unesco. E’ successo anche ieri ed io nel leggere e rivedere le immagini ho rivissuto la stessa giornata d’incubo di una estate rovente, in tutti i sensi, di un paio d’anni fa. Anche allora era fine estate (inizio settembre). Ero a Minori e fui sconvolto dai fronti del fuoco che vidi e vissi così……

“Gli accenni di promontorio delle Torricelle e Castiglione abbrancano mare, sentinelle d’amore a guardia della rada paciosa di Minori, che dalla costa s’imbuta lungo il corso del Reghinna fin lassù  alle sorgenti che zampillano argento nel verde della macchia mediterranea dell’ariola che anticipa pascoli bradi dei pianori del chiunzi. L’acqua caracolla giù a conquista di mare, raccogliendo storia e storie di protoindustria, carezzando le radici di quel che resta dei manufatti di cartiere, mulini e pastifici. Nel fuoco del tramonto San Cosma di Ravello rifrange oro sul verde dei limoneti a scivolo dolce sull’insenatura umbratile della marmorata. La Rondinaia è una nuvola bianca dipinta nel vero del costrutto; e vi aleggia ancora, folle di genio e sregolatezza, lo spirito di Gore Vidal che osò sfidare con la forza della creatività dell’arte il puritanesimo bigotto e l’imperialismo del capitalismo arrogante dell’America con il simpatico sberleffo delle volute pastose di un sigaro, riccioli barocchi ad arabesco di cielo, e con l’aroma inebriante di un doppio whisky gia’ alle nove del mattino. Quanto ci manchi, impagabile ed inimitabile maestro di libertà e trasgressione. Il tramonto è, in distanza, conflagrazione di cielo e mare all’altare di pietra e macchia delle sirene ammarate a li galli, alle spalle barricate di fichi d’india sono graffiti carnosi sulle falesie che scalano giardini di limoni. Piante di carrubo con lamine di frutti che ciondolano sbrigliati dalla brezza iodata e le case sparse del villaggio di torre. L’orologio di Santa Trofimena suona l’ora della siesta. Il silenzio rarefatto concilia i ricordi della storia prestigiosa e delle tradizioni nobili di un territorio.  Minori potrebbe e, secondo me, dovrebbe essere la spiaggia di Ravello se tutto il territorio volasse alto e programmasse alla grande servizi (il vettore meccanico!?) ed attività di cultura di caratura internazionale  lungo tutto l’arco dell’anno. Ravello ha nel dna il culto della bellezza, dell’eleganza e dell’armonia  e  potrebbe e dovrebbe diventare punto di riferimento e di propulsione per la promozione del turismo di qualità nel segno dell’arte e della cultura, per tutta la costa. Mi attardo in queste riflessioni a sogno d’utopia, da cui sono ruvidamente svegliato dallo sferragliare sinistro dei canadair con tonfi rumorosi a pelo d’acqua per un via vai a volo di colline e montagne nel tentativo di spegnere focolai d’incendi che divampano da tramonti a scala, da Vettica di Amalfi a Conca dei Marini, da Furore a Montepertuso e Nocelle. Tempo un’ora e brucia Maiori e lingue di fuoco rispondono da Corbara a richiamo di demenzialità programmata e barbarie di uomini. Mi esplode dentro l’urlo di condanna di Salvatore Quasimodo “sei ancora quello della pietra e della fionda/uomo  del mio tempo!” e alla malora il patrimonio dell’umanità e il canto di ammirazione degli esperti dell’Unesco, che sottolinearono il perfetto equilibrio tra natura ed uomo, che ha saputo conservarlo, esaltarlo, conservarlo e tramandarlo ai posteri lungo il corso dei secoli. I suoi eredi inceneriscono la bellezza in una fiammata. Sono barbari senza cuore, senza sensibilità, senza cultura. E la costa divina incenerisce e muore, brucia fuori, ma soprattutto brucia dentro, anzi è già arida dentro, perché non ha culto e religione della bellezza, si esalta nella pratica sfacciata ed ostentata dell’eresia amorale, in una società di disvalori, il cui unico punto di riferimento è e resta il dio tarì desiderato e maniacalmente conquistato con la distruzione sistematica del bello su cui è stata costruita la promozione e la vendita del turismo. Ci sarebbe da gridare con il grande Virgilio: ”quid non mortalia pectora cogis auri sacra fames?- fin dove non spingi i cuori degli uomini, oh esacranda voracità del denaro”. E si assiste allibiti al fragoroso silenzio di operatori ed amministratori che nella migliore delle ipotesi tentano palliativi (telecamere su colline e montagne!??) là dove urgerebbe una radicale educazione alla tutela e alla difesa dell’ambiente di tutti e dico tutti i cittadini che dovrebbero sentire come proprio un patrimonio da cui ricavano ricchezza e sopravvivenza per sé e per le generazioni future. Ma manca la sensibilità e la cultura. Manca il culto e la religione della bellezza. Trionfa l’incultura e la barbarie. Non c’è culto e rispetto né per l’etica né per l’estetica. Avessi un minimo di potere decisionale mi attrezzerei per un corso di formazione di “etica “ e “estetica” per amministratori locali e per operatori di tutti i settori della vita produttiva. Ma così non è e debbo rassegnarmi a recitare al ruolo di vox clamantis in deserto, nel deserto delle coscienze e nell’aridità dei cuori. Mi rassegno a piangere la morte violenta della bellezza con il sottofondo dello sferragliare dei canadair, che piroettano con il loro carico di acqua della speranza dal mare ai monti in un tragico tramonto di fuoco, che non è solo quello del sole che conflagra, bellissimo, all’orizzonte lontano con il mare ma anche quello demenziale appiccato dagli uomini ad incenerire la macchia mediterranea su colline e montagne verdi dei lattari: si brucia storia e bellezza, memoria e vita. E mi risuonano nella mente e nel cuore le riflessioni del grande Cicerone ”la storia è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra della vita, nunzia dell’antichità”. A me resta testimoniare amaramente che in un pomeriggio di fine agosto nella rada paciosa di minori ho assistito al funerale della bellezza e, conseguentemente della storia, della verità, della memoria, della vita, delle grandi e nobili tradizioni di un territorio. Che tristezza e che ferita al cuore!”
Ieri c’è stato il replay più razionale nella ideazione e, nella realizzazione, ancora piu’ devastante nei risultati. Mi viene da piangere.
GIUSEPPE LIUCCIO
GIUSEPPELIUCCIO@GMAIL.COM

Ieri La costa d’Amalfi ha vissuto una giornata d’inferno, isolata nei suoi accessi tradizionali dal fuoco. L’inferno, quindi c’entra perché il fuoco era scatenato dall’intelligenza luciferina dei piromani, che hanno nella mente malata, nell’anima votata al male e nel cuore perfido  la vocazione allo sfregio della bellezza. La costa diventa spesso “un’isola sulla terraferma”, come ho avuto modo di scrivere a più riprese nel corso degli anni, per la forza delle intemperie durante i mesi d’autunno e inverno quando il territorio smotta e si sfarina e si mangia le strade per le precipitazioni improvvise, abbondanti e prolungate sia d’estate, quando la demenza degli uomini “diavoli che spesso violentano il paradiso della bellezza con il trionfo della barbarie.” E, alla malora, la fama di respiro internazionale, il paesaggio rurale unico al mondo e che lascia senza respiro e il conclamato patrimonio dell’Unesco. E’ successo anche ieri ed io nel leggere e rivedere le immagini ho rivissuto la stessa giornata d’incubo di una estate rovente, in tutti i sensi, di un paio d’anni fa. Anche allora era fine estate (inizio settembre). Ero a Minori e fui sconvolto dai fronti del fuoco che vidi e vissi così……

“Gli accenni di promontorio delle Torricelle e Castiglione abbrancano mare, sentinelle d'amore a guardia della rada paciosa di Minori, che dalla costa s'imbuta lungo il corso del Reghinna fin lassù  alle sorgenti che zampillano argento nel verde della macchia mediterranea dell'ariola che anticipa pascoli bradi dei pianori del chiunzi. L'acqua caracolla giù a conquista di mare, raccogliendo storia e storie di protoindustria, carezzando le radici di quel che resta dei manufatti di cartiere, mulini e pastifici. Nel fuoco del tramonto San Cosma di Ravello rifrange oro sul verde dei limoneti a scivolo dolce sull'insenatura umbratile della marmorata. La Rondinaia è una nuvola bianca dipinta nel vero del costrutto; e vi aleggia ancora, folle di genio e sregolatezza, lo spirito di Gore Vidal che osò sfidare con la forza della creatività dell'arte il puritanesimo bigotto e l'imperialismo del capitalismo arrogante dell'America con il simpatico sberleffo delle volute pastose di un sigaro, riccioli barocchi ad arabesco di cielo, e con l'aroma inebriante di un doppio whisky gia’ alle nove del mattino. Quanto ci manchi, impagabile ed inimitabile maestro di libertà e trasgressione. Il tramonto è, in distanza, conflagrazione di cielo e mare all'altare di pietra e macchia delle sirene ammarate a li galli, alle spalle barricate di fichi d’india sono graffiti carnosi sulle falesie che scalano giardini di limoni. Piante di carrubo con lamine di frutti che ciondolano sbrigliati dalla brezza iodata e le case sparse del villaggio di torre. L'orologio di Santa Trofimena suona l'ora della siesta. Il silenzio rarefatto concilia i ricordi della storia prestigiosa e delle tradizioni nobili di un territorio.  Minori potrebbe e, secondo me, dovrebbe essere la spiaggia di Ravello se tutto il territorio volasse alto e programmasse alla grande servizi (il vettore meccanico!?) ed attività di cultura di caratura internazionale  lungo tutto l'arco dell'anno. Ravello ha nel dna il culto della bellezza, dell'eleganza e dell'armonia  e  potrebbe e dovrebbe diventare punto di riferimento e di propulsione per la promozione del turismo di qualità nel segno dell'arte e della cultura, per tutta la costa. Mi attardo in queste riflessioni a sogno d’utopia, da cui sono ruvidamente svegliato dallo sferragliare sinistro dei canadair con tonfi rumorosi a pelo d’acqua per un via vai a volo di colline e montagne nel tentativo di spegnere focolai d’incendi che divampano da tramonti a scala, da Vettica di Amalfi a Conca dei Marini, da Furore a Montepertuso e Nocelle. Tempo un’ora e brucia Maiori e lingue di fuoco rispondono da Corbara a richiamo di demenzialità programmata e barbarie di uomini. Mi esplode dentro l’urlo di condanna di Salvatore Quasimodo “sei ancora quello della pietra e della fionda/uomo  del mio tempo!” e alla malora il patrimonio dell’umanità e il canto di ammirazione degli esperti dell’Unesco, che sottolinearono il perfetto equilibrio tra natura ed uomo, che ha saputo conservarlo, esaltarlo, conservarlo e tramandarlo ai posteri lungo il corso dei secoli. I suoi eredi inceneriscono la bellezza in una fiammata. Sono barbari senza cuore, senza sensibilità, senza cultura. E la costa divina incenerisce e muore, brucia fuori, ma soprattutto brucia dentro, anzi è già arida dentro, perché non ha culto e religione della bellezza, si esalta nella pratica sfacciata ed ostentata dell’eresia amorale, in una società di disvalori, il cui unico punto di riferimento è e resta il dio tarì desiderato e maniacalmente conquistato con la distruzione sistematica del bello su cui è stata costruita la promozione e la vendita del turismo. Ci sarebbe da gridare con il grande Virgilio: ”quid non mortalia pectora cogis auri sacra fames?- fin dove non spingi i cuori degli uomini, oh esacranda voracità del denaro”. E si assiste allibiti al fragoroso silenzio di operatori ed amministratori che nella migliore delle ipotesi tentano palliativi (telecamere su colline e montagne!??) là dove urgerebbe una radicale educazione alla tutela e alla difesa dell’ambiente di tutti e dico tutti i cittadini che dovrebbero sentire come proprio un patrimonio da cui ricavano ricchezza e sopravvivenza per sé e per le generazioni future. Ma manca la sensibilità e la cultura. Manca il culto e la religione della bellezza. Trionfa l’incultura e la barbarie. Non c’è culto e rispetto né per l’etica né per l’estetica. Avessi un minimo di potere decisionale mi attrezzerei per un corso di formazione di “etica “ e “estetica” per amministratori locali e per operatori di tutti i settori della vita produttiva. Ma così non è e debbo rassegnarmi a recitare al ruolo di vox clamantis in deserto, nel deserto delle coscienze e nell’aridità dei cuori. Mi rassegno a piangere la morte violenta della bellezza con il sottofondo dello sferragliare dei canadair, che piroettano con il loro carico di acqua della speranza dal mare ai monti in un tragico tramonto di fuoco, che non è solo quello del sole che conflagra, bellissimo, all’orizzonte lontano con il mare ma anche quello demenziale appiccato dagli uomini ad incenerire la macchia mediterranea su colline e montagne verdi dei lattari: si brucia storia e bellezza, memoria e vita. E mi risuonano nella mente e nel cuore le riflessioni del grande Cicerone ”la storia è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra della vita, nunzia dell’antichità”. A me resta testimoniare amaramente che in un pomeriggio di fine agosto nella rada paciosa di minori ho assistito al funerale della bellezza e, conseguentemente della storia, della verità, della memoria, della vita, delle grandi e nobili tradizioni di un territorio. Che tristezza e che ferita al cuore!”
Ieri c’è stato il replay più razionale nella ideazione e, nella realizzazione, ancora piu’ devastante nei risultati. Mi viene da piangere.
GIUSEPPE LIUCCIO
GIUSEPPELIUCCIO@GMAIL.COM