Roma. Giovanni Scattone rinuncia alla cattedra: non sono sereno. La madre di Marta Russo: contenta per gli studenti

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Roma. «La coscienza mi dice che posso insegnare, la mancanza di serenità mi induce a rinunciare all’incarico per rispetto degli alunni che mi sono stati affidati». Giovanni Scattone, dopo tre giorni di polemiche per la cattedra da professore e l’immissione in ruolo, ha annunciato ieri che martedì prossimo non prenderà servizio all’istituto professionale “Luigi Einaudi” all’Aurelio dove è stato destinato dal provveditorato. «Lo faccio con grande dolore e amarezza – confessa il docente che fu condannato per l’uccisione di Marta Russo all’università La Sapienza nel 1997 – perché di fatto mi si vuole impedire di avere una vita da cittadino normale. Ho rispettato, pur non condividendola, la mia sentenza di condanna. Quella sentenza tuttavia mi consentiva di insegnare. Sarebbe da Paese civile rispettarla nella sua interezza. Mi viene tolto il diritto fondamentale al lavoro». Giovanni Scattone, che oggi ha 47 anni, ha affidato lo sfogo a un lungo comunicato scritto con l’avvocato, Giancarlo Viglione, poi diffuso agli organi di informazione. La notizia dell’immissione in ruolo del docente grazie al decreto sulla “Buona Scuola” aveva scatenato un putiferio. Ma le posizioni iniziano a essere variegate. Il senatore del Pd Luigi Manconi, ad esempio, presidente della commissione Diritti Umani, critica «i forcaioli» e invita Scattone a «ripensarci». «Non solo per lui e per il suo personale destino – afferma – ma per la buona salute dello stato di diritto. La rieducazione del condannato prevista dalla Costituzione non può essere carta straccia». Don Antonio Mazzi, fondatore della comunità “Exodus”, ricorda che «Scattone ha regolato i conti con la giustizia ed è giusto che lavori. Impariamo a reinserire le persone: serve un movimento che possa generare azioni di riappacificazione». I genitori di Marta Russo, avuta la notizia della rinuncia, si sono detti «soddisfatti». «Lo sono soprattutto per i ragazzi – ha detto Aureliana, la madre della studentessa che fu ferita a morte da un colpo di pistola in un vialetto dell’università – è stata fatta giustizia. Gli studenti non avranno come insegnante una persona così inadatta a essere educatore. Evidentemente si è sentito pressato: ha preso una decisione di buon senso. Lui una vita se l’è rifatta, Marta non ha avuto questa possibilità. La nostra piccola battaglia ha dato i suoi frutti. Il passo indietro di Scattone non ci rende felici per una sorta di vendetta che non ci restituirebbe mai nostra figlia, ma perché i ragazzi non impareranno da chi per primo non ha imparato a prendersi le proprie responsabilità». Il caso probabilmente non è destinato a chiudersi così. Scattone ha insegnato per dieci anni da precario e la condanna a 5 anni e 4 mesi, scontata da moltissimo tempo, non prevedeva l’interdizione dai pubblici uffici. Non è escluso che il ministero dell’Istruzione decida di ricollocarlo in un ruolo diverso da quello di docente. «È una vicenda dolorosa – dice Giancarlo Viglione, il legale del professore – Lui è turbato. Qui non si tratta di essere degni o indegni. Ma, appunto, di rispettare una sentenza nella sua interezza. Non si può metterla in discussione solo nella parte che non piace. Tra l’altro mi chiedo di che cosa dovrebbe vivere questa persona. Non è una cosa bella in un Paese civile». (Luca Lippera – Il Mattino) 

Roma. «La coscienza mi dice che posso insegnare, la mancanza di serenità mi induce a rinunciare all'incarico per rispetto degli alunni che mi sono stati affidati». Giovanni Scattone, dopo tre giorni di polemiche per la cattedra da professore e l'immissione in ruolo, ha annunciato ieri che martedì prossimo non prenderà servizio all'istituto professionale “Luigi Einaudi” all'Aurelio dove è stato destinato dal provveditorato. «Lo faccio con grande dolore e amarezza – confessa il docente che fu condannato per l'uccisione di Marta Russo all'università La Sapienza nel 1997 – perché di fatto mi si vuole impedire di avere una vita da cittadino normale. Ho rispettato, pur non condividendola, la mia sentenza di condanna. Quella sentenza tuttavia mi consentiva di insegnare. Sarebbe da Paese civile rispettarla nella sua interezza. Mi viene tolto il diritto fondamentale al lavoro». Giovanni Scattone, che oggi ha 47 anni, ha affidato lo sfogo a un lungo comunicato scritto con l'avvocato, Giancarlo Viglione, poi diffuso agli organi di informazione. La notizia dell'immissione in ruolo del docente grazie al decreto sulla “Buona Scuola” aveva scatenato un putiferio. Ma le posizioni iniziano a essere variegate. Il senatore del Pd Luigi Manconi, ad esempio, presidente della commissione Diritti Umani, critica «i forcaioli» e invita Scattone a «ripensarci». «Non solo per lui e per il suo personale destino – afferma – ma per la buona salute dello stato di diritto. La rieducazione del condannato prevista dalla Costituzione non può essere carta straccia». Don Antonio Mazzi, fondatore della comunità “Exodus”, ricorda che «Scattone ha regolato i conti con la giustizia ed è giusto che lavori. Impariamo a reinserire le persone: serve un movimento che possa generare azioni di riappacificazione». I genitori di Marta Russo, avuta la notizia della rinuncia, si sono detti «soddisfatti». «Lo sono soprattutto per i ragazzi – ha detto Aureliana, la madre della studentessa che fu ferita a morte da un colpo di pistola in un vialetto dell'università – è stata fatta giustizia. Gli studenti non avranno come insegnante una persona così inadatta a essere educatore. Evidentemente si è sentito pressato: ha preso una decisione di buon senso. Lui una vita se l'è rifatta, Marta non ha avuto questa possibilità. La nostra piccola battaglia ha dato i suoi frutti. Il passo indietro di Scattone non ci rende felici per una sorta di vendetta che non ci restituirebbe mai nostra figlia, ma perché i ragazzi non impareranno da chi per primo non ha imparato a prendersi le proprie responsabilità». Il caso probabilmente non è destinato a chiudersi così. Scattone ha insegnato per dieci anni da precario e la condanna a 5 anni e 4 mesi, scontata da moltissimo tempo, non prevedeva l'interdizione dai pubblici uffici. Non è escluso che il ministero dell'Istruzione decida di ricollocarlo in un ruolo diverso da quello di docente. «È una vicenda dolorosa – dice Giancarlo Viglione, il legale del professore – Lui è turbato. Qui non si tratta di essere degni o indegni. Ma, appunto, di rispettare una sentenza nella sua interezza. Non si può metterla in discussione solo nella parte che non piace. Tra l'altro mi chiedo di che cosa dovrebbe vivere questa persona. Non è una cosa bella in un Paese civile». (Luca Lippera – Il Mattino)