Denuncia di Legambiente: discarica illegale nel Parco del Vesuvio, sversati anche avanzi di sartorie. L’ombra dei cinesi

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È una postazione privilegiata per vedere la costiera sorrentina e quel mare che da sempre attira migliaia di turisti in Campania. Dallo stesso posto, poi, abbassando lo sguardo, si può ammirare il meglio della vegetazione vesuviana: i vigneti di Lacryma Christi, il vino del vulcano. Ma località Fruscio, a Boscotrecase, nel cuore del Parco nazionale del Vesuvio, è anche il luogo di sversamenti selvaggi di rifiuti: tonnellate di immondizia che vengono gettate lì da decenni come se fosse una discarica. Eppure quei canaloni che vengono sommersi di spazzatura hanno un valore storico e geologico importantissimo: sono colate laviche che risalgono all’eruzione del 1906. Vengono studiate da geologi ed esperti e potrebbero essere oggetto di visite da parte di turisti o anche giovani studenti che vogliono conoscere la storia del Vesuvio. Invece sono coperti da rifiuti di ogni genere, anche pericolosi: plastica, amianto, copertoni, bidoni. Quelli di Legambiente lo segnalano da tempo e spesso organizzano «spedizioni» per ripulire l’area. Ora, però, gli stessi ambientalisti registrano un nuovo, inquietante fenomeno: nelle lave del 1906 ci arrivano soprattutto i ritagli di stoffe, il pezzame avanzato dalle sartorie della zona vesuviana, molte delle quale gestite da immigrati provenienti dalla Cina. Un dato che, inevitabilmente, viene collegato con una nuova tendenza degli imprenditori orientali che vivono all’ombra del Vesuvio: lo spostamento delle loro attività a ridosso dell’area protetta del vulcano. È qui, tra i vigneti, i pini e i lecci che sorgono le sartorie dei cinesi, spesso in manufatti abusivi. Abbandonati gli scantinati ora puntano a nascondersi dentro la pineta del vulcano per non dare nell’occhio ma soprattutto per gestire un’altra attività illecita: lo smaltimento dei rifiuti speciali. Appena un mese fa i carabinieri di Terzigno, nell’ambito di un’indagine volta proprio a stanare gli opifici illegali, sequestrarono piccole aree esterne agli edifici utilizzate proprio per lo stoccaggio di rifiuti derivanti dalle produzioni tessili. Un’attività pericolosa per l’ambiente e molto conveniente per chi la fa: il costo dello smaltimento delle pezze di stoffa, infatti, è molto alto se fatto secondo le regole. Ecco perché si preferisce la scorciatoia di buttare via tutto nelle campagna del vesuviano, con la conseguente devastazione del territorio. Accade con le lave del 1906, ma anche in altre zone della riserva naturale, come Terzigno, Boscotrecase, San Giuseppe Vesuviano, Ottaviano. Spiega Pasquale Raia, responsabile delle aree protette per Legambiente: «Presso le lave andrebbero messi dei cartelli esplicativi, andrebbe spiegata la storia del Vesuvio, ricca di fascino perché ha segnato la vita di intere popolazioni. Invece chi arriva fin qui trova i rifiuti. La presenza costante di pezze di stoffa e scarti della lavorazione tessile ci preoccupa moltissimo. Temiamo che ci sia un disegno criminoso, uno sversamento sistematico che finisca col danneggiare un ecosistema già fragilissimo». Sempre nella stessa zona, più vicino al monte Somma, nel Comune di San Giuseppe Vesuviano, c’è un altro sito usato per gettare immondizia in maniera indiscriminata: è il sentiero numero 7, chiamato «vallone della Profica paliata» e considerato un esempio di biodiversità del Vesuvio. Percorrendolo si possono ammirare la valeriana rossa, il finocchio selvatico e la silene, oltre alle coltivazioni del pomodorino ed alberi da frutto tra cui il fico, il pesco, il ciliegio e il pruno. Ma anche qui la furia degli sversamenti abusivi si è abbattuta, nonostante le denunce di associazioni e cittadini. Continua Raia: «È necessario che le istituzioni intervengano per fermare questo scempio. Il Parco Vesuvio non può più essere terra di nessuno». (Francesco Gravetti – Il Mattino)

È una postazione privilegiata per vedere la costiera sorrentina e quel mare che da sempre attira migliaia di turisti in Campania. Dallo stesso posto, poi, abbassando lo sguardo, si può ammirare il meglio della vegetazione vesuviana: i vigneti di Lacryma Christi, il vino del vulcano. Ma località Fruscio, a Boscotrecase, nel cuore del Parco nazionale del Vesuvio, è anche il luogo di sversamenti selvaggi di rifiuti: tonnellate di immondizia che vengono gettate lì da decenni come se fosse una discarica. Eppure quei canaloni che vengono sommersi di spazzatura hanno un valore storico e geologico importantissimo: sono colate laviche che risalgono all’eruzione del 1906. Vengono studiate da geologi ed esperti e potrebbero essere oggetto di visite da parte di turisti o anche giovani studenti che vogliono conoscere la storia del Vesuvio. Invece sono coperti da rifiuti di ogni genere, anche pericolosi: plastica, amianto, copertoni, bidoni. Quelli di Legambiente lo segnalano da tempo e spesso organizzano «spedizioni» per ripulire l’area. Ora, però, gli stessi ambientalisti registrano un nuovo, inquietante fenomeno: nelle lave del 1906 ci arrivano soprattutto i ritagli di stoffe, il pezzame avanzato dalle sartorie della zona vesuviana, molte delle quale gestite da immigrati provenienti dalla Cina. Un dato che, inevitabilmente, viene collegato con una nuova tendenza degli imprenditori orientali che vivono all’ombra del Vesuvio: lo spostamento delle loro attività a ridosso dell’area protetta del vulcano. È qui, tra i vigneti, i pini e i lecci che sorgono le sartorie dei cinesi, spesso in manufatti abusivi. Abbandonati gli scantinati ora puntano a nascondersi dentro la pineta del vulcano per non dare nell’occhio ma soprattutto per gestire un’altra attività illecita: lo smaltimento dei rifiuti speciali. Appena un mese fa i carabinieri di Terzigno, nell’ambito di un’indagine volta proprio a stanare gli opifici illegali, sequestrarono piccole aree esterne agli edifici utilizzate proprio per lo stoccaggio di rifiuti derivanti dalle produzioni tessili. Un’attività pericolosa per l’ambiente e molto conveniente per chi la fa: il costo dello smaltimento delle pezze di stoffa, infatti, è molto alto se fatto secondo le regole. Ecco perché si preferisce la scorciatoia di buttare via tutto nelle campagna del vesuviano, con la conseguente devastazione del territorio. Accade con le lave del 1906, ma anche in altre zone della riserva naturale, come Terzigno, Boscotrecase, San Giuseppe Vesuviano, Ottaviano. Spiega Pasquale Raia, responsabile delle aree protette per Legambiente: «Presso le lave andrebbero messi dei cartelli esplicativi, andrebbe spiegata la storia del Vesuvio, ricca di fascino perché ha segnato la vita di intere popolazioni. Invece chi arriva fin qui trova i rifiuti. La presenza costante di pezze di stoffa e scarti della lavorazione tessile ci preoccupa moltissimo. Temiamo che ci sia un disegno criminoso, uno sversamento sistematico che finisca col danneggiare un ecosistema già fragilissimo». Sempre nella stessa zona, più vicino al monte Somma, nel Comune di San Giuseppe Vesuviano, c’è un altro sito usato per gettare immondizia in maniera indiscriminata: è il sentiero numero 7, chiamato «vallone della Profica paliata» e considerato un esempio di biodiversità del Vesuvio. Percorrendolo si possono ammirare la valeriana rossa, il finocchio selvatico e la silene, oltre alle coltivazioni del pomodorino ed alberi da frutto tra cui il fico, il pesco, il ciliegio e il pruno. Ma anche qui la furia degli sversamenti abusivi si è abbattuta, nonostante le denunce di associazioni e cittadini. Continua Raia: «È necessario che le istituzioni intervengano per fermare questo scempio. Il Parco Vesuvio non può più essere terra di nessuno». (Francesco Gravetti – Il Mattino)