IL SOGNO DI UN UOMO RIDICOLO, UN “PEZZO” di GIULIO LIGUORI SULL’OMONIMO LIBRO di DOSTOEVSKIJ.

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Qualche anno fa, presso l’Associazione Lucana Giustino Fortunato, furono  presentati dalla prof.ssa D’Alessandro in uno spettacolo di giovani talenti in vari campi artistici, studenti del liceo Sannazaro di Napoli. Eravamo presenti a questo evento in qualità di giornalista e fotoreporter e ci colpirono  in modo particolare i versi di uno dei giovani protagonisti. Erano di  Giulio Liguori, già vincitore del premio di poesie indetto dal giornale Il Mattino di Napoli. Dopo lo spettacolo, ne parlammo con la professoressa D’Alessandro, alla quale illustrammo il nostro programma “Porte aperte ai Giovani. Qualche giorno dopo, Giulio entrò nel nostro programma e, non ci eravamo sbagliati; ovunque l’abbiamo presentato, ha ricevuto sempre scroscianti applausi che hanno commosso anche i genitori presenti ai suoi successi. Giulio, non ci ha mai deluso nelle nostre proposte artistiche e, di concorsi letterari ne ha vinti tanti, ci limitiamo solo a citarne alcuni: Premio Rolando Editore, Premi Concorso Salvatore Cerino, Premio ……….

Poiché Giulio non scrive solo versi, ma brilla anche per stile e cultura in vari campi, abbiamo ospitato con successo, su giornali cartacei, suoi articoli sotto un nostro cappelletto. Tempo addietro, inserimmo una sua intervista anche in positanonews.

Ebbene, la penna di Giulio, di inchiostro ne ha consumato tanto e ne consuma tantissimo positivamente.

Abbiamo detto che Giulio Liguori brilla sia per stile che per cultura, nella nostra convinzione, di seguito pubblichiamo un suo “pezzo”, già pubblicato su “poeti on line”, che riteniamo degno di nota per i nostri lettori.

 

Alberto Del Grosso

Giornalista Fotoreporter

 

IL SOGNO DI UN UOMO RIDICOLO

 

 

Aprii questo libro,  per la prima volta,  all’età di otto anni.  Forse per le sue esigue dimensioni,  appena ventuno pagine,  o forse per il suo titolo originale,  “Il sogno di un uomo ridicolo”,  iniziai a sfogliarlo e ci lessi un mondo “possibile”,  vicino al mio,  un mondo “raggiungibile”.  Adesso,  a diciannove anni,  sorrido pensando a quei ricordi,  pensando a quel bambino che,  come il protagonista,  credeva fosse possibile redimere l’umanità,  trasformando l’odio in amore,  la guerra in un’ eterna pace.

E’ la storia di un uomo ridicolo,  consapevole d’esserlo fin dalla nascita e deriso da tutti in quanto “diverso”.  Ma l’afflizione in lui non trovò mai posto e tanta fu l’indifferenza nei confronti degli uomini,  che cessò di notarli,  convinto che dappertutto nel mondo “tutto fosse indifferente”.  Un giorno vide una stella nel cielo, la fissò e decise di togliersi la vita ma, improvvisamente, una bambina gli corse incontro disperata, perché la madre, morente, era vittima dell’ egoismo umano che non le prestava soccorso.  L’uomo, forte della decisione di togliersi la vita e gonfiando le vene con l’indifferenza di chi, dovendo morire, non da adito alla altrui sofferenza, l’ allontanò con meschina efferatezza.  Tornato a casa, passò la serata a riflettere, ripensando a quel gesto inumano e crudele, a tal punto da far nascere in lui un senso di profonda compassione e pentimento.  Quella bambina e la vergogna per la viltà commessa impedirono alla coscienza di liberare ogni suo intento autodistruttivo.  L’uomo prese tutt’ad un tratto sonno ed iniziò a sognare.  Sognò di suicidarsi, senza provare dolore, sognò un angelo che lo condusse in un’altra terra, simile a quella che da vivo tanto disprezzò.  Qui gli uomini sembravano vivere in un paradiso, un Eden dove era insito l’amore, dove non si conosceva scienza razionale, dove c’era una scienza, ma era quella del cuore.  Nessuno conosceva gelosie, invidie, sensualità, pudore: qui la gente sussurrava agli alberi, qui la gente era un tutt’uno con la natura.  Ma quell’uomo ridicolo, convinto durante il sogno d’esser in una vera e propria “dimensione” alternativa, divenne un “virus”, reo d’aver corrotto ed infettato questa casta civiltà.  E suoi abitanti conobbero allora l’odio, la rivalità, la malizia, la menzogna, la vergogna per la nudità.  Sorse la scienza razionale e credettero, con essa, di poter raggiungere la saggezza riscoprendo le leggi della felicità.  Quell’uomo trasformò un paradiso in un clone della terra, dove le genti erano come quelle che tanto aveva detestato.  Quando se ne rese conto, pregò chiunque vedesse di togliergli la vita per sopperire al suo immenso senso di colpa, ma nessuno gli diede ascolto, nessuno era disposto a sentire le sue parole.
Al mattino, destatosi dal sogno, comprese d’aver in pugno la Verità e decise di dedicare la propria vita a diffonderla, perché adesso era convinto dell’esistenza d’un mondo “diverso”, dove alla base ci fossero amore e pace, dove l’uomo “ama gli altri come ama se stesso”.

Il racconto di Dostoevskij risale al 1867(ma pubblicato per la prima volta dieci anni dopo), anno in cui una  profonda crisi interiore ed una marcata  introversione spinsero l’autore a comporre un’opera incentrata non solo sulla “redenzione dell’umanità’ ” ma, principalmente,  sulla “redenzione di se stessi” e sulla riscoperta di valori che le società moderne tendono a  dissipare.  L’opera è perfettamente in linea con gli aspetti romantici della cultura: esaltazione del sentimento, della creatività e dei valori della tradizione storica.  Il protagonista è, infatti, un personaggio dinamico che fonda la propria dinamicità sulla riappropriazione di sé attraverso una personale indagine introspettiva, dominata da atteggiamenti psichici estremi come reazione a dissidi insolubili tra opposte pulsioni: amore e odio, integrità e degenerazione.  Essa si presenta come un’aspra critica nei confronti della civiltà attuale, mai pronta ad ascoltare, mai pronta ad accogliere chi è diverso e chi, come il protagonista, ha un messaggio da diffondere.  Ma è anche un attacco al razionalismo illuminista e ad un nascente positivismo che pensa di poter applicare a tutti i campi dell’attività umana i metodi positivi della scienza, considerando il progresso come risultato necessario dello sviluppo storico.  La nostra cultura, lascia intendere Dostoevskij, crea personaggi “indifferenti” nei confronti del prossimo e delle sofferenze, individui convinti di vivere in una realtà creata per loro, tra fantasmi-uomini pronti a sparire con l’estinguersi di essi stessi.  Ma riscoprirsi vuol dire anche riscoprire i propri sogni, “i sogni li indirizzano, non la ragione ma il desiderio, non la testa ma il cuore”, per questo la scienza è impotente di fronte alla dissipatezza dei nostri giorni, di fronte a quella morte di valori che Nietzsche, poco dopo, chiamerà nichilismo.  Il nemico è chi crede che “la coscienza della vita sia superiore alla vita, la coscienza delle leggi della felicità sia superiore alla felicità”. Ecco secondo il protagonista contro cosa bisogna lottare: contro chi crede di trovare le leggi morali nel “progresso” e per mezzo del “progresso”. Il sogno di un uomo ridicolo” è, appunto, la storia di un uomo, e cambiare un uomo non è certo cosa da poco.  E’ nei giovani che si coltiva l’ “illusione” di un futuro nuovo.E’ nei giovani che sono racchiuse aspettative e speranze che portino ad un mondo “ridicolo” fondato sul quel “ridicolo” sentimento chiamato “amore”.

Giulio Liguori