La marcia a piedi dei migranti da Budapest all’Austria. La polizia ungherese usa spray urticante anche contro i bambini

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Duecentoquaranta chilometri sono una distanza folle ma forse non impossibile se a spingere i piedi, le braccia e le gambe, che già fanno male per il cammino di mesi, è la forza della disperazione: la forza di chi non ha più nulla da perdere, perché ha già perso tutto. Duecentoquaranta chilometri è la distanza che separa la capitale ungherese da quella austriaca: le migliaia di migranti bloccati ormai da cinque giorni nella stazione Keleti di Budapest, e controllati a vista dalla polizia, hanno deciso di coprirla a piedi, pur di aggirare i divieti delle autorità ungheresi che non permettono loro di salire a bordo dei treni diretti in Germania. Sono partiti, nessuno sa se e quando arriveranno: il Danubio è già alle loro spalle. Da lontano la tendopoli dei migranti è un’immensa e assolata spianata, da vicino diventa un unico grumo di carne, sangue e sudore. Nel giorno in cui il flusso di migranti e profughi provenienti da Siria, Afghanistan e Pakistan fa segnare un nuovo record (3.313 nelle ultime 24 ore), nel giorno in cui Francoise Hollande e Angela Merkel chiedono, forse fuori tempo massimo, la creazione immediata di «hot spot», centri per migranti e richiedenti asilo, la capitale magiara si conferma l’epicentro di una crisi che rischia di travolgere tutte le capitali europee, facendo esplodere le contraddizioni di un sistema di accoglienza che non regge più all’onda d’urto dei disperati. La polizia ungherese, secondo quanto denuncia il New York Times, ha spruzzato nei giorni scorsi spray urticanti contro un gruppo di profughi siriani al confine con la Serbia: il New York Times pubblica un video con le immagini, riprese di notte, di alcuni bambini in lacrime a causa di un forte bruciore gli occhi, uomini con gli occhi rossi e donne che urlano contro gli agenti, chiedendo dell’acqua per lavare il viso dei bambini. È il quinto giorno di assedio a Budapest ed è il terzo giorno di impasse tra la polizia ungherese e i circa 500 rifugiati che si trovano a bordo di un treno bloccato a Bickse, la città a nordovest di Budapest che ospita uno dei cinque centri del paese per i richiedenti asilo. «No camp, no camp», continuano a urlare i migranti in faccia alla polizia che offre loro acqua, frutta e dolci. Qualcuno si sdraia sui binari con i figli, minacciando il suicidio. I rifugiati si rifiutano di essere parcheggiati, sine die, nel centro di accoglienza, dove le autorità chiedono che vengano registrati. Puntano ad arrivare in Germania, come le centinaia di siriani, afghani e pachistani che ieri, nella capitale e per l’intera giornata, hanno innalzato le foto di Angela Merkel perché fossero chiare a tutti le loro intenzioni. We want Germany, punto e basta. È stato d’emergenza, in un’Ungheria fino a ieri distratta. Famiglie intere e tanti, tantissimi bambini, che si guardano attorno impauriti, nella tendopoli allestita all’ingresso della stazione. Ai più piccoli i volontari distribuiscono pastelli colorati e quaderni per disegnare. Qualcuno tira calci a un pallone facendolo rotolare lungo il cavalcavia. L’assistenza non manca ma di medici in giro se ne vedono pochi. I profughi sono allo stremo, ma ripetono come un mantra le loro richieste; una sola richiesta, in realtà, moltiplicata in un universo di voci e riflessa in un caleidoscopio di volti: «Vogliamo andare in Germania, è lì la vita che ci aspetta». E che sia una battaglia per la vita appare evidente dallo sguardo muto delle donne – sono quasi sempre gli uomini a parlare – e dagli occhi dei bambini che vorrebbero scrutare altri orizzonti. Perché in Germania, perché solo in Germania? «Le nostre famiglie sono già lì», ripete, forse mentendo, un ragazzo pachistano, Gasne. Lui è qui da cinque giorni, racconta, e l’ipotesi di finire in un centro di raccolta sembra non prenderla nemmeno in considerazione. Gli chiediamo il perché. «Perché sono dei campi chiusi, prigione, buio», risponde Gasne imitando il gesto delle manette. Campi, prigione, buio. Dopo aver rischiato la pelle nei paesi d’origine o in mare, dopo aver affrontato la prima parte del viaggio, la fuga dall’orrore, in condizioni disperate, i profughi della tendopoli Keleti vivono la tappa a Budapest come una disperazione di passaggio; la loro vita è altrove, è in Europa, e sembrano quasi consapevoli di svolgere un ruolo politico forte, anche grazie all’impatto mediatico di questo prolungato assedio, in un’emergenza diventata ormai planetaria. Forse è per questo che Najim, un muratore afgano di 35 anni, affronta il circo delle tv e decide di rivolgersi direttamente ai governanti europei: «Per arrivare fin qui – scandisce lentamente le parole – io e la mia famiglia abbiamo già percorso tremila chilometri. E il governo ungherese vorrebbe rispedirci indietro, come un pacco postale?». L’intenzione, in effetti, sembra quella, anche se il ministro degli esteri ungherese, Peter Szijarto, si è affrettato a precisare ieri che la gestione dei flussi migratori da parte dell’Ungheria «è in linea con le regole europee». Vaglielo a spiegare ad Ayman Ahmad e alla sua famiglia, accampata da quattro giorni davanti alla stazione metro Keleti pályaudvar: «Siamo la cattiva coscienza del mondo», prova a dire in un inglese incerto. Vaglielo a spiegare all’afgano Millhael, 21 anni, faccia pulita, stanca, sudata, che ha viaggiato prima a piedi e poi in un pullman con altre dieci persone pagando 500 euro: «Il mio sogno è arrivare in Germania per studiare all’università». Vaglielo a spiegare alla siriana Jamela, che sogna di diventare maestra («Ma nel mio paese le scuole sono chiuse»). Meglio rimettersi in marcia, sì, meglio partire a piedi dalla stazione di Budapest, attraversare il Danubio e dirigersi verso l’autostrada Budapest-Vienna. E così il fotogramma che resterà scolpito nella memoria è quello della marea umana che attraversa il ponte Erzsébet che dal cuore di Pest raggiunge l’antica e nobile Buda. La scena ha qualcosa di surreale. La polizia accompagna il gruppo fermando il traffico al suo passaggio. Un uomo sulla cinquantina, di origine pachistana, scappando dalla polizia è caduto e ha battuto la testa, perdendo la vita. In tarda serata il governo ungherese ha annunciato che metterà a disposizione degli autobus per portare le centinaia di migranti in marcia in autostrada al confine con l’Austria. Budapest ha fatto sapere che invierà i mezzi perché la sicurezza della rete autostradale ungherese non può essere messa a rischio. L’Europa dov’è? Il mondo dov’è?, recitano i cartelli dei migranti che protestano a Budapest sentendosi, forse, la trincea più avanzata dei troppi popoli che scappano dalla guerra. Temono il respingimento e chiedono di essere «resi liberi», chiedono di non essere inghiottiti dalla malaburocrazia delle «zone di transito» e delle pratiche di registrazione. Nella tendopoli di Keleti le parole del premier Viktor Orban, che ieri ha proclamato lo stato d’emergenza e parlato per la prima volta di un «pasticcio imputabile alla cattiva comunicazione del governo tedesco», risuonano vuote e vacue. Non fanno paura i chilometri di marcia, non fanno paura nemmeno gli assalti – annunciati – degli hooligans ungheresi che invadono la piazza pescando nel torbido di una tragedia. È sera a Budapest quando gli ultimi drappelli di migranti si mettono in viaggio. Destinazione Danubio, confine, Occidente, libertà. Oltre i campi, le prigioni ed il buio. Oltre la disperazione. (Vittorio Del Tufo – Il Mattino)

Duecentoquaranta chilometri sono una distanza folle ma forse non impossibile se a spingere i piedi, le braccia e le gambe, che già fanno male per il cammino di mesi, è la forza della disperazione: la forza di chi non ha più nulla da perdere, perché ha già perso tutto. Duecentoquaranta chilometri è la distanza che separa la capitale ungherese da quella austriaca: le migliaia di migranti bloccati ormai da cinque giorni nella stazione Keleti di Budapest, e controllati a vista dalla polizia, hanno deciso di coprirla a piedi, pur di aggirare i divieti delle autorità ungheresi che non permettono loro di salire a bordo dei treni diretti in Germania. Sono partiti, nessuno sa se e quando arriveranno: il Danubio è già alle loro spalle. Da lontano la tendopoli dei migranti è un'immensa e assolata spianata, da vicino diventa un unico grumo di carne, sangue e sudore. Nel giorno in cui il flusso di migranti e profughi provenienti da Siria, Afghanistan e Pakistan fa segnare un nuovo record (3.313 nelle ultime 24 ore), nel giorno in cui Francoise Hollande e Angela Merkel chiedono, forse fuori tempo massimo, la creazione immediata di «hot spot», centri per migranti e richiedenti asilo, la capitale magiara si conferma l'epicentro di una crisi che rischia di travolgere tutte le capitali europee, facendo esplodere le contraddizioni di un sistema di accoglienza che non regge più all'onda d'urto dei disperati. La polizia ungherese, secondo quanto denuncia il New York Times, ha spruzzato nei giorni scorsi spray urticanti contro un gruppo di profughi siriani al confine con la Serbia: il New York Times pubblica un video con le immagini, riprese di notte, di alcuni bambini in lacrime a causa di un forte bruciore gli occhi, uomini con gli occhi rossi e donne che urlano contro gli agenti, chiedendo dell'acqua per lavare il viso dei bambini. È il quinto giorno di assedio a Budapest ed è il terzo giorno di impasse tra la polizia ungherese e i circa 500 rifugiati che si trovano a bordo di un treno bloccato a Bickse, la città a nordovest di Budapest che ospita uno dei cinque centri del paese per i richiedenti asilo. «No camp, no camp», continuano a urlare i migranti in faccia alla polizia che offre loro acqua, frutta e dolci. Qualcuno si sdraia sui binari con i figli, minacciando il suicidio. I rifugiati si rifiutano di essere parcheggiati, sine die, nel centro di accoglienza, dove le autorità chiedono che vengano registrati. Puntano ad arrivare in Germania, come le centinaia di siriani, afghani e pachistani che ieri, nella capitale e per l'intera giornata, hanno innalzato le foto di Angela Merkel perché fossero chiare a tutti le loro intenzioni. We want Germany, punto e basta. È stato d'emergenza, in un'Ungheria fino a ieri distratta. Famiglie intere e tanti, tantissimi bambini, che si guardano attorno impauriti, nella tendopoli allestita all'ingresso della stazione. Ai più piccoli i volontari distribuiscono pastelli colorati e quaderni per disegnare. Qualcuno tira calci a un pallone facendolo rotolare lungo il cavalcavia. L'assistenza non manca ma di medici in giro se ne vedono pochi. I profughi sono allo stremo, ma ripetono come un mantra le loro richieste; una sola richiesta, in realtà, moltiplicata in un universo di voci e riflessa in un caleidoscopio di volti: «Vogliamo andare in Germania, è lì la vita che ci aspetta». E che sia una battaglia per la vita appare evidente dallo sguardo muto delle donne – sono quasi sempre gli uomini a parlare – e dagli occhi dei bambini che vorrebbero scrutare altri orizzonti. Perché in Germania, perché solo in Germania? «Le nostre famiglie sono già lì», ripete, forse mentendo, un ragazzo pachistano, Gasne. Lui è qui da cinque giorni, racconta, e l'ipotesi di finire in un centro di raccolta sembra non prenderla nemmeno in considerazione. Gli chiediamo il perché. «Perché sono dei campi chiusi, prigione, buio», risponde Gasne imitando il gesto delle manette. Campi, prigione, buio. Dopo aver rischiato la pelle nei paesi d'origine o in mare, dopo aver affrontato la prima parte del viaggio, la fuga dall'orrore, in condizioni disperate, i profughi della tendopoli Keleti vivono la tappa a Budapest come una disperazione di passaggio; la loro vita è altrove, è in Europa, e sembrano quasi consapevoli di svolgere un ruolo politico forte, anche grazie all'impatto mediatico di questo prolungato assedio, in un'emergenza diventata ormai planetaria. Forse è per questo che Najim, un muratore afgano di 35 anni, affronta il circo delle tv e decide di rivolgersi direttamente ai governanti europei: «Per arrivare fin qui – scandisce lentamente le parole – io e la mia famiglia abbiamo già percorso tremila chilometri. E il governo ungherese vorrebbe rispedirci indietro, come un pacco postale?». L'intenzione, in effetti, sembra quella, anche se il ministro degli esteri ungherese, Peter Szijarto, si è affrettato a precisare ieri che la gestione dei flussi migratori da parte dell'Ungheria «è in linea con le regole europee». Vaglielo a spiegare ad Ayman Ahmad e alla sua famiglia, accampata da quattro giorni davanti alla stazione metro Keleti pályaudvar: «Siamo la cattiva coscienza del mondo», prova a dire in un inglese incerto. Vaglielo a spiegare all'afgano Millhael, 21 anni, faccia pulita, stanca, sudata, che ha viaggiato prima a piedi e poi in un pullman con altre dieci persone pagando 500 euro: «Il mio sogno è arrivare in Germania per studiare all'università». Vaglielo a spiegare alla siriana Jamela, che sogna di diventare maestra («Ma nel mio paese le scuole sono chiuse»). Meglio rimettersi in marcia, sì, meglio partire a piedi dalla stazione di Budapest, attraversare il Danubio e dirigersi verso l'autostrada Budapest-Vienna. E così il fotogramma che resterà scolpito nella memoria è quello della marea umana che attraversa il ponte Erzsébet che dal cuore di Pest raggiunge l'antica e nobile Buda. La scena ha qualcosa di surreale. La polizia accompagna il gruppo fermando il traffico al suo passaggio. Un uomo sulla cinquantina, di origine pachistana, scappando dalla polizia è caduto e ha battuto la testa, perdendo la vita. In tarda serata il governo ungherese ha annunciato che metterà a disposizione degli autobus per portare le centinaia di migranti in marcia in autostrada al confine con l'Austria. Budapest ha fatto sapere che invierà i mezzi perché la sicurezza della rete autostradale ungherese non può essere messa a rischio. L'Europa dov'è? Il mondo dov'è?, recitano i cartelli dei migranti che protestano a Budapest sentendosi, forse, la trincea più avanzata dei troppi popoli che scappano dalla guerra. Temono il respingimento e chiedono di essere «resi liberi», chiedono di non essere inghiottiti dalla malaburocrazia delle «zone di transito» e delle pratiche di registrazione. Nella tendopoli di Keleti le parole del premier Viktor Orban, che ieri ha proclamato lo stato d'emergenza e parlato per la prima volta di un «pasticcio imputabile alla cattiva comunicazione del governo tedesco», risuonano vuote e vacue. Non fanno paura i chilometri di marcia, non fanno paura nemmeno gli assalti – annunciati – degli hooligans ungheresi che invadono la piazza pescando nel torbido di una tragedia. È sera a Budapest quando gli ultimi drappelli di migranti si mettono in viaggio. Destinazione Danubio, confine, Occidente, libertà. Oltre i campi, le prigioni ed il buio. Oltre la disperazione. (Vittorio Del Tufo – Il Mattino)

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