Napoli. Il Procuratore Colangelo alle madri dei baby boss: «C’è il carcere o il cimitero nel futuro dei vostri figli»

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Napoli. Rendere effettiva la pena, più spedito il processo, uscire da una logica di emergenza e ragionare sulle cause del crimine: con un approccio complesso, su più livelli. Eccoli i punti cruciali nella lotta alle tante forme di illegalità a Napoli e provincia, secondo il capo della Procura di Napoli Giovanni Colangelo. Vuoi che si parli di camorra, di paranze di baby boss, vuoi che si ragioni sulle risse al San Paolo, lo scenario napoletano è oggettivamente complesso. Procuratore Giovanni Colangelo, è stata un’estate difficile sul fronte della repressione del crimine: anche ad agosto ci sono stati omicidi e scene di violenza. Che sta succedendo a Napoli? «L’ho detto di recente anche in commissione parlamentare antimafia, il quadro è chiaro: abbiamo arrestato i padri, i nonni, gli zii, per cui si registra un pericoloso abbassamento dell’età criminale. Restano in circolazione i più giovani, che approfittano dei vuoti ed entrano nel sistema criminale. Sono sfrontati e impuniti, sono oggettivamente pericolosi». Uno scenario poco rassicurante… «Guardi, tutti i boss più importanti sono agli arresti, anche latitanti che sembravano imprendibili sono stati assicurati alla giustizia, la caccia ai patrimoni criminali non è mai cessata. Intanto tutti in Procura lavoriamo con la convinzione di poter migliorare le cose; stessa fiducia si registra nei ranghi delle forze dell’ordine, ma qui la realtà è complessa e va affrontata con un approccio strutturato, che richiede anche altri strumenti. Insomma, solo con l’intervento penale certi quartieri non vengono bonificati, ci vuole un’assunzione di responsabilità da parte di tutti». A cosa si riferisce? «Prendiamo le madri di questi ragazzi che si atteggiano a boss o a camorristi: loro, le mamme, devono sapere che chi delinque ha come sbocco il cimitero o la prigione. Poi prendiamo anche le zone in cui vengono commessi questi omicidi, parlo della Sanità o di Forcella, spaccati cittadini pieni di storia e di monumenti che andrebbero valorizzati dalle istituzioni e salvaguardati dai residenti. Lo ripeto, ci vuole un approccio ampio, modulato su più livelli, solo con arresti e sequestri il male non viene estirpato». Un mantra, quello del capo dei pm napoletani, che ha visto confermata l’analisi tracciata lo scorso giugno, dopo l’ultima maxiretata messa a segno a Forcella. Sessanta arresti contro la paranza dei bimbi, tutti riconducibili al cartello Amirante-Brunetti-Giuliano-Sibillo, che lasciavano ben sperare. Due mesi prima era stato lo stesso pool anticamorra napoletano a sgominare i Mazzarella, in uno scenario metropolitano che sembrava pacificato. Eppure, allora il Procuratore avvisò tutti: solo con gli arresti non arriverà l’inversione di rotta. E non a caso, a carte rimescolate, la storia recente del centro storico è stata ancora segnata da violenza e omicidi, come in una sorta di liturgia criminale. E in altre zone della città le cose non sembrano andare meglio, come raccontano le immagini del San Paolo, nel corso della prima partita casalinga del Napoli: una curva spaccata, decine di hoolingan che si azzuffano, genitori e figli costretti a lasciare gli spalti. Procuratore, una brutta immagine, ma sono ancora possibili zone franche? Possibile che in una città come Napoli si debbano tollerare zone off limits per lo Stato? «In astratto non è concepibile alcuna zona franca, in concreto esistono esigenze di ordine pubblico che rendono difficile un intervento in una curva popolata da ventimila persone. Da parte di prefetto e questore c’è attenzione altissima verso questi fenomeni, ma ogni intervento deve fare i conti con esigenze di tutela dell’ordine pubblico». Eppure in Inghilterra il fenomeno hooligan è stato debellato. «Anche in questo caso il problema è più ampio e va ricondotto agli strumenti di cui disponiamo». Qual è il caso italiano? Quali sono i punti deboli dei nostri interventi? «Io mi limito a far rispettare le regole, anche se credo che sia necessario intervenire sui tempi del processo penale e sull’effettività della pena: due punti che possono segnare la svolta quando si tratta di intervenire contro camorra e violenza». (Leandro Del Gaudio – Il Mattino) 

Napoli. Rendere effettiva la pena, più spedito il processo, uscire da una logica di emergenza e ragionare sulle cause del crimine: con un approccio complesso, su più livelli. Eccoli i punti cruciali nella lotta alle tante forme di illegalità a Napoli e provincia, secondo il capo della Procura di Napoli Giovanni Colangelo. Vuoi che si parli di camorra, di paranze di baby boss, vuoi che si ragioni sulle risse al San Paolo, lo scenario napoletano è oggettivamente complesso. Procuratore Giovanni Colangelo, è stata un’estate difficile sul fronte della repressione del crimine: anche ad agosto ci sono stati omicidi e scene di violenza. Che sta succedendo a Napoli? «L’ho detto di recente anche in commissione parlamentare antimafia, il quadro è chiaro: abbiamo arrestato i padri, i nonni, gli zii, per cui si registra un pericoloso abbassamento dell’età criminale. Restano in circolazione i più giovani, che approfittano dei vuoti ed entrano nel sistema criminale. Sono sfrontati e impuniti, sono oggettivamente pericolosi». Uno scenario poco rassicurante… «Guardi, tutti i boss più importanti sono agli arresti, anche latitanti che sembravano imprendibili sono stati assicurati alla giustizia, la caccia ai patrimoni criminali non è mai cessata. Intanto tutti in Procura lavoriamo con la convinzione di poter migliorare le cose; stessa fiducia si registra nei ranghi delle forze dell’ordine, ma qui la realtà è complessa e va affrontata con un approccio strutturato, che richiede anche altri strumenti. Insomma, solo con l’intervento penale certi quartieri non vengono bonificati, ci vuole un’assunzione di responsabilità da parte di tutti». A cosa si riferisce? «Prendiamo le madri di questi ragazzi che si atteggiano a boss o a camorristi: loro, le mamme, devono sapere che chi delinque ha come sbocco il cimitero o la prigione. Poi prendiamo anche le zone in cui vengono commessi questi omicidi, parlo della Sanità o di Forcella, spaccati cittadini pieni di storia e di monumenti che andrebbero valorizzati dalle istituzioni e salvaguardati dai residenti. Lo ripeto, ci vuole un approccio ampio, modulato su più livelli, solo con arresti e sequestri il male non viene estirpato». Un mantra, quello del capo dei pm napoletani, che ha visto confermata l’analisi tracciata lo scorso giugno, dopo l’ultima maxiretata messa a segno a Forcella. Sessanta arresti contro la paranza dei bimbi, tutti riconducibili al cartello Amirante-Brunetti-Giuliano-Sibillo, che lasciavano ben sperare. Due mesi prima era stato lo stesso pool anticamorra napoletano a sgominare i Mazzarella, in uno scenario metropolitano che sembrava pacificato. Eppure, allora il Procuratore avvisò tutti: solo con gli arresti non arriverà l’inversione di rotta. E non a caso, a carte rimescolate, la storia recente del centro storico è stata ancora segnata da violenza e omicidi, come in una sorta di liturgia criminale. E in altre zone della città le cose non sembrano andare meglio, come raccontano le immagini del San Paolo, nel corso della prima partita casalinga del Napoli: una curva spaccata, decine di hoolingan che si azzuffano, genitori e figli costretti a lasciare gli spalti. Procuratore, una brutta immagine, ma sono ancora possibili zone franche? Possibile che in una città come Napoli si debbano tollerare zone off limits per lo Stato? «In astratto non è concepibile alcuna zona franca, in concreto esistono esigenze di ordine pubblico che rendono difficile un intervento in una curva popolata da ventimila persone. Da parte di prefetto e questore c’è attenzione altissima verso questi fenomeni, ma ogni intervento deve fare i conti con esigenze di tutela dell’ordine pubblico». Eppure in Inghilterra il fenomeno hooligan è stato debellato. «Anche in questo caso il problema è più ampio e va ricondotto agli strumenti di cui disponiamo». Qual è il caso italiano? Quali sono i punti deboli dei nostri interventi? «Io mi limito a far rispettare le regole, anche se credo che sia necessario intervenire sui tempi del processo penale e sull’effettività della pena: due punti che possono segnare la svolta quando si tratta di intervenire contro camorra e violenza». (Leandro Del Gaudio – Il Mattino)