“Hanno ammazzato il Maestro Mascagni!”

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Indescrivibile l’esecuzione di Cavalleria Rusticana andata in scena all’Arena del Mare di Salerno diretta da Leonardo Quadrini

Di MARIO FRESA

 

È ancor vivo il ricordo, in noi, del Salerno Festival, una rassegna diretta con acume da Vittorio Ambrosio che annoverava, tra i suoi molti e prestigiosi ospiti, esecutori come Zubin Mehta, Mischa Maisky, Pierre Boulez, Stanislav Bunin, Elly Ameling, Peter Phillips e i suoi straordinari Tallis Scholars (citiamo, s’intende, solo qualche nome, a mo’ di fugace esempio). Tempi belli e fruttuosi, per la Salerno musicale. Ora, a distanza di tanti anni, sembra di essere piombati in una sorta di terrificante Ade, ove chi ama la musica subisce il peggiore contrappasso che sia possibile immaginare: l’ascolto di esecuzioni cialtronesche, condotte da direttori d’orchestra inabili e pasticcioni, e sostenute da solisti mediocri. Negli ultimi tempi imperversa l’IrnoFestival, organizzato da Tiziano Citro: manifestazione che più di tutte ha contribuito alla dolorosa catabasi infernale di cui prima parlavamo. Il protagonista quasi assoluto delle serate di questa deprimente rassegna è il direttore Leonardo Quadrini: egli, immodestamente, dirige di tutto, dal Barocco al Pop; si comporta, insomma, come un attore di prosa un po’ bizzarro che, una sera sì e una sera no, si metta a recitare, indistintamente, i ruoli di Amleto e di Felice Sciosciammocca, di Tèseo e di Razzullo, di Prospero e di Ciccio Formaggio. Domenica 30 abbiamo assistito a una “Cavalleria Rusticana” all’insegna della grossolanità e della sciattezza. Quadrini ha diretto l’orchestra Bulgarian Classic facendone sortire suoni pigolanti, sempre ai limiti dell’intonazione, adottando criteri agogici ben strani (ora isterici, ora di una rigidità catalettica). Nessuna idea di fraseggio. Nessuna sensibilità nella scelta delle voci. Vi è, anzi, a proposito, un particolare che ci ha rattristato: e cioè l’assoluta mancanza di rispetto che il direttore ha espresso nei confronti dei ruoli vocali stabiliti dal compositore: il personaggio di Lola, mezzosoprano, è stato affidato a un soprano; mentre Mamma Lucia, la cui scrittura è di contralto, è stata cantata da un mezzosoprano. Gli stessi cantanti ci hanno fatto non poco soffrire, a parte, forse, Cristina Martufi, Santuzza: voce morbida e di bel colore, anche se inerte e monotona sul piano espressivo. Il tenore Ignazio Encinas ha un timbro inelegante e asprigno, acuti fibrosi, emissione ingolata. La sua dizione è, inoltre, afflitta da sigmatismo, e dunque tutte le “esse” si sono trasformate, sulla sua bocca, in “effe”. Immaginate, allora, l’effetto di sentire una frase come “S’io non tornassi… Fate da madre a Santa” tramutata in “F’io non tornaffi…. Fate da madre a Fanta”. Che disastro. Il baritono Carmine Monaco si moveva con una certa sicurezza sulla scena: un cattivo sostegno del fiato, però, gli ha fatto cantare “aperti”, come si dice, tutti i Fa acuti della sua entrata, “Il cavallo scalpita”; e, in generale, l’intera zona medio-alta resultava inficiata da uno sgradevole “vibrato largo”. Fuori ruolo e stimbrata la Lola di Fernanda Costa; quasi parlante la Mamma Lucia di Daniela Lliuta. La regia di Vito Cesaro c’era, a quanto pare; ma nessuno se ne è accorto. Ciliegina finale: come negli spettacoloni di paese, in cui la festa dev’essere sempre esagerata e sopra le righe, si è voluto aggiungere, come “fuori programma”, un presuntuoso e insensato pot-pourri operistico: tra le altre cose, sono stati eseguiti il Prélude della “Carmen” (che l’incauto presentatore ha annunciato come Ouverture!); poi l’Habanera, cantata piuttosto male dalla Lliuta (con un francese esecrabile; a un certo punto abbiamo sentito: “ l’uasò ca tu cruaglié surprandre / battì de l’ele e s’anvollà”); l’entrata di Escamillo (nome pronunciato proprio così, come si scrive, sempre dal succitato presentatore) affidata a un Carmine Monaco anch’egli in fiera tenzone con la lingua francese; un “Vissi d’arte” cantato non male dalla Martufi; un pessimo “Va’, pensiero, sull’ali dorate”, nel quale il Quadrini ha messo in evidenza uno zum-pa-pa davvero grottesco, degno delle peggiori bandacce di paese. Temiamo che la discesa infernale della vita musicale della nostra città non sia destinata ad arrestarsi: che cosa ci proporrà, l’anno venturo, questo Festival così assurdo e così sgraziato?

 

Da Le Cronache “Cultura & Spettacoli” pag. 8 del 1/09/2015

 

Indescrivibile l’esecuzione di Cavalleria Rusticana andata in scena all’Arena del Mare di Salerno diretta da Leonardo Quadrini

Di MARIO FRESA

 

È ancor vivo il ricordo, in noi, del Salerno Festival, una rassegna diretta con acume da Vittorio Ambrosio che annoverava, tra i suoi molti e prestigiosi ospiti, esecutori come Zubin Mehta, Mischa Maisky, Pierre Boulez, Stanislav Bunin, Elly Ameling, Peter Phillips e i suoi straordinari Tallis Scholars (citiamo, s’intende, solo qualche nome, a mo’ di fugace esempio). Tempi belli e fruttuosi, per la Salerno musicale. Ora, a distanza di tanti anni, sembra di essere piombati in una sorta di terrificante Ade, ove chi ama la musica subisce il peggiore contrappasso che sia possibile immaginare: l’ascolto di esecuzioni cialtronesche, condotte da direttori d’orchestra inabili e pasticcioni, e sostenute da solisti mediocri. Negli ultimi tempi imperversa l’IrnoFestival, organizzato da Tiziano Citro: manifestazione che più di tutte ha contribuito alla dolorosa catabasi infernale di cui prima parlavamo. Il protagonista quasi assoluto delle serate di questa deprimente rassegna è il direttore Leonardo Quadrini: egli, immodestamente, dirige di tutto, dal Barocco al Pop; si comporta, insomma, come un attore di prosa un po’ bizzarro che, una sera sì e una sera no, si metta a recitare, indistintamente, i ruoli di Amleto e di Felice Sciosciammocca, di Tèseo e di Razzullo, di Prospero e di Ciccio Formaggio. Domenica 30 abbiamo assistito a una “Cavalleria Rusticana” all’insegna della grossolanità e della sciattezza. Quadrini ha diretto l’orchestra Bulgarian Classic facendone sortire suoni pigolanti, sempre ai limiti dell’intonazione, adottando criteri agogici ben strani (ora isterici, ora di una rigidità catalettica). Nessuna idea di fraseggio. Nessuna sensibilità nella scelta delle voci. Vi è, anzi, a proposito, un particolare che ci ha rattristato: e cioè l’assoluta mancanza di rispetto che il direttore ha espresso nei confronti dei ruoli vocali stabiliti dal compositore: il personaggio di Lola, mezzosoprano, è stato affidato a un soprano; mentre Mamma Lucia, la cui scrittura è di contralto, è stata cantata da un mezzosoprano. Gli stessi cantanti ci hanno fatto non poco soffrire, a parte, forse, Cristina Martufi, Santuzza: voce morbida e di bel colore, anche se inerte e monotona sul piano espressivo. Il tenore Ignazio Encinas ha un timbro inelegante e asprigno, acuti fibrosi, emissione ingolata. La sua dizione è, inoltre, afflitta da sigmatismo, e dunque tutte le “esse” si sono trasformate, sulla sua bocca, in “effe”. Immaginate, allora, l’effetto di sentire una frase come “S’io non tornassi… Fate da madre a Santa” tramutata in “F’io non tornaffi…. Fate da madre a Fanta”. Che disastro. Il baritono Carmine Monaco si moveva con una certa sicurezza sulla scena: un cattivo sostegno del fiato, però, gli ha fatto cantare “aperti”, come si dice, tutti i Fa acuti della sua entrata, “Il cavallo scalpita”; e, in generale, l’intera zona medio-alta resultava inficiata da uno sgradevole “vibrato largo”. Fuori ruolo e stimbrata la Lola di Fernanda Costa; quasi parlante la Mamma Lucia di Daniela Lliuta. La regia di Vito Cesaro c’era, a quanto pare; ma nessuno se ne è accorto. Ciliegina finale: come negli spettacoloni di paese, in cui la festa dev’essere sempre esagerata e sopra le righe, si è voluto aggiungere, come “fuori programma”, un presuntuoso e insensato pot-pourri operistico: tra le altre cose, sono stati eseguiti il Prélude della “Carmen” (che l’incauto presentatore ha annunciato come Ouverture!); poi l’Habanera, cantata piuttosto male dalla Lliuta (con un francese esecrabile; a un certo punto abbiamo sentito: “ l’uasò ca tu cruaglié surprandre / battì de l’ele e s’anvollà”); l’entrata di Escamillo (nome pronunciato proprio così, come si scrive, sempre dal succitato presentatore) affidata a un Carmine Monaco anch’egli in fiera tenzone con la lingua francese; un “Vissi d’arte” cantato non male dalla Martufi; un pessimo “Va’, pensiero, sull’ali dorate”, nel quale il Quadrini ha messo in evidenza uno zum-pa-pa davvero grottesco, degno delle peggiori bandacce di paese. Temiamo che la discesa infernale della vita musicale della nostra città non sia destinata ad arrestarsi: che cosa ci proporrà, l’anno venturo, questo Festival così assurdo e così sgraziato?

 

Da Le Cronache "Cultura & Spettacoli" pag. 8 del 1/09/2015