Il bimbo, il beone, il mistero: le storie ritrovate di Pompei. Dalle tombe stili di vita, diete e antiche malattie

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Maschio. Sessant’anni, o poco più. Mangiava bene e beveva ancora meglio. E per questo motivo era anche in sovrappeso. Insomma, era uno che duemila anni fa non se la passava troppo male, visto che la sua dieta si basava principalmente su proteine e dunque carne, e prevedeva che durante i pasti si bevesse dell’ottimo vino, forse del Falerno. È questo l’identikit che viene fuori dallo studio dei resti dell’individuo che, ieri, gli archeologi della British School at Rome (la prestigiosa Scuola di Archeologia britannica che ha sede a Roma), guidati da Stephen Kay, hanno rivelato parlando delle ultime scoperte effettuate nel corso delle indagini svolte su quell’area extraurbana così poco indagata. L’uomo è stato ritrovato sepolto con il rito dell’incinerazione (equivale alla moderna cremazione) nel pavimento della tomba di Marco Obellio Firmo, notabile pompeiano dell’epoca, a pochi metri da Porta Nola, fuori della cinta muraria della Pompei romana. La possibilità di avere un ritratto dell’età e del fisico così esaustivo di quel personaggio è arrivata dallo studio che gli antropologi hanno fatto sui resti della colonna vertebrale e sulle altre ossa dello scheletro che ancora erano in buono stato. Una scoperta ancora più interessante, quella dell’età, se si pensa che si tratta di un individuo vissuto oltre i sessant’anni, quando la vita media per i maschi si attestava intorno ai quarant’anni e per le donne non superava i trentacinque. Chi fosse, poi, questo personaggio e se fosse o meno imparentato con la Gens (famiglia) del proprietario della tomba, non è possibile saperlo. Anche perché l’urna non presenta tracce di graffiti o scritte. Attorno all’urna funeraria con i resti dell’uomo sono stati poi recuperati circa 200 frammenti di osso pertinenti al letto sul quale il corpo era stato cremato. Alcuni di essi risultano impreziositi da una lamina d’oro. E tuttavia non è solo questo rinvenimento a confermare l’importanza di Pompei quale «pozzo delle meraviglie nascoste». Le indagini, fatte dagli studiosi inglesi in collaborazione con archeologi e restauratori spagnoli dell’«Ilustre Colegio Oficial de Doctores y Licenciadosen Letrasy Ciencias de Valencia y Castellòn – Departamento de Arqueologia, del Museo de Prehistoria e Historia de La Diputación De Valencia», coordinati, rispettivamente, da Llorenc Alapont Martin e Rosa Albiach, hanno anche consentito il rinvenimento di altre tre sepolture. Due di esse, ancora a incinerazione, sono state intercettate sotto la cinta muraria della città, a poche decine di metri da Porta Nola. I due interramenti, oltre all’urna, avevano quale corredo funerario anche unguentari in ceramica di buona fattura e la classica monetina di bronzo destinata a pagare Caronte, il traghettatore delle anime dalla terra all’aldilà. Chi fossero gli individui che le tombe contenevano, però, non è stato possibile capirlo. Infine, ancora più interessante, il rinvenimento, sempre nella stessa area di scavo, di una nuova tomba, a inumazione (il corpo veniva posto nella terra e coperto da tegole), questa volta contenente lo scheletro di un fanciullo. Dallo studio delle ossa si è potuto capire che si trattava di un neonato la cui età, presumibilmente, può essere indicata tra i tre e i sei mesi di vita. Le indagini delle due equipe straniere hanno anche riguardato il monumento funerario di Esquillia Polla, morta all’età di ventidue anni, alla quale il marito volle erigere quel monumento unico per eleganza architettonica, diventato poi la sua tomba. Quindi, le ricerche si sono rivolte alla vicina tomba a schola (per la presenza di un sedile che rimanda a quelli usati nelle scholae), ritenuta di età augustea, che è stata liberata dalle erbacce e riportata del tutto alla luce. Per le indagini finalizzate alla individuazione di eventuali urne cinerarie con sepolture (in genere si trovano alle spalle del monumento) se ne parlerà nel corso della campagna di scavo del prossimo anno. (Carlo Avvisati – Il Mattino) 

Maschio. Sessant’anni, o poco più. Mangiava bene e beveva ancora meglio. E per questo motivo era anche in sovrappeso. Insomma, era uno che duemila anni fa non se la passava troppo male, visto che la sua dieta si basava principalmente su proteine e dunque carne, e prevedeva che durante i pasti si bevesse dell’ottimo vino, forse del Falerno. È questo l’identikit che viene fuori dallo studio dei resti dell’individuo che, ieri, gli archeologi della British School at Rome (la prestigiosa Scuola di Archeologia britannica che ha sede a Roma), guidati da Stephen Kay, hanno rivelato parlando delle ultime scoperte effettuate nel corso delle indagini svolte su quell’area extraurbana così poco indagata. L’uomo è stato ritrovato sepolto con il rito dell’incinerazione (equivale alla moderna cremazione) nel pavimento della tomba di Marco Obellio Firmo, notabile pompeiano dell’epoca, a pochi metri da Porta Nola, fuori della cinta muraria della Pompei romana. La possibilità di avere un ritratto dell’età e del fisico così esaustivo di quel personaggio è arrivata dallo studio che gli antropologi hanno fatto sui resti della colonna vertebrale e sulle altre ossa dello scheletro che ancora erano in buono stato. Una scoperta ancora più interessante, quella dell’età, se si pensa che si tratta di un individuo vissuto oltre i sessant’anni, quando la vita media per i maschi si attestava intorno ai quarant’anni e per le donne non superava i trentacinque. Chi fosse, poi, questo personaggio e se fosse o meno imparentato con la Gens (famiglia) del proprietario della tomba, non è possibile saperlo. Anche perché l’urna non presenta tracce di graffiti o scritte. Attorno all’urna funeraria con i resti dell’uomo sono stati poi recuperati circa 200 frammenti di osso pertinenti al letto sul quale il corpo era stato cremato. Alcuni di essi risultano impreziositi da una lamina d’oro. E tuttavia non è solo questo rinvenimento a confermare l’importanza di Pompei quale «pozzo delle meraviglie nascoste». Le indagini, fatte dagli studiosi inglesi in collaborazione con archeologi e restauratori spagnoli dell’«Ilustre Colegio Oficial de Doctores y Licenciadosen Letrasy Ciencias de Valencia y Castellòn – Departamento de Arqueologia, del Museo de Prehistoria e Historia de La Diputación De Valencia», coordinati, rispettivamente, da Llorenc Alapont Martin e Rosa Albiach, hanno anche consentito il rinvenimento di altre tre sepolture. Due di esse, ancora a incinerazione, sono state intercettate sotto la cinta muraria della città, a poche decine di metri da Porta Nola. I due interramenti, oltre all’urna, avevano quale corredo funerario anche unguentari in ceramica di buona fattura e la classica monetina di bronzo destinata a pagare Caronte, il traghettatore delle anime dalla terra all’aldilà. Chi fossero gli individui che le tombe contenevano, però, non è stato possibile capirlo. Infine, ancora più interessante, il rinvenimento, sempre nella stessa area di scavo, di una nuova tomba, a inumazione (il corpo veniva posto nella terra e coperto da tegole), questa volta contenente lo scheletro di un fanciullo. Dallo studio delle ossa si è potuto capire che si trattava di un neonato la cui età, presumibilmente, può essere indicata tra i tre e i sei mesi di vita. Le indagini delle due equipe straniere hanno anche riguardato il monumento funerario di Esquillia Polla, morta all’età di ventidue anni, alla quale il marito volle erigere quel monumento unico per eleganza architettonica, diventato poi la sua tomba. Quindi, le ricerche si sono rivolte alla vicina tomba a schola (per la presenza di un sedile che rimanda a quelli usati nelle scholae), ritenuta di età augustea, che è stata liberata dalle erbacce e riportata del tutto alla luce. Per le indagini finalizzate alla individuazione di eventuali urne cinerarie con sepolture (in genere si trovano alle spalle del monumento) se ne parlerà nel corso della campagna di scavo del prossimo anno. (Carlo Avvisati – Il Mattino)