Napoli. Lo sfregio del mare: sarago al sapore di cartone. Crollano le vendite del re del Golfo e delle tavole

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Napoli. Addio al sarago, protagonista indiscusso della cucina marinara napoletana. Addio al pesce imperatore dei più famosi ristoranti di Santa Lucia, Mergellina, Sorrento, Capri, Ischia, Procida, Bacoli, Pozzuoli. Un male oscuro minaccia la qualità del pinnuto forse più conosciuto del mondo. Nulla di strano all’apparenza: la livrea nera e argentata è sempreviva, sgargiante. Una volta cotte, però, le carni del pesce si accartocciano vistosamente, si irrigidiscono, diventano dure come legno, assolutamente immangiabili. Una vera e propria mutazione genetica, che rischia di paralizzare in Campania la pesca costiera, quasi sempre praticata con reti da posta, grossi nassoni e coffe. Un fenomeno già rilevato da oltre dieci anni. Cresciuto negli anni, tuttavia, è dilagato a tal punto negli ultimi tempi da spingere le associazioni dei pescatori a chiedere lumi alla Scienza. Denunzie e segnalazioni non erano mancate alle più prestigiose strutture scientifiche nazionali. Mai, però, si è giunti ad una conclusione certa sulle cause della stranissima epidemia che oggi rischia di aggravare sensibilmente la crisi di un settore messo in ginocchio dall’inquinamento marino, dall’attività intensiva esasperante, dalla mancanza di controlli che, in particolare sotto costa, hanno decimato il patrimonio ittico di un bacino sostanzialmente chiuso come quello del golfo di Napoli. Di qui la decisione dei pescatori di rivolgersi alla facoltà di Medicina Veterinaria dell’università Federico II, che ora dovrebbe avviare un’indagine su quanto accade nei fondali costieri dalla Campanella a Capo Miseno e Miliscola, d’intesa con i ricercatori della Stazione Zoologica Anton Dohrn, del Cnr, delle altre strutture impegnate al capezzale del mare sempre più malato. Un fatto è certo. Il sarago è sicuramente il pesce più stanziale dei nostri ambiti costieri. «Si tratta di un pesce che nasce, cresce e muore nello stesso punto di mare», spiega la biologa marina Flegra Bentivegna, già direttrice del prestigioso Acquario napoletano. «Questo fatto potrebbe essere collegato ai processi di nutrimento di una specie così stanziale. Il nostro mare, purtroppo, è drammaticamente malato. In alcune zone i depositi tossici sono maggiormente condensati. Trarre conclusioni affrettate, tuttavia, sarebbe profondamente sbagliato». A confermare questa tesi, o meglio questa impressione, sono gli stessi pescatori che hanno rilevato l’incidenza del fenomeno in alcuni tratti costieri del golfo, specialmente negli ambiti più vicini ai centri abitati e ai grandi insediamenti industriali, sia pure oggi smantellati. Cassette di pesce comprate al mercato ittico di Pozzuoli hanno fatto registrare percentuali dell’80-90 per cento di incidenza dello strano fenomeno. Saraghi provenienti da mercati lontani o addirittura congelati, viceversa, hanno superato la prova senza colpo ferire. Facile intuire le conseguenze di questa misteriosa epidemia sui livelli economici non soltanto della piccola pesca costiera, ma anche degli operatori commerciali e turistici. Il fenomeno dei saraghi che diventano duri come il legno, d’altra parte, rappresenta soltanto l’ultimo atto di una trasformazione drammatica degli equilibri biologici nel nostro mare malato. Da tempo gli stessi pescatori, testimoni naturali di quanto sta avvenendo, hanno denunziato la scomparsa di alcune specie caratteristiche della biodiversità costiera. Si potrebbe pensare alle seppie (non se ne trova una a peso d’oro), dei più modesti mazzoni, di sbaraglioni e sciarrani. Per non parlare di molluschi ormai sconosciuti alle ultime generazioni, come nel caso delle patelle reali, delle capesante, delle spettacolari pinne, delle lumachine di mare. Al contrario, l’incredibile aumento delle temperature (almeno due gradi in meno di un anno) ha favorito l’arrivo di nuove specie decisamente tropicali. Persino in profondità, ormai, l’acqua ribolle: a 70 metri, in una zona centrale del golfo, sono stati registrati 26 gradi. Uno sconvolgimento generale, insomma, che i biologi dovranno studiare, ma che soltanto i politici potranno, sia pure in ritardo, affrontare. (Franco Mancusi – Il Mattino) 

Napoli. Addio al sarago, protagonista indiscusso della cucina marinara napoletana. Addio al pesce imperatore dei più famosi ristoranti di Santa Lucia, Mergellina, Sorrento, Capri, Ischia, Procida, Bacoli, Pozzuoli. Un male oscuro minaccia la qualità del pinnuto forse più conosciuto del mondo. Nulla di strano all'apparenza: la livrea nera e argentata è sempreviva, sgargiante. Una volta cotte, però, le carni del pesce si accartocciano vistosamente, si irrigidiscono, diventano dure come legno, assolutamente immangiabili. Una vera e propria mutazione genetica, che rischia di paralizzare in Campania la pesca costiera, quasi sempre praticata con reti da posta, grossi nassoni e coffe. Un fenomeno già rilevato da oltre dieci anni. Cresciuto negli anni, tuttavia, è dilagato a tal punto negli ultimi tempi da spingere le associazioni dei pescatori a chiedere lumi alla Scienza. Denunzie e segnalazioni non erano mancate alle più prestigiose strutture scientifiche nazionali. Mai, però, si è giunti ad una conclusione certa sulle cause della stranissima epidemia che oggi rischia di aggravare sensibilmente la crisi di un settore messo in ginocchio dall'inquinamento marino, dall'attività intensiva esasperante, dalla mancanza di controlli che, in particolare sotto costa, hanno decimato il patrimonio ittico di un bacino sostanzialmente chiuso come quello del golfo di Napoli. Di qui la decisione dei pescatori di rivolgersi alla facoltà di Medicina Veterinaria dell'università Federico II, che ora dovrebbe avviare un'indagine su quanto accade nei fondali costieri dalla Campanella a Capo Miseno e Miliscola, d'intesa con i ricercatori della Stazione Zoologica Anton Dohrn, del Cnr, delle altre strutture impegnate al capezzale del mare sempre più malato. Un fatto è certo. Il sarago è sicuramente il pesce più stanziale dei nostri ambiti costieri. «Si tratta di un pesce che nasce, cresce e muore nello stesso punto di mare», spiega la biologa marina Flegra Bentivegna, già direttrice del prestigioso Acquario napoletano. «Questo fatto potrebbe essere collegato ai processi di nutrimento di una specie così stanziale. Il nostro mare, purtroppo, è drammaticamente malato. In alcune zone i depositi tossici sono maggiormente condensati. Trarre conclusioni affrettate, tuttavia, sarebbe profondamente sbagliato». A confermare questa tesi, o meglio questa impressione, sono gli stessi pescatori che hanno rilevato l'incidenza del fenomeno in alcuni tratti costieri del golfo, specialmente negli ambiti più vicini ai centri abitati e ai grandi insediamenti industriali, sia pure oggi smantellati. Cassette di pesce comprate al mercato ittico di Pozzuoli hanno fatto registrare percentuali dell'80-90 per cento di incidenza dello strano fenomeno. Saraghi provenienti da mercati lontani o addirittura congelati, viceversa, hanno superato la prova senza colpo ferire. Facile intuire le conseguenze di questa misteriosa epidemia sui livelli economici non soltanto della piccola pesca costiera, ma anche degli operatori commerciali e turistici. Il fenomeno dei saraghi che diventano duri come il legno, d'altra parte, rappresenta soltanto l'ultimo atto di una trasformazione drammatica degli equilibri biologici nel nostro mare malato. Da tempo gli stessi pescatori, testimoni naturali di quanto sta avvenendo, hanno denunziato la scomparsa di alcune specie caratteristiche della biodiversità costiera. Si potrebbe pensare alle seppie (non se ne trova una a peso d'oro), dei più modesti mazzoni, di sbaraglioni e sciarrani. Per non parlare di molluschi ormai sconosciuti alle ultime generazioni, come nel caso delle patelle reali, delle capesante, delle spettacolari pinne, delle lumachine di mare. Al contrario, l'incredibile aumento delle temperature (almeno due gradi in meno di un anno) ha favorito l'arrivo di nuove specie decisamente tropicali. Persino in profondità, ormai, l'acqua ribolle: a 70 metri, in una zona centrale del golfo, sono stati registrati 26 gradi. Uno sconvolgimento generale, insomma, che i biologi dovranno studiare, ma che soltanto i politici potranno, sia pure in ritardo, affrontare. (Franco Mancusi – Il Mattino) 

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