IL BARBARO ASSASSINIO DI VASSALLO UN CAMPANELLO D´ALLARME PER TUTTI

0

Non fosse altro che per ragioni anagrafiche ho memoria nitida, densa di nostalgia, per il Cilento degli anni ’50/’60 con le estati cariche di solarità sui borghi marinari pigramente adagiati nelle rade paciose o disseminati a raggiera sui crinali delle colline o accovacciati nelle valli umbratili lungo corsi d’aqua brevi a lisciare ciottoli nel letto ghiaioso con rigagnoli pigolanti nenie di storie e leggende raccolte nell’interno all’ombra di faggete e leccete o, ancora, luminosi sui cocuzzoli delle montagne a volo d’abisso con chiesa e castello di feudatari arroganti ed incolti, spesso, tolleranti ed illuminati, qualche volta. E d’estate si “scendeva” alla “marina” in comitive compostamente festanti a testimonianza che quel territorio era incrocio di terra e di mare, di miti di montagna aspra e di acqua fluida dagli azzurri orizzonti sconfinati e che gli abitanti ne erano custodi anfibi, capaci di maneggiare con identica destrezza la vanga ed il remo per dissodare campi argillosi e sondare scogliere a caccia di pescato povero ma saporito. Erano pescatori di montagna e contadini di mare gli antenati della mia terra, orgogliosi di difenderne la identità. Bambino prima e giovincello dopo, mi sbucciavo ginocchia e braccia all’inseguimento ardito di eserciti di alici di argento, all’agguato di cernie a fuoriuscita di grotte, a cattura di polipi a spasso sugli scogli. Ed era stupore e festa insieme per i biondi nordici ed  i bianchicci inglesi in contrasto con la nostra pelle di saraceni cotti dal sole, quei pochi “forestieri” che attratti dalla grande storia di Paestum e Velia e sedotti dai miti di Palinuro e Licosa si concedevano qualche ora di mare su seggiole di fortuna e gustavano insieme a noi la buona cucina con prodotti sani di terra e di mare ed assaporavano l’ebbrezza di stendere una mano e cogliere fichi dal sorriso mielato e grappoli d’uva sanginella “rusecarella” e dolcissima insieme. Erano gli albori del turismo in “un giardino da eden ritrovato” alle foci dei fiumiciattoli, che prolungavano verso l’interno le vie del Mediterraneo lungo le rotte della Grande Storia dei Padri. Greci, Romani, Arabi, monaci italo/greci. I furbi dell’ecobusiness fiutarono gli affari dell’industria delle vacanze e fu gara sfrenata alla cementificazione delle coste, allo sfregio dei borghi di mare, all’accaparramento, a prezzi stracciati, dei centri storici dell’interno con la tolleranza insipiente degli amministratori pubblici a tutti i livelli o, addirittura, della complicità di alcuni che avevano scoperto il filone d’oro delle licenze edilizie facili. E nacque Castelsandra e la svendita della risorsa ambientale di Case del Conte e delle Ripe Rosse, l’assalto a Punta Licosa, le mire espansionistiche su Acciaroli e Pioppi, i villaggi/lager di Casalvelino e Ascea, l’assalto a Palinuro e Centola, lo scempio di Scario. La camorra in giacca e cravatta occupava il territorio e lo sfregiava nel solo nome degli affari legati alla speculazione edilizia, potendo disporre di complicità nelle pubbliche amministrazioni ed alleanze di piccoli imprenditori locali, che reggevano il sacco contenti e paghi degli spiccioli. E alla malora la cultura, la grande storia, le tracce della filosofia antica, il richiamo di seduzione dei miti!!! Quella era roba da intellettuali rompiscatole additati a nemici dello sviluppo del territorio. Ma quegli strani “alieni” che erano e sono gli intellettuali si batterono per la creazione del “Parco Nazionale del Cilento e Vallo del Diano” e batterono per settimane e mesi l’intero territorio a raccogliere firme ed a catechizzare i giovani soprattutto sulla straordinaria risorsa dell’ambiente, che poteva e doveva diventare la ricchezza del futuro. E nel 1993 venne il riconoscimento dell’Area Protetta e fu festa grande per… i missionari del turismo del futuro che potesse contare sulla promozione della qualità nel segno della cultura, dei valori ambientali e nel rispetto della legalità. Gli affaristi dell’ecobusiness non allentarono la presa e scatenarono la “canea” di contadini e pastori minacciando sfracelli. Gli intellettuali ambientalisti e non solo resistettero in trincea. In quel clima si formò Angelo Vassallo, respirando valori e consolidando ideali, che avrebbe poi trasferito nella attività quotidiana di amministratore di uno degli angoli più belli della Costa cilentana, difendendola con le unghie e con i denti e facendola diventare punto di riferimento di turismo di qualità nell’immaginario collettivo nazionale ed internazionale. Ed ha detto con coraggio tanti no a tutela della legalità, della dignità personale e dei suoi concittadini che gli rinnovavano fiducia e lo amavano. Ma si opponeva a forze palesi ed occulte che si sentivano colpite negli interessi, si trattasse di quelle interessate alla ulteriore cementificazione di coste e colline, dei lavori del porto, della rete distributiva del commercio, delle mire fameliche sull’industria del mare (pesca, cantieristica e quant’altro). Ed hanno armato la mano del o dei killer, probabilmente anche con la complicità di qualche locale (lo stabiliranno le febbrili indagini in corso), deluso  per l’intransigenza del sindaco per qualche affaruccio di poco conto o per qualche risentimento di troppo (E chi non ha nemici quando amministra un piccolo paese di poche migliaia di anime, dove le passioni sono lente e diffcili a placarsi?). Angelo Vassallo doveva morire perchè era un simbolo e poteva diventare un pericoloso (!?) esempio per gli altri amministratori del territorio: e così è stato. Domani ci saranno i funerali. In migliaia  seguiranno quel feretro. Piangeranno in tanti. Ci sarà anche qualcuno o più di uno che farà finta di commuoversi, ma in cuor suo sorriderà contento di aver eliminato un ostacolo per la realizzazione dei suoi loschi affari. Io non ci sarò, costretto dagli anni e dagli acciacchi nella mia casa romana. Ma il mio cuore batterà con quello dei tanti che lottano per un Cilento diverso, aperto al futuro, e che non si arrendono. Lo devo per un atto d’amore alla mia terra e per amicizia e stima per un Amico con il quale ho condiviso ideali e battaglie per difenderli e sul cui corpo martoriato e sfregiato dalla barbarie omicida da giorni continuo a versare calde lacrime d’amore.

 P:S:

Questo giornale è letto prevalentemente nella Costa di Amalfi, per la quale il discorso fatto per il Cilento non è estraneo. Nella “Divina” la malavita organizzata è presente ed agisce nell’ombra con contiguità e complicità diffuse: anche qui è allarme e non bisogna abbassare la guardia. Ne scriverò presto.

Giuseppe Liuccio

g.liuccio@alice.it