Marò, stop al processo. Tribunale di Amburgo nega il rimpatrio di Girone in attesa della sentenza della Corte dell’Aja

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Uno pari. Il Tribunale internazionale del mare blocca la giurisdizione indiana sul caso dei marò, accusati di aver ucciso due pescatori al largo delle coste del Kerala, ma non fa dei fucilieri di Marina due uomini, almeno temporaneamente, liberi. No alla revoca delle misure cautelari imposte dall’India: Salvatore Girone deve restare nell’ambasciata italiana di Delhi e Massimiliano Latorre dovrà tornarvi. Finisce così, con una decisione a maggioranza ma senza unanimità (quindici giudici contro sei), il procedimento avviato dall’Italia davanti alla corte di Amburgo. Una soluzione di equilibrio che amareggia il padre di Girone, da tre anni e mezzo trattenuto in India: «Siamo un po’ arrabbiati». E che non soddisfa del tutto il governo: «L’Italia sperava in una sentenza diversa», afferma il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio. «Il governo continua a lavorare affinché, nell’ambito dello schema della giurisdizione internazionale, ci sia la possibilità per i due fucilieri di tornare in Italia per il tempo dell’arbitrato». Nel frattempo va ottemperata l’ordinanza del Tribunale, illustrata dal presidente Vladimir Glolitsyndi: «India e Italia devono entrambe sospendere tutti i procedimenti giudiziari e astenersi da nuove iniziative che possano aggravare o estendere la disputa o pregiudicare qualsiasi decisione del tribunale arbitrale». Ma, e qui arriva il duro colpo per Roma, è «inappropriato prescrivere misure provvisorie sulla situazione dei due marines, perché queste entrerebbero nel merito di un caso» la cui competenza spetta a un tribunale arbitrale. È dunque una vittoria a metà, come traspare dalla dichiarazione dell’agente del governo italiano ad Amburgo, l’ambasciatore Francesco Azzarello: «È stata riconosciuta la piena legittimazione e competenza della Corte arbitrale sulla vicenda. La misura prescritta tutela in parte i diritti italiani sul caso dell’Enrica Lexie. Siamo comunque delusi che il Tribunale non abbia adottato nessuna misura sulla situazione di Latorre e Girone, ritenendo che debba occuparsene la costituenda corte arbitrale, alla quale il nostro collegio difensivo sta valutando di rinnovare la richiesta di permanenza in Italia dei fucilieri». Come dire, non finisce qui. La sentenza, in ogni caso, si presta a diverse interpretazioni. Se Amburgo ha prescritto che le azioni giudiziarie vengano congelate, «come possono essere efficaci tali misure senza che vengano revocate, pro tempore, le misure di limitazione della libertà individuale dei due marò?», si chiede nelle otto pagine di valutazione del verdetto il giudice Francesco Francioni, rappresentante italiano al Tribunale del mare. Insomma, se l’esito non è quello a cui l’Italia puntava, i risvolti futuri potrebbero essere più favorevoli a Roma che a New Delhi. «È una buona premessa per il risultato che vogliamo ottenere», afferma il responsabile della Farnesina Paolo Gentiloni. «Non c’è una giustizia indiana, sarà una giustizia internazionale a decidere se ci sono tutti gli elementi per ripresentare la nostra richiesta sulla permanenza in Italia del marò». L’India, da parte sua, contrattacca con l’«opinione in dissenso» del giudice Chandrasekhara Rao: «La sentenza è sbilanciata a nostro sfavore e giuridicamente non ben fondata». La battaglia continua. (Claudia Guasco – Il Mattino)

Uno pari. Il Tribunale internazionale del mare blocca la giurisdizione indiana sul caso dei marò, accusati di aver ucciso due pescatori al largo delle coste del Kerala, ma non fa dei fucilieri di Marina due uomini, almeno temporaneamente, liberi. No alla revoca delle misure cautelari imposte dall'India: Salvatore Girone deve restare nell'ambasciata italiana di Delhi e Massimiliano Latorre dovrà tornarvi. Finisce così, con una decisione a maggioranza ma senza unanimità (quindici giudici contro sei), il procedimento avviato dall'Italia davanti alla corte di Amburgo. Una soluzione di equilibrio che amareggia il padre di Girone, da tre anni e mezzo trattenuto in India: «Siamo un po' arrabbiati». E che non soddisfa del tutto il governo: «L'Italia sperava in una sentenza diversa», afferma il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio. «Il governo continua a lavorare affinché, nell'ambito dello schema della giurisdizione internazionale, ci sia la possibilità per i due fucilieri di tornare in Italia per il tempo dell'arbitrato». Nel frattempo va ottemperata l'ordinanza del Tribunale, illustrata dal presidente Vladimir Glolitsyndi: «India e Italia devono entrambe sospendere tutti i procedimenti giudiziari e astenersi da nuove iniziative che possano aggravare o estendere la disputa o pregiudicare qualsiasi decisione del tribunale arbitrale». Ma, e qui arriva il duro colpo per Roma, è «inappropriato prescrivere misure provvisorie sulla situazione dei due marines, perché queste entrerebbero nel merito di un caso» la cui competenza spetta a un tribunale arbitrale. È dunque una vittoria a metà, come traspare dalla dichiarazione dell'agente del governo italiano ad Amburgo, l'ambasciatore Francesco Azzarello: «È stata riconosciuta la piena legittimazione e competenza della Corte arbitrale sulla vicenda. La misura prescritta tutela in parte i diritti italiani sul caso dell'Enrica Lexie. Siamo comunque delusi che il Tribunale non abbia adottato nessuna misura sulla situazione di Latorre e Girone, ritenendo che debba occuparsene la costituenda corte arbitrale, alla quale il nostro collegio difensivo sta valutando di rinnovare la richiesta di permanenza in Italia dei fucilieri». Come dire, non finisce qui. La sentenza, in ogni caso, si presta a diverse interpretazioni. Se Amburgo ha prescritto che le azioni giudiziarie vengano congelate, «come possono essere efficaci tali misure senza che vengano revocate, pro tempore, le misure di limitazione della libertà individuale dei due marò?», si chiede nelle otto pagine di valutazione del verdetto il giudice Francesco Francioni, rappresentante italiano al Tribunale del mare. Insomma, se l'esito non è quello a cui l'Italia puntava, i risvolti futuri potrebbero essere più favorevoli a Roma che a New Delhi. «È una buona premessa per il risultato che vogliamo ottenere», afferma il responsabile della Farnesina Paolo Gentiloni. «Non c'è una giustizia indiana, sarà una giustizia internazionale a decidere se ci sono tutti gli elementi per ripresentare la nostra richiesta sulla permanenza in Italia del marò». L'India, da parte sua, contrattacca con l'«opinione in dissenso» del giudice Chandrasekhara Rao: «La sentenza è sbilanciata a nostro sfavore e giuridicamente non ben fondata». La battaglia continua. (Claudia Guasco – Il Mattino)