Il Conservatorio in vacanza

0



“Aspettate che si ferma la barca!”

Avventure di pesca di alcuni docenti del Conservatorio Statale di Musica “G.Martucci” di Salerno tra i flutti del mare di Ulisse. Dalla traina alla pesca subacquea, sino alle novità del bolentino con artificiale, le doppie vite del corpo insegnante dell’alta cultura e formazione musicale salernitana 


“Zzzzzzz…..e faccela sentì sta musica!” E’ questa l’invocazione, che ci è un po’ mancata in questo caldo agosto, di Salvatore Corini, docente di pianoforte del nostro conservatorio, quando, dopo aver vinto la celebrata pigrizia del napoletano nobile, si pone, primo mane, a caccia del big fish, tra il misterioso “vuddu” di Villamare e la secca della montagna spaccata di Sapri, antistante il Canale di Mezzanotte. Il suo soprannome è “il poeta”, per creatività e inventiva, con cui allestisce il materiale, nonché per l’estrema sfida lanciata con terminali sottili, sempre nel rispetto infinito del pesce, sulle tracce dell’assunto estetico di pura estrazione kantiana. Musica e pesca è un binomio che ha fatto breccia tra i docenti del Conservatorio Statale di Musica “Giuseppe Martucci” di Salerno, come anche l’incanto e la pescosità del mare cilentano, che da tempo lascia cimentare un folto gruppo d’insegnanti, in diverse specialità di questo sport. Salvatore Corini, dopo aver esplorato i sette mari, in veste di subacqueo, esperto di ogni genere di pesca sportiva classica, ha messo le canne da traina, cinque anni or sono, in mano ad Antonio “Tonino” Florio, sassofonista e docente di teoria e solfeggio presso la massima istituzione musicale salernitana. Il maestro Florio, già noto per diverse grosse catture nel corso delle estati precedenti, si è presentato ai nastri di partenza della stagione 2010, con un gozzo della marineria di famiglia, quella di Castellabate, che ha voluto dedicare alla sirena Lighea, la figlia di Calliope la quale, “senza espressioni accessorie esprimeva solo se stessa, la sua bestiale gioia di vivere, la divina letizia di essere” (Giuseppe Tomasi di Lampedusa). Suo il primato della cattura del pesce azzurro, quasi una evocazione della travolgente tarantella “Lo guarracino che jeva per mare”, che col suo ritmo ossessivo sembra accompagnarlo ogni giorno nelle catture.  Rivelazione dell’anno, il pianista Salvatore Pierno, fondatore del famoso duo con il violinista Antonio Arciprete, con casa e, soprattutto, forno a legna, in quel di Vibonati. Il maestro Pierno, tanto è serioso e compassato in conservatorio, quanto frenetico e allegrotto in mare. Attirato anch’egli, dal canto della sirena Lighea, si è spesso esibito in quartetto con i “pecheurs” Massimo Franco, docente di organizzazione aziendale presso la Federico II di Napoli, il cognato Franco Pantaleo Pallone, detto “ ‘o Presidente”, poco pratico, grazie ad una consolidata cultura classica, ma molto fortunato e paziente, ospiti di Tonino Florio. “Aspettate che si ferma la barca!” questa la raccomandazione del M° Florio agli amici ,prima di lanciare il miracoloso Sabiki, la nuova esca giapponese artificiale da bolentino, capace di tirar su a sei “pezzi” per volta, sauri, fragolini, stelle, sgombri, vope, piccoli palamiti, e quant’alto si trovi sotto l’opera morta del gozzo, puntualmente ignorata per l’eccitazione di sentire subito la toccata e riempire il secchio di pesci.  Ma questo è solo il finale poiché prima ha da scatenarsi la caccia al gabbiano, con Massimo di vedetta, per individuare “la palla” di alici, quella massa scura e argentea, da saccheggiare con un “cuoppo” a maglia stretta, cara ai salernitani poiché simbolo di quella leggendaria Festa di San Matteo d’inizio Novecento, quando i gozzetti rifornivano di alicette, “fravaglio” e mazzame, i friggitori che stavano per tutto il Lungomare tra due fittissime file di bancarelle e luminarie. Il ritorno a casa prevede naturalmente la “pesciata” serale, con “pizziata”, per la quale, Salvatore Pierno si trasforma in uno dei pizzaioli eredi di una tradizione che si perde nella notte dei tempi, felice di infornare la pizza a passo di danza, a ritmo di larga onda nel bel forno di mattoni rossi, ampio come una stanza, ardente come il sangue di una ragazza, sostenuto nel suo fuoco da mucchi di asciuttissimi sarmenti, che non lasciano se non lievi ceneri. Un cerimoniale antico, il suo, perfetto, silenzioso, su un balletto che si svolge sotto i vostri occhi incantati e che, tuttavia, non svelerà nessun segreto, la pizza resterà ermetica e orfica, pitagorica e surrealista come un cibo elargito dagli dei, anzi, da amici di vecchia data, in un momento di generoso affetto. Dopo la pizza, si passa tra le mani della signora Maria Rosaria, realizzatrice di tutti i segreti della cucina rigorosamente partenopea, tra cui la patata arreganata e naturalmente il pesce arrostito o sapientemente marinato con falanghina e aceto di pinot grigio. E’ stato avvistato nel golfo di Policastro anche Antonio Senatore, docente di flauto, unitamente alla sua compagna d’arte e di vita, il mezzosoprano Patrizia Coppolino, una giornata di pesca, prima di affrontare l’autunno caldo del massimo cittadino che lo vedrà protagonista, nel golfo mistico, del Romeo e Giulietta di Charles Gounod, della Carmen di Bizet, della Francesca da Rimini di Zandonai e della Luisa Miller di Verdi. Poco più in là, nello spazio di mare che va da Marina di Camerota a Palinuro, troviamo il più tecnico dei pescatori del Conservatorio, il docente di pianoforte Giuseppe Squitieri: col suo fisherman  setaccia tutte le tane dei grossi pesci, con tanto di ecoscandaglio, termometro e quant’altro, ed ecco ricciole, dentici, cernie  di prestigiosa pezzatura che gli fanno conquistare le copertine delle riviste specializzate, da mettere nel suo “Acquario” immaginario di saensiana memoria. Ma i docenti del conservatorio non pescano solo in superficie, sono protagonisti anche del mondo sommerso. Sono già oltre 500 i polpi pescati da Vincenzo Zupi Castagno, chitarrista e docente di Teoria e solfeggio. Ogni giorno, alle otto di mattina, armato di punteruolo e fiocina si cala nel golfo lunato di Sapri e si dà alla cattura di cefalopodi, ricci, patelle, immerso in quel silenzio ovvero nel rumore del mare, quel bailamme tranquillo o veemente che sembra stabilito là per l’eternità, per coglierne il suo sorriso.

Olga Chieffi