L’INTENSA STAGIONE DI RAFFAELE TORTORA, SINDACO DI CASTELLABATE

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“Se mi tornassi questa sera accanto  lungo la via dove scende l’ombra  azzurra già che sembra primavera…  io troverei un pianto da bambino”. Versi che Alfonso Gatto dedicò al padre in uno di quei momenti di grande tristezza e sconforto nei quali a volte si è coinvolti nel cammino della vita. Versi che l’allora Presidente della Provincia, Alfonso Andria, ricordò di fronte alla bara di Raffaele Tortora, sindaco di Castellabate, morto per la sua generosità e la sua alta consapevolezza di essere amministratore al servizio della collettività. Concetti un po’ sfumati nel panorama politico italiano, come sono deboli quelle sollecitudini, preoccupazioni, capacità di chiedere scusa a residenti e turisti quando la macchina della pubblica amministrazione si inceppava. Tutto questo il sindaco Tortora lo faceva quotidianamente, girando con il suo immancabile motorino, con spontaneità, con la consapevolezza che, in questo modo, si rafforzava anche il ruolo di quella funzione così primaria per una collettività, come è l’essere sindaco.

Fu un maledetto incendio, in una sera di fine estate settembrina di dieci anni fa, quando a Castellabate l’aria è ancora tiepida e vogliosa di vacanze. Le fiamme avevano avvolto le colline che da San Marco si stendono sino a Punta Tresino; coordinando le operazioni di evacuazione degli ospiti di un albergo cittadino, Tortora avvertì una fitta al petto, poi alla testa, poi più nulla. In pochi istanti si fermava per sempre a quarantaquattro anni.

La sua formazione morale era stata cattolica, quella politica democristiana. Fu eletto sindaco il 9 giugno del 1996 e riconfermato nella tornata successiva del 2000. Riservato ma caparbio, disponibile ma deciso, Lello, come tutti semplicemente lo chiamavano, entrava nei problemi quotidiani della sua gente, tant’è che ancora oggi tutti, soprattutto i suoi studenti e i giovani di allora, lo ricordano con quella sua voglia di operare in un paese non ancora pronto ad aperture sul futuro. Difensore dell’ambiente e sostenitore della cultura e dell’arte, era fermamente convinto che Castellabate, con un borgo medievale tra i più suggestivi, con ben tre marine e chilometri di spiaggia, con il nascente Parco Nazionale, potesse approdare ad un turismo di qualità. Era convinto che, con una nuova politica turistica, il Cilento, con le sue emergenze archeologiche, storiche, naturali e paesaggistiche, potesse essere il nuovo motore trainante della provincia di Salerno.

Erano gli anni, fine novanta, in cui Castellabate veniva dichiarata dall’Unesco Patrimonio mondiale dell’Umanità e, per la prima volta, la Fee assegnava alla sua marina la bandiera blu. Si concretizzava il sogno del nuovo cammino del Cilento, in cui Lello Tortora credeva fortemente. In quegli anni recuperava alla collettività Villa Matarazzo, il Castello dell’Abate, trasformava il corso Matarazzo nell’isola pedonale più grande del Cilento, facendolo diventare luogo di “struscio” e di shopping. Convegni e seminari di studi portavano, nella cittadina montuosamente marina, studiosi italiani e stranieri, tanto da indurre la Provincia di Salerno a istituire un Centro Internazionale per il Paesaggio Culturale. Fu, in pratica, una stagione di grande respiro di saperi.

La disponibilità di Lello Tortora per il suo prossimo andò oltre la morte: furono, infatti, donati i suoi organi perché altri potessero continuare a vedere, a sentire, a parlare, a vivere.

“Mi basterebbe che tu fossi vivo,  un uomo vivo col tuo cuore è un sogno” scriveva ancora Alfonso Gatto per il padre. Ed è la gratitudine, merce ormai rara, ad albergare nei cuori dei tanti che lo conobbero e di quelli che cominciano a conoscerlo.

Alla famiglia resta la medaglia d’oro al valor civile concessa dal Ministero degli Interni. E resta quell’insegnamento cristiano che don Luigi Orlotti, parroco frettolosamente ritornato dal suo pellegrinaggio in Terra Santa, ricordò nella celebrazione funebre: “Mentre percorrevo le strade del Calvario, sono stato richiamato sulle nostre strade, dove il Golgota di Cristo si consumava nel sacrificio di Lello Tortora”.

 Rosanna Di Giaimo