Don Lorenzo Diana indagato “Mi sembra di essere su scherzi a parte”

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 Ai carabinieri, incaricati della perquisizione a casa sua, apre tutte le porte, offre piena collaborazione. Risponde al telefono, Lorenzo Diana. A quel telefono cellulare che gli è stato messo sotto controllo per diverso tempo. Si sforza di mostrarsi tranquillo, ma ammette: «Mi sento una schifezza, mi sembra di essere su Scherzi a parte». Da vent’anni sotto scorta, per tre legislature in Parlamento fino al 2006, già componente della commissione parlamentare antimafia, Lorenzo fa parte di quel ristretto gruppo di persone che, in terra di Casalesi, ha tuonato contro boss e killer quando era assai rischioso farlo. Il 4 dicembre di 15 anni fa, nell’aula bunker di Santa Maria Capua Vetere, il pentito Domenico Frascogna rivelò in pubblico il «piano per uccidere il senatore». Era tutto pronto, compreso l’esplosivo da piazzare sotto l’auto o sotto il palco di un comizio. Era stato deciso durante una riunione del clan dei Casalesi. Raccontò Frascogna: «Ritenevamo pericolosa una persona che ha messo sottosopra il nostro territorio con tutte quelle dichiarazioni e iniziative». Nel suo «Gomorra», Roberto Saviano non ha speso molti elogi a personaggi viventi impegnati nell’antimafia, o nelle denunce. Ma tra i citati in positivo, c’era proprio Lorenzo Diana su cui, dichiarò nel 2001 l’allora sottosegretario all’Interno, Massimo Brutti: «Il progetto di uccisione contro il senatore Diana era noto già nel 1997, attraverso le dichiarazioni di Frascogna fatte a novembre di quell’anno. Le dichiarazioni furono confermate e fu possibile rinvenire a Casal di Principe dinamite e placche magnetiche approntate per un attentato». Come è possibile, ora, che i valori e i confini tra bene e male si confondano? Che un ex insegnante, poi consigliere comunale della sua San Cipriano, senatore, premio Borsellino, invitato da anni a centinaia di convegni e manifestazioni, firmatario di denunce e denunce contro esponenti mafiosi, venga indicato come connivente della camorra? Lorenzo Diana, dopo un pomeriggio trascorso nello studio del suo avvocato Francesco Picca, reagisce. Dice: «La mia storia personale e politica testimoniano la mia costante attività di contrasto ai fenomeni di criminalità organizzata. Sono sereno e non accetterò che la mia ultra-decennale storia venga delegittimata e mortificata da accuse infamanti e certamente calunniose». C’è la vicenda Cpl e c’è la storia della certificazione al figlio che, laureato alla Bocconi, specializzato alla London school, lavora in Gran Bretagna alla Lufthansa. Spiega Lorenzo Diana: «Solo per completare il suo curriculum, aveva presentato domanda ad un master Fifa, in cui la certificazione della Frattese era ininfluente. Resto davvero sconcertato dall’accostamento di due vicende completamente diverse tra loro, che non hanno alcun collegamento reciproco». Chi legge le due ordinanze rischia di confonderne i confini giudiziari. È nell’atto di misura interdittiva, che il gip scrive: «Per favorire il figlio, Lorenzo Diana, presidente nazionale Rete per la legalità, presidente premio nazionale Paolo Borsellino, membro della fondazione Caponnetto, premio nazionale custode della legalità, aveva messo in moto le sue conoscenze in spregio alla cultura della legalità della quale si spaccia per paladino». Più pesanti e feroci, i passaggi successivi: «Ancora più spregevole risultava la vicenda considerato che, mentre il Diana si districava nelle incombenze tese alla commissione dell’illecito, svolgeva attività di relatore in convegni sulla legalità insieme a magistrati noti per il loro impegno antimafia e si recava agli appuntamenti, organizzati per ottenere la falsa attestazione, accompagnato dalla scorta». Chi lo conosce da anni, sa che Lorenzo Diana vive della sua pensione da insegnante e del vitalizio parlamentare. Uno dei due figli è senza lavoro e, in questi anni, per vari motivi ha dovuto chiedere un paio di prestiti bancari. Il 26 giugno era ad un convegno a Cardito sulla corruzione; il due luglio, giorno in cui il gip firmava il provvedimento di misura interdittiva nei suoi confronti, si trovava a Roma per l’assemblea nazionale imprese per la legalità. «No, non so ancora dove devo spostarmi a vivere fino a quando sarà in vigore il divieto di dimora. Forse a Roma», dice. Attorno, intanto, Lorenzo Diana comincia ad avvertire un po’ di vuoto: il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, annuncia la sua sospensione dall’incarico al Caan «in attesa di chiarimenti». Lui, assorbito il colpo del doppio provvedimento, è pronto a partire alla riscossa. Spiega: «So che mi accusa Iovine soprattutto, mentre fui io a cacciare dal Comune il cognato che faceva l’imprenditore. Mi fa male vedermi messo sullo stesso piano di gente che ho per tanti anni denunciato, su cui ho fatto decine e decine di dichiarazioni che sono servite a tante inchieste». Certo gli fa male sentire che il procuratore aggiunto, Giuseppe Borrelli, coordinatore della Dda, parli del suo ruolo nella vicenda del Cpl come di «assoluto rilievo». E aggiunge: «Ho chiesto da mesi di essere ascoltato dalla Procura di Napoli, per chiarire la mia assoluta estraneità dalla vicenda. Non ho mai avuto rapporti o contiguità con esponenti di ambienti camorristici. La mia storia personale e politica testimoniano la mia costante attività di contrasto ai fenomeni della criminalità organizzata». A 64 anni, già esponente dell’assemblea costituente del Pd, Lorenzo Diana si è scoperto intercettato anche in qualche conversazioni con giornalisti di varie testate. Avverte una sensazione di isolamento, vissuta in altro modo. Spiega: «Non mi ritengo certo al di sopra di ogni sospetto. Penso sempre che la magistratura tutta faccia il suo dovere, con sacrificio e difficoltà. Per questo, confido di poter dimostrare che non c’entro con certe accuse. Ho già consegnato un promemoria ai carabinieri». Poi, si arma di logica: se avesse fatto accordi con i Casalesi, non ne avrebbe ricevuto minacce, o lettere intimidatorie come quella famosa che Francesco Schiavone «sandokan» affidò ad un quotidiano, facendola filtrare dal carcere dove era detenuto. Ricorda tante battaglie, politiche e giudiziarie. Come quando, nel 1992, accompagnò Antonio Bassolino in giro per comizi nella sua provincia. Era segretario di sezioni locali del Pds. Ricevettero intimidazioni e le denunciarono. Ma non dimentica di essersi laureato in filosofia e cerca di affrontare questa prova con forza. Con una sola recriminazione: che in quest’esperienza siano tirati in ballo i suoi due figli. Ma ricorda: «Quando divenne pubblica la notizia degli attentati in preparazione contro di me, corsi a San Cipriano. Era quasi mezzanotte, parlai a lungo con mia moglie e i miei figli. Ci lega un affetto profondo, senza limiti». Gigi Di Fiore, Il Mattino

 Ai carabinieri, incaricati della perquisizione a casa sua, apre tutte le porte, offre piena collaborazione. Risponde al telefono, Lorenzo Diana. A quel telefono cellulare che gli è stato messo sotto controllo per diverso tempo. Si sforza di mostrarsi tranquillo, ma ammette: «Mi sento una schifezza, mi sembra di essere su Scherzi a parte». Da vent’anni sotto scorta, per tre legislature in Parlamento fino al 2006, già componente della commissione parlamentare antimafia, Lorenzo fa parte di quel ristretto gruppo di persone che, in terra di Casalesi, ha tuonato contro boss e killer quando era assai rischioso farlo. Il 4 dicembre di 15 anni fa, nell’aula bunker di Santa Maria Capua Vetere, il pentito Domenico Frascogna rivelò in pubblico il «piano per uccidere il senatore». Era tutto pronto, compreso l’esplosivo da piazzare sotto l’auto o sotto il palco di un comizio. Era stato deciso durante una riunione del clan dei Casalesi. Raccontò Frascogna: «Ritenevamo pericolosa una persona che ha messo sottosopra il nostro territorio con tutte quelle dichiarazioni e iniziative». Nel suo «Gomorra», Roberto Saviano non ha speso molti elogi a personaggi viventi impegnati nell’antimafia, o nelle denunce. Ma tra i citati in positivo, c’era proprio Lorenzo Diana su cui, dichiarò nel 2001 l’allora sottosegretario all’Interno, Massimo Brutti: «Il progetto di uccisione contro il senatore Diana era noto già nel 1997, attraverso le dichiarazioni di Frascogna fatte a novembre di quell’anno. Le dichiarazioni furono confermate e fu possibile rinvenire a Casal di Principe dinamite e placche magnetiche approntate per un attentato». Come è possibile, ora, che i valori e i confini tra bene e male si confondano? Che un ex insegnante, poi consigliere comunale della sua San Cipriano, senatore, premio Borsellino, invitato da anni a centinaia di convegni e manifestazioni, firmatario di denunce e denunce contro esponenti mafiosi, venga indicato come connivente della camorra? Lorenzo Diana, dopo un pomeriggio trascorso nello studio del suo avvocato Francesco Picca, reagisce. Dice: «La mia storia personale e politica testimoniano la mia costante attività di contrasto ai fenomeni di criminalità organizzata. Sono sereno e non accetterò che la mia ultra-decennale storia venga delegittimata e mortificata da accuse infamanti e certamente calunniose». C’è la vicenda Cpl e c’è la storia della certificazione al figlio che, laureato alla Bocconi, specializzato alla London school, lavora in Gran Bretagna alla Lufthansa. Spiega Lorenzo Diana: «Solo per completare il suo curriculum, aveva presentato domanda ad un master Fifa, in cui la certificazione della Frattese era ininfluente. Resto davvero sconcertato dall’accostamento di due vicende completamente diverse tra loro, che non hanno alcun collegamento reciproco». Chi legge le due ordinanze rischia di confonderne i confini giudiziari. È nell’atto di misura interdittiva, che il gip scrive: «Per favorire il figlio, Lorenzo Diana, presidente nazionale Rete per la legalità, presidente premio nazionale Paolo Borsellino, membro della fondazione Caponnetto, premio nazionale custode della legalità, aveva messo in moto le sue conoscenze in spregio alla cultura della legalità della quale si spaccia per paladino». Più pesanti e feroci, i passaggi successivi: «Ancora più spregevole risultava la vicenda considerato che, mentre il Diana si districava nelle incombenze tese alla commissione dell’illecito, svolgeva attività di relatore in convegni sulla legalità insieme a magistrati noti per il loro impegno antimafia e si recava agli appuntamenti, organizzati per ottenere la falsa attestazione, accompagnato dalla scorta». Chi lo conosce da anni, sa che Lorenzo Diana vive della sua pensione da insegnante e del vitalizio parlamentare. Uno dei due figli è senza lavoro e, in questi anni, per vari motivi ha dovuto chiedere un paio di prestiti bancari. Il 26 giugno era ad un convegno a Cardito sulla corruzione; il due luglio, giorno in cui il gip firmava il provvedimento di misura interdittiva nei suoi confronti, si trovava a Roma per l’assemblea nazionale imprese per la legalità. «No, non so ancora dove devo spostarmi a vivere fino a quando sarà in vigore il divieto di dimora. Forse a Roma», dice. Attorno, intanto, Lorenzo Diana comincia ad avvertire un po’ di vuoto: il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, annuncia la sua sospensione dall’incarico al Caan «in attesa di chiarimenti». Lui, assorbito il colpo del doppio provvedimento, è pronto a partire alla riscossa. Spiega: «So che mi accusa Iovine soprattutto, mentre fui io a cacciare dal Comune il cognato che faceva l’imprenditore. Mi fa male vedermi messo sullo stesso piano di gente che ho per tanti anni denunciato, su cui ho fatto decine e decine di dichiarazioni che sono servite a tante inchieste». Certo gli fa male sentire che il procuratore aggiunto, Giuseppe Borrelli, coordinatore della Dda, parli del suo ruolo nella vicenda del Cpl come di «assoluto rilievo». E aggiunge: «Ho chiesto da mesi di essere ascoltato dalla Procura di Napoli, per chiarire la mia assoluta estraneità dalla vicenda. Non ho mai avuto rapporti o contiguità con esponenti di ambienti camorristici. La mia storia personale e politica testimoniano la mia costante attività di contrasto ai fenomeni della criminalità organizzata». A 64 anni, già esponente dell’assemblea costituente del Pd, Lorenzo Diana si è scoperto intercettato anche in qualche conversazioni con giornalisti di varie testate. Avverte una sensazione di isolamento, vissuta in altro modo. Spiega: «Non mi ritengo certo al di sopra di ogni sospetto. Penso sempre che la magistratura tutta faccia il suo dovere, con sacrificio e difficoltà. Per questo, confido di poter dimostrare che non c’entro con certe accuse. Ho già consegnato un promemoria ai carabinieri». Poi, si arma di logica: se avesse fatto accordi con i Casalesi, non ne avrebbe ricevuto minacce, o lettere intimidatorie come quella famosa che Francesco Schiavone «sandokan» affidò ad un quotidiano, facendola filtrare dal carcere dove era detenuto. Ricorda tante battaglie, politiche e giudiziarie. Come quando, nel 1992, accompagnò Antonio Bassolino in giro per comizi nella sua provincia. Era segretario di sezioni locali del Pds. Ricevettero intimidazioni e le denunciarono. Ma non dimentica di essersi laureato in filosofia e cerca di affrontare questa prova con forza. Con una sola recriminazione: che in quest’esperienza siano tirati in ballo i suoi due figli. Ma ricorda: «Quando divenne pubblica la notizia degli attentati in preparazione contro di me, corsi a San Cipriano. Era quasi mezzanotte, parlai a lungo con mia moglie e i miei figli. Ci lega un affetto profondo, senza limiti». Gigi Di Fiore, Il Mattino