Addio a Dino Celentano, il dirigente di Diego e dello scudetto. A lui erano legati tutti gli azzurri. Aveva 71 anni

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I tifosi del Napoli lo avevano visto un mese fa per l’ultima volta, pomeriggio del 30 maggio, chiesa di Santa Chiara. C’era anche Eduardo Celentano, detto Dino, ai funerali di Bruno Pesaola, il mitico Petisso. Li univa una profonda amicizia e un’immensa passione azzurra. Dino si è spento ieri a settantun anni (era nato il 2 ottobre del ’43), sconfitto da un male incurabile. Si erano improvvisamente aggravate le condizioni dell’imprenditore, che lascia la moglie Maria e le tre figlie Monica, Barbara e Giusi, abbracciate da decine di amici e conoscenti nella casa al Parco Mirella in via Orazio. E lascia soprattutto un grande vuoto tra i tifosi, gli allenatori e i giocatori di “quella” squadra: il Napoli che scrisse la storia vincendo lo scudetto nel 1987. Celentano c’era, in primissima linea. Papà titolare di una pasticceria in corso Garibaldi, Dino non seguì la sua strada e cominciò a lavorare a vent’anni nel settore dei tessuti. Fu tra i primissimi commercianti italiani a recarsi in Cina per acquistarli: costi contenuti e qualità elevata. «Andavo in posti sperduti, altro che la capitale Pechino. Non conoscevo una parola di inglese, ma ci capivamo: il napoletano è internazionale», raccontava con uno di quei sorrisi sempre presenti sul suo volto. E i voli interni, poi. «Non si assegnavano i posti in aereo: era come salire su un pullman». All’inizio degli anni Ottanta l’ingresso nel Napoli come consigliere d’amministrazione, quando il presidente Corrado Ferlaino mise al proprio fianco imprenditori e professionisti, i nomi più prestigiosi della città. Celentano, titolare dell’azienda tessile Smit (Società Meridionale Tessile), si dedicò contemporaneamente a un progetto avveniristico: l’apertura del Cis di Nola, quella che diventò la prima grande casa del commercio all’ingrosso in Italia, la scommessa vinta da un gruppo di rampanti imprenditori di piazza Mercato, tra i quali Gianni Cacace e Gianni Punzo, che divideva con Celentano la passione per il calcio (era il vice di Ferlaino). Dino diventò popolare a Napoli nell’estate dell’84 quando la società aprì la trattativa per acquistare il 23enne Maradona dal Barcellona. Un’idea del direttore generale Juliano, Celentano fu il primo a dare forza all’idea dell’ex capitano. «Non è una follia, Antonio: andiamo in Spagna e prendiamoci Maradona». Il primo impatto fu durissimo perché il vicepresidente del Barcellona, Gaspart, nell’ufficio dell’albergo Princesa Sofia disse a Celentano e Juliano che avrebbero potuto prendere subito l’aereo per tornare a Napoli: «Non daremo mai Maradona al Napoli». Il dirigente si irrigidì e bluffò: «I soldi che vuoi per questo calciatore io li caccio in un giorno, capito?». Cominciò così una difficile trattativa, passata alla storia. Inizialmente era perplesso anche Ferlaino, quindi Dino inviava dal suo albergo i telex agli uffici del Barcellona per offrire garanzie personali. Poi, la svolta: il sindaco Scotti e il management del Banco di Napoli al fianco del club per finanziare l’operazione, il 30 giugno dell’84 Diego passò al Napoli per 14 miliardi di lire. Maradona diventò il simbolo del Napoli e Celentano diventò il dirigente incaricato di seguire più da vicino gli azzurri. Nominato accompagnatore della prima squadra (e delegato alle spinose trattative sui premi), creò un feeling con tutti i giocatori e in particolare con il campione argentino, spesso suo ospite in barca al largo di Ischia; ne avrebbe poi assunto alcuni collaboratori presso la sua azienda a Nola. Gigi Pavarese, segretario sportivo in quegli anni, ricorda: «Celentano era un uomo buono, legato ai giocatori e questo affetto veniva ricambiato. Ma nei momenti delicati si faceva rispettare». Lui, napoletano allegro, stabilì un bel rapporto con il freddo bresciano Bianchi, a cui dedicò il primo abbraccio alla fine di Napoli-Fiorentina del 10 maggio ’87, la gara dello scudetto. Sette giorni dopo sarebbe rimasto incredibilmente da solo in panchina: ad Ascoli l’allenatore rientrò negli spogliatoi a partita in corso perché aveva capito che gli azzurri, già campioni d’Italia, avrebbero lasciato ai bianconeri un punto per salvarsi. Dirigente di spessore in quel Napoli che viveva in città, tra piazza dei Martiri e il campo Paradiso, abile nelle relazioni, ispiratore di riuscite operazioni finanziarie, Celentano era un uomo generoso. Tanti gesti di solidarietà, quasi sempre anonimi; due anni fa aveva acquistato per 20mila euro una Panda azzurra firmata da Mazzarri e dai suoi giocatori. «Sono troppo tifoso», spiegò. Soldi devoluti in beneficenza. Era rimasto nella dirigenza del Napoli fino al secondo scudetto. Aveva seguito le avventure della famiglia Gallo e di Toto Naldi nel club azzurro, dando qualche inascoltato suggerimento. Assisteva con passione alle vicende di questa squadra: De Laurentiis ha ricordato la figura di Celentano con un messaggio pubblicato sul sito della società. Negli ultimi anni aveva avuto un’altra passione calcistica, quella per l’Ischia, guidata con Lello Carlino, il patron della Carpisa, e il direttore generale Nicola Crisano dalla serie D alla Lega Pro nel 2013. Un anno fa aveva rinunciato all’incarico di presidente onorario del club isolano e aveva continuato a seguire il calcio da appassionato, partecipando ai meeting di «Football Leader», manifestazione organizzata nel suo hotel, Il Saraceno, ad Amalfi. All’ultima kermesse, tre settimane fa, lo aspettavano allenatori e calciatori, ma non si era visto: il tumore stava per battere questo uomo forte e buono, oggi ricordato alle ore 14 nella Chiesa di Sant’Antonio a Posillipo. (Francesco De Luca – Il Mattino)

I tifosi del Napoli lo avevano visto un mese fa per l'ultima volta, pomeriggio del 30 maggio, chiesa di Santa Chiara. C'era anche Eduardo Celentano, detto Dino, ai funerali di Bruno Pesaola, il mitico Petisso. Li univa una profonda amicizia e un’immensa passione azzurra. Dino si è spento ieri a settantun anni (era nato il 2 ottobre del '43), sconfitto da un male incurabile. Si erano improvvisamente aggravate le condizioni dell'imprenditore, che lascia la moglie Maria e le tre figlie Monica, Barbara e Giusi, abbracciate da decine di amici e conoscenti nella casa al Parco Mirella in via Orazio. E lascia soprattutto un grande vuoto tra i tifosi, gli allenatori e i giocatori di “quella” squadra: il Napoli che scrisse la storia vincendo lo scudetto nel 1987. Celentano c’era, in primissima linea. Papà titolare di una pasticceria in corso Garibaldi, Dino non seguì la sua strada e cominciò a lavorare a vent’anni nel settore dei tessuti. Fu tra i primissimi commercianti italiani a recarsi in Cina per acquistarli: costi contenuti e qualità elevata. «Andavo in posti sperduti, altro che la capitale Pechino. Non conoscevo una parola di inglese, ma ci capivamo: il napoletano è internazionale», raccontava con uno di quei sorrisi sempre presenti sul suo volto. E i voli interni, poi. «Non si assegnavano i posti in aereo: era come salire su un pullman». All'inizio degli anni Ottanta l'ingresso nel Napoli come consigliere d'amministrazione, quando il presidente Corrado Ferlaino mise al proprio fianco imprenditori e professionisti, i nomi più prestigiosi della città. Celentano, titolare dell'azienda tessile Smit (Società Meridionale Tessile), si dedicò contemporaneamente a un progetto avveniristico: l’apertura del Cis di Nola, quella che diventò la prima grande casa del commercio all’ingrosso in Italia, la scommessa vinta da un gruppo di rampanti imprenditori di piazza Mercato, tra i quali Gianni Cacace e Gianni Punzo, che divideva con Celentano la passione per il calcio (era il vice di Ferlaino). Dino diventò popolare a Napoli nell'estate dell'84 quando la società aprì la trattativa per acquistare il 23enne Maradona dal Barcellona. Un'idea del direttore generale Juliano, Celentano fu il primo a dare forza all'idea dell'ex capitano. «Non è una follia, Antonio: andiamo in Spagna e prendiamoci Maradona». Il primo impatto fu durissimo perché il vicepresidente del Barcellona, Gaspart, nell’ufficio dell’albergo Princesa Sofia disse a Celentano e Juliano che avrebbero potuto prendere subito l'aereo per tornare a Napoli: «Non daremo mai Maradona al Napoli». Il dirigente si irrigidì e bluffò: «I soldi che vuoi per questo calciatore io li caccio in un giorno, capito?». Cominciò così una difficile trattativa, passata alla storia. Inizialmente era perplesso anche Ferlaino, quindi Dino inviava dal suo albergo i telex agli uffici del Barcellona per offrire garanzie personali. Poi, la svolta: il sindaco Scotti e il management del Banco di Napoli al fianco del club per finanziare l’operazione, il 30 giugno dell'84 Diego passò al Napoli per 14 miliardi di lire. Maradona diventò il simbolo del Napoli e Celentano diventò il dirigente incaricato di seguire più da vicino gli azzurri. Nominato accompagnatore della prima squadra (e delegato alle spinose trattative sui premi), creò un feeling con tutti i giocatori e in particolare con il campione argentino, spesso suo ospite in barca al largo di Ischia; ne avrebbe poi assunto alcuni collaboratori presso la sua azienda a Nola. Gigi Pavarese, segretario sportivo in quegli anni, ricorda: «Celentano era un uomo buono, legato ai giocatori e questo affetto veniva ricambiato. Ma nei momenti delicati si faceva rispettare». Lui, napoletano allegro, stabilì un bel rapporto con il freddo bresciano Bianchi, a cui dedicò il primo abbraccio alla fine di Napoli-Fiorentina del 10 maggio '87, la gara dello scudetto. Sette giorni dopo sarebbe rimasto incredibilmente da solo in panchina: ad Ascoli l'allenatore rientrò negli spogliatoi a partita in corso perché aveva capito che gli azzurri, già campioni d'Italia, avrebbero lasciato ai bianconeri un punto per salvarsi. Dirigente di spessore in quel Napoli che viveva in città, tra piazza dei Martiri e il campo Paradiso, abile nelle relazioni, ispiratore di riuscite operazioni finanziarie, Celentano era un uomo generoso. Tanti gesti di solidarietà, quasi sempre anonimi; due anni fa aveva acquistato per 20mila euro una Panda azzurra firmata da Mazzarri e dai suoi giocatori. «Sono troppo tifoso», spiegò. Soldi devoluti in beneficenza. Era rimasto nella dirigenza del Napoli fino al secondo scudetto. Aveva seguito le avventure della famiglia Gallo e di Toto Naldi nel club azzurro, dando qualche inascoltato suggerimento. Assisteva con passione alle vicende di questa squadra: De Laurentiis ha ricordato la figura di Celentano con un messaggio pubblicato sul sito della società. Negli ultimi anni aveva avuto un'altra passione calcistica, quella per l'Ischia, guidata con Lello Carlino, il patron della Carpisa, e il direttore generale Nicola Crisano dalla serie D alla Lega Pro nel 2013. Un anno fa aveva rinunciato all'incarico di presidente onorario del club isolano e aveva continuato a seguire il calcio da appassionato, partecipando ai meeting di «Football Leader», manifestazione organizzata nel suo hotel, Il Saraceno, ad Amalfi. All'ultima kermesse, tre settimane fa, lo aspettavano allenatori e calciatori, ma non si era visto: il tumore stava per battere questo uomo forte e buono, oggi ricordato alle ore 14 nella Chiesa di Sant'Antonio a Posillipo. (Francesco De Luca – Il Mattino)

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