AD ASCEA NEL REGNO DELLA LUCE

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Pubblico qui di seguito un articolo che ho scritto per il settimanale del Cilento, UNCO, che è in edicola oggi 26 giugno.
“Non solo archeologia” potrebbe essere lo slogan di promozione turistica di Ascea. Certo questa costa, in cui approdarono i Focesi  del VI secolo a.C.  e vi fondarono una città fiorente di traffici e commerci, è conosciuta in Italia e nel mondo soprattutto per la sua scuola filosofica. Dove emerse il rigore intellettuale di Parmenide, filosofo e medico, e  di Zenone, maestro di  sofismi ed inventore della dialettica.
E i resti di templi e terme, teatri e fori  con quel miracolo dell’architettura della “Porta Rosa” in cima alla collina ventilata  esercitano un indiscusso fascino non solo fra gli addetti ai lavori e gli uomini di cultura, ma anche  tra la  gran massa di turisti che, soprattutto nei mesi estivi, lasciano alberghi e camping e si avventurano in itinerari carichi di straordinarie sorprese su per la collina, dove troneggiano gli ulivi. E qualche guida colta rievoca i “Porti Velini”, affollati  di mercanti  d’oriente, con acque salutari, che alimentavano terme frequentate da vip dell’antica Roma, del livello di Cicerone, Orazio e Virgilio.
E i più curiosi  possono scoprire che qui era fiorente una “scuola medica”, antesignana e madre di quella di Salerno, e che nella pianura fecondata dall’Alento  si sviluppò una agricoltura di qualità che offrì  la materia prima (grano della pianura, olio e vino delle colline) per la “la dieta mediterranea” rilanciata  a livello internazionale dal  prof. Keys, che stabilì la sua dimora su di un promontorio di Pioppi non a caso  ribattezzato “mnelea”. Oggi  la “dieta mediterranea” è patrimonio dell’umanità.
Ma al turista che si avventura su per le colline non mancheranno le sorprese, a partire dal capoluogo  Ascea, che porta già nel toponimo la sua prerogativa di terrazzo assolato. Ascea deriverebbe, forse, da “schia” (ombra in greco) con  “a” privativa e quindi = senza  ombra. Non tutti gli storici sono  concordi, ma al giornalista che va a caccia di emozioni  questa  interpretazione  sembra appropriata a godersi lo spettacolo di un’ansa di mare che sfuma in lontananza verso il promontorio di Licosa  con il Monte Stella a far da quinta nella gloria del sole di una giornata di inizio estate.
A spulciare nella storia più recente, dalle pagine dei libri e dalle lapidi commemorative si  staglia netta la figura di Teodoro De Dominicis, liberale di fede, antiborbonico  convinto, stretto collaboratore del canonico Antonio De Luca e dei  Filadelfi  più rappresentativi di Napoli. Cospirò con ardimento nella rivolta de l 1828 e pagò il suo atto di eroismo con la pena capitale, eseguita a Salerno, il 21 settembre del 1828 per opera del Maresciallo Del Carretto. Fu denunziato, pare, dal barone Maresca, che, a sua volta, fu giustiziato, per rappresaglia, nella piazza di Pisciotta nel 1848 per ordine di Costabile Carducci, capo della seconda Rivolta Cilentana, cui partecipò attivamente Ulisse De Dominicis, nipote di Teodosio. E i giovani di Ascea, gelosi custodi delle proprie tradizioni storico-culturali hanno messo su una ricerca teatralizzata su storia e tradizioni della loro cittadina e daranno prova della loro bravura con uno spettacolo nel cortile del Palazzo di famiglia dell’illustre martire del Risorgimento Cilentano.
Il territorio di Ascea è esteso e, salendo su dal mare greco, carico di storia e miti, si inerpica per le colline fino a toccare gli 800 metri della montagna di Catona, meta di pellegrinaggi di fede e di cultura al Santuario della Madonna del Carmine. La strada sale a tornanti tra vigneti generosi e miti uliveti. Ad una svolta Terradura, un pugno di case a corona della chiesa di Santa Sofia e di San Michele Arcangelo, che già nella venerazione dei santi rievoca passaggi di monaci basiliani.  Mandia è lassù ad un tiro di schioppo da Santa Barbara e Ceraso, in posizione strategica sul torrente Fiumarella. Probabilmente fu avamposto di difesa di Velia dalle popolazioni italiche dell’interno; e questa sua nobiltà di origini sarebbe testimoniata da opere murarie di fattura greca. Resta, comunque, un paese assorto  nella quiete da smemoramento e, a passeggio per i vicoli antichi, hai paura, anzi  riserbo, finanche di parlare per non lacerare, anzi profanare, il silenzio.
Ma Catona è, forse, la frazione più caratteristica di tutto il  territorio comunale. Porta i segni di antiche colture vitivinicole. Le tradizioni sono sacre. Di calda ospitalità e di squisita gastronomia. Ma gli abitanti del  piccolo centro vanno  orgogliosi soprattutto di quel Santuario del Carmine, che domina dall’altura lussureggiante di macchia mediterranea. La madonna è una delle sette che, da posizioni strategiche sulle alture dominano e proteggono il Cilento: La Madonna del Calpazio, della Stella, del Gelbison, della Neve sul Cervati, della Civitella, di Pietrasanta  a San Giovanni  a Piro. Sette Madonne che la fantasia popolare ha ribattezzato “sette sorelle”. Ma questa è un’altra storia e rievoca tradizioni e culti mariani, in cui si fondono fede e superstizione, un mélange di religione e storia, cui non sono estranee le culture pagane e le monastico-orientali… Io sabato  27 p.v. sarò ad Ascea,invitato dai ragazzi della Proloco per assistere allo spettacolo  sulle tradizioni del territorio, scritto e diretto dalla giovane Maria CARDILLO.  Sono certo che non me ne pentirò.
Giuseppe Liuccio
g.liuccio@alice.it
 

Pubblico qui di seguito un articolo che ho scritto per il settimanale del Cilento, UNCO, che è in edicola oggi 26 giugno.
“Non solo archeologia” potrebbe essere lo slogan di promozione turistica di Ascea. Certo questa costa, in cui approdarono i Focesi  del VI secolo a.C.  e vi fondarono una città fiorente di traffici e commerci, è conosciuta in Italia e nel mondo soprattutto per la sua scuola filosofica. Dove emerse il rigore intellettuale di Parmenide, filosofo e medico, e  di Zenone, maestro di  sofismi ed inventore della dialettica.
E i resti di templi e terme, teatri e fori  con quel miracolo dell’architettura della “Porta Rosa” in cima alla collina ventilata  esercitano un indiscusso fascino non solo fra gli addetti ai lavori e gli uomini di cultura, ma anche  tra la  gran massa di turisti che, soprattutto nei mesi estivi, lasciano alberghi e camping e si avventurano in itinerari carichi di straordinarie sorprese su per la collina, dove troneggiano gli ulivi. E qualche guida colta rievoca i “Porti Velini”, affollati  di mercanti  d’oriente, con acque salutari, che alimentavano terme frequentate da vip dell’antica Roma, del livello di Cicerone, Orazio e Virgilio.
E i più curiosi  possono scoprire che qui era fiorente una “scuola medica”, antesignana e madre di quella di Salerno, e che nella pianura fecondata dall’Alento  si sviluppò una agricoltura di qualità che offrì  la materia prima (grano della pianura, olio e vino delle colline) per la “la dieta mediterranea” rilanciata  a livello internazionale dal  prof. Keys, che stabilì la sua dimora su di un promontorio di Pioppi non a caso  ribattezzato “mnelea”. Oggi  la “dieta mediterranea” è patrimonio dell’umanità.
Ma al turista che si avventura su per le colline non mancheranno le sorprese, a partire dal capoluogo  Ascea, che porta già nel toponimo la sua prerogativa di terrazzo assolato. Ascea deriverebbe, forse, da “schia” (ombra in greco) con  “a” privativa e quindi = senza  ombra. Non tutti gli storici sono  concordi, ma al giornalista che va a caccia di emozioni  questa  interpretazione  sembra appropriata a godersi lo spettacolo di un’ansa di mare che sfuma in lontananza verso il promontorio di Licosa  con il Monte Stella a far da quinta nella gloria del sole di una giornata di inizio estate.
A spulciare nella storia più recente, dalle pagine dei libri e dalle lapidi commemorative si  staglia netta la figura di Teodoro De Dominicis, liberale di fede, antiborbonico  convinto, stretto collaboratore del canonico Antonio De Luca e dei  Filadelfi  più rappresentativi di Napoli. Cospirò con ardimento nella rivolta de l 1828 e pagò il suo atto di eroismo con la pena capitale, eseguita a Salerno, il 21 settembre del 1828 per opera del Maresciallo Del Carretto. Fu denunziato, pare, dal barone Maresca, che, a sua volta, fu giustiziato, per rappresaglia, nella piazza di Pisciotta nel 1848 per ordine di Costabile Carducci, capo della seconda Rivolta Cilentana, cui partecipò attivamente Ulisse De Dominicis, nipote di Teodosio. E i giovani di Ascea, gelosi custodi delle proprie tradizioni storico-culturali hanno messo su una ricerca teatralizzata su storia e tradizioni della loro cittadina e daranno prova della loro bravura con uno spettacolo nel cortile del Palazzo di famiglia dell’illustre martire del Risorgimento Cilentano.
Il territorio di Ascea è esteso e, salendo su dal mare greco, carico di storia e miti, si inerpica per le colline fino a toccare gli 800 metri della montagna di Catona, meta di pellegrinaggi di fede e di cultura al Santuario della Madonna del Carmine. La strada sale a tornanti tra vigneti generosi e miti uliveti. Ad una svolta Terradura, un pugno di case a corona della chiesa di Santa Sofia e di San Michele Arcangelo, che già nella venerazione dei santi rievoca passaggi di monaci basiliani.  Mandia è lassù ad un tiro di schioppo da Santa Barbara e Ceraso, in posizione strategica sul torrente Fiumarella. Probabilmente fu avamposto di difesa di Velia dalle popolazioni italiche dell’interno; e questa sua nobiltà di origini sarebbe testimoniata da opere murarie di fattura greca. Resta, comunque, un paese assorto  nella quiete da smemoramento e, a passeggio per i vicoli antichi, hai paura, anzi  riserbo, finanche di parlare per non lacerare, anzi profanare, il silenzio.
Ma Catona è, forse, la frazione più caratteristica di tutto il  territorio comunale. Porta i segni di antiche colture vitivinicole. Le tradizioni sono sacre. Di calda ospitalità e di squisita gastronomia. Ma gli abitanti del  piccolo centro vanno  orgogliosi soprattutto di quel Santuario del Carmine, che domina dall’altura lussureggiante di macchia mediterranea. La madonna è una delle sette che, da posizioni strategiche sulle alture dominano e proteggono il Cilento: La Madonna del Calpazio, della Stella, del Gelbison, della Neve sul Cervati, della Civitella, di Pietrasanta  a San Giovanni  a Piro. Sette Madonne che la fantasia popolare ha ribattezzato “sette sorelle”. Ma questa è un’altra storia e rievoca tradizioni e culti mariani, in cui si fondono fede e superstizione, un mélange di religione e storia, cui non sono estranee le culture pagane e le monastico-orientali… Io sabato  27 p.v. sarò ad Ascea,invitato dai ragazzi della Proloco per assistere allo spettacolo  sulle tradizioni del territorio, scritto e diretto dalla giovane Maria CARDILLO.  Sono certo che non me ne pentirò.
Giuseppe Liuccio
g.liuccio@alice.it