Napoli. Accusato di violenza sessuale ai danni di una studentessa pugliese, torna libero dopo sette mesi

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Napoli. Quando i giudici hanno letto il provvedimento con cui revocavano gli arresti domiciliari non è riuscito a dire nulla ma si è commosso, e tanto. La scarcerazione è arrivata improvvisa come il 15 novembre scorso avvenne l’arresto che lo catapultò da una serata con amici a mangiare kebab a una cella con le manette ai polsi e la pesante accusa di violenza sessuale. Da allora sono trascorsi 20 giorni in carcere e quasi 7 mesi agli arresti domiciliari e tutte le energie, umane ed economiche, spese a dimostrare la propria innocenza. Sì, perché il colpo di scena nel processo sull’aggressione a sfondo sessuale alla studentessa pugliese nell’androne del palazzo in via Marchese Campodisola che vede imputato Roberto R., 37 anni, laureato, giornalista pubblicista e dipendente di una agenzia immobiliare, è arrivato quando la difesa ha depositato il risultato delle proprie indagini e delle consulenze affidate a propri periti, mettendo in discussione la ricostruzione investigativa e in evidenza lacune di un’inchiesta che, se i giudici condivideranno la tesi della difesa e della stessa parte civile che ieri a sorpresa ha fatto un enorme passo indietro, dovrà ricominciare da zero. Undicesima sezione penale, collegio presieduto dal giudice Luigi Buono: i difensori dell’imputato (gli avvocati Maurizio Lojacono e Alfonso Vigliotti) depositano gli esiti delle indagini difensive. Il pubblico ministero Fabio De Cristofaro, preso atto dei dettagli presentati dalla difesa più che come indizi come prove a discolpa, chiede la scarcerazione dell’imputato. È un primo colpo di scena. Non l’unico. L’avvocato Michele Vaira, che rappresenta la vittima dell’aggressione, alla luce degli stessi elementi presentati dalla difesa rinuncia alla costituzione di parte civile. «A noi interessa che ci sia il colpevole, non un colpevole» è la motivazione. A questo punto l’iniziale graniticità dell’accusa sembra non essere più una certezza tanto da indurre la vittima a decidere di ritirarsi dal processo. Non accade di frequente, è una rarità che rende questa storia un caso, uno di quelli che impongono riflessioni e mettono punti di domanda davanti a una serie di perché. Lui, Roberto R., ha dovuto nominare tre consulenti, ingegneri ed esperti informatici per analizzare i dettagli, quelli agli atti dell’indagine, e far ascoltare la propria verità. L’alibi del cellulare (che ha usato quella sera per chattare e mandare foto), la erre moscia (che ha sempre avuto) e i lacci delle scarpe da ginnastica (che indossava la sera dei fatti) assumono una valenza diversa nelle indagini della difesa. Partiamo dal cellulare: la sera del 15 novembre si scatenò un temporale, Roberto inviò delle foto da dove si trovava agli amici tramite Whatsapp e i periti hanno affermato che le immagini furono scattate dal suo telefono e confermano l’alibi. Il difetto di pronuncia della erre è un dettaglio emerso in udienza quando all’imputato è stato chiesto di parlare e ha avuto un peso nel minare la certezza con cui la vittima ha riconosciuto in lui il suo aggressore. E poi i lacci delle scarpe: furono sequestrati dagli investigatori in carcere subito dopo l’arresto di Roberto e usati per chiudere la busta con gli indumenti repertati, la difesa li ha ripresi e li ha confrontati con le scarpe che indossava Roberto la sera dell’arresto per dimostrare che, se quei lacci erano su quelle scarpe, quelle scarpe non corrispondono, per colore e forma, a quelle che indossava l’aggressore immortalato nel video che riprende alcune scene della violenza. E poi ci sono gli occhiali: anche l’aggressore li indossava, ma quelli di Roberto avevano le stanghette di un bianco che non poteva passare inosservato, a detta della difesa. E ancora i guanti di colore chiaro che l’aggressore nel video sembra avere e che aggiungono perplessità all’iniziale ricostruzione investigativa, insieme al dato sul test del Dna eseguito nella fase preliminare delle indagini, richiesto dallo stesso imputato immediatamente dopo il suo arresto e che ha rilevato assenza di tracce biologiche sulla borsa della ragazza. E forse è proprio da qui, da quel Dna che non ha mai parlato di Roberto, che l’indagine potrebbe essere riscritta. (Leandro Del Gaudio e Viviana Lanza – Il Mattino) 

Napoli. Quando i giudici hanno letto il provvedimento con cui revocavano gli arresti domiciliari non è riuscito a dire nulla ma si è commosso, e tanto. La scarcerazione è arrivata improvvisa come il 15 novembre scorso avvenne l’arresto che lo catapultò da una serata con amici a mangiare kebab a una cella con le manette ai polsi e la pesante accusa di violenza sessuale. Da allora sono trascorsi 20 giorni in carcere e quasi 7 mesi agli arresti domiciliari e tutte le energie, umane ed economiche, spese a dimostrare la propria innocenza. Sì, perché il colpo di scena nel processo sull’aggressione a sfondo sessuale alla studentessa pugliese nell’androne del palazzo in via Marchese Campodisola che vede imputato Roberto R., 37 anni, laureato, giornalista pubblicista e dipendente di una agenzia immobiliare, è arrivato quando la difesa ha depositato il risultato delle proprie indagini e delle consulenze affidate a propri periti, mettendo in discussione la ricostruzione investigativa e in evidenza lacune di un’inchiesta che, se i giudici condivideranno la tesi della difesa e della stessa parte civile che ieri a sorpresa ha fatto un enorme passo indietro, dovrà ricominciare da zero. Undicesima sezione penale, collegio presieduto dal giudice Luigi Buono: i difensori dell’imputato (gli avvocati Maurizio Lojacono e Alfonso Vigliotti) depositano gli esiti delle indagini difensive. Il pubblico ministero Fabio De Cristofaro, preso atto dei dettagli presentati dalla difesa più che come indizi come prove a discolpa, chiede la scarcerazione dell’imputato. È un primo colpo di scena. Non l’unico. L’avvocato Michele Vaira, che rappresenta la vittima dell’aggressione, alla luce degli stessi elementi presentati dalla difesa rinuncia alla costituzione di parte civile. «A noi interessa che ci sia il colpevole, non un colpevole» è la motivazione. A questo punto l’iniziale graniticità dell’accusa sembra non essere più una certezza tanto da indurre la vittima a decidere di ritirarsi dal processo. Non accade di frequente, è una rarità che rende questa storia un caso, uno di quelli che impongono riflessioni e mettono punti di domanda davanti a una serie di perché. Lui, Roberto R., ha dovuto nominare tre consulenti, ingegneri ed esperti informatici per analizzare i dettagli, quelli agli atti dell’indagine, e far ascoltare la propria verità. L’alibi del cellulare (che ha usato quella sera per chattare e mandare foto), la erre moscia (che ha sempre avuto) e i lacci delle scarpe da ginnastica (che indossava la sera dei fatti) assumono una valenza diversa nelle indagini della difesa. Partiamo dal cellulare: la sera del 15 novembre si scatenò un temporale, Roberto inviò delle foto da dove si trovava agli amici tramite Whatsapp e i periti hanno affermato che le immagini furono scattate dal suo telefono e confermano l’alibi. Il difetto di pronuncia della erre è un dettaglio emerso in udienza quando all’imputato è stato chiesto di parlare e ha avuto un peso nel minare la certezza con cui la vittima ha riconosciuto in lui il suo aggressore. E poi i lacci delle scarpe: furono sequestrati dagli investigatori in carcere subito dopo l’arresto di Roberto e usati per chiudere la busta con gli indumenti repertati, la difesa li ha ripresi e li ha confrontati con le scarpe che indossava Roberto la sera dell’arresto per dimostrare che, se quei lacci erano su quelle scarpe, quelle scarpe non corrispondono, per colore e forma, a quelle che indossava l’aggressore immortalato nel video che riprende alcune scene della violenza. E poi ci sono gli occhiali: anche l’aggressore li indossava, ma quelli di Roberto avevano le stanghette di un bianco che non poteva passare inosservato, a detta della difesa. E ancora i guanti di colore chiaro che l’aggressore nel video sembra avere e che aggiungono perplessità all’iniziale ricostruzione investigativa, insieme al dato sul test del Dna eseguito nella fase preliminare delle indagini, richiesto dallo stesso imputato immediatamente dopo il suo arresto e che ha rilevato assenza di tracce biologiche sulla borsa della ragazza. E forse è proprio da qui, da quel Dna che non ha mai parlato di Roberto, che l’indagine potrebbe essere riscritta. (Leandro Del Gaudio e Viviana Lanza – Il Mattino)