IL MIELE DI PESTO NELLA PROSA POETICA DI ALFONSO GATTO

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In questo fine settimana entriamo di diritto nell’atmosfera  di Natale. Nelle chiese e nelle case si lavora con alacrità e creatività a  “fare il presepe” per la gioia di grandi e piccini. Città e paesi brillano di luminarie nelle piazze, nelle strade ed anche nei vicoli più appartati. Trasmettono gioia gli alberi con luci intermittenti nei giardini delle ville dei ricchi come nelle case modeste dei poveri e, naturalmente,  quello monumentale fatto dalle Amministrazioni Comunali dai sindaci malati di megalomania E dappertutto fanno  irruzione festosa i “babbo Natale”con completo rosso e barba bianca Nelle cucine nonne,mamme e figlie apprendiste sono alle prese con la ricca e varia pasticceria natalizia:zeppole, struffoli, nocche, pastorelle,fagottini, ecc. ecc. E fila come oro il miele in abbondanza per soddisfare anche i palati più esigenti. Queste riflessioni introduttive me le ha suggerite la lettura di una prosa poetica straordinariamente bella di Alfonso Gatto, mio Amico  e Maestro Con lui parlo spesso, rileggendone  le poesie e le prose. E mi capita, così, di trovarmi nello stato d’animo di Machiavelli, che, entrato in conflitto con il governo della sua Firenze fu mandato in esilio nella Garfagnana, che, all’epoca, era una terra poco sicura e frequentata da gente di malaffare. Il grande storico/politologo fece di necessità virtù e di giorno passava buona parte del tempo nelle bettole di campagna, giocando a carte e bevendo vino, ma la sera, rientrando nel suo studio, si ripuliva,nel corpo e nello spirito, e dialogava con i grandi del passato leggendone le opere. Lo confessa all’amico Vettori, a cui indirizza un’accorata lettera affinchè  intervenga su chi di dovere perché gli sia concesso il ritorno nell’amata città. E, per identificare lo stato d’animo delle sue giornate nella poco sicura  e men che meno confortevole Garfagnana usa un termine efficacissimo “io mi ingaglioffo”. Mi sono ricordato sia dell’episodio autobiografico di Machiavetilli, sia di due miei endecasillabi scritti nella rasposa sonorità del mio dialetto” a lo paese pe me sente vivo/ pozzo ragionà sulo co li muorti”,mentre, trafitto da cocente e lancinante nostalgia, forse anche in vista del rientro ormai prossimo nel mio territorio di origine per un breve periodo di vacanza,. impiegavo le ore di un pomeriggio/sera quasi invernale nella lettura di quello che Alfonso Gatto ha scritto sulla mia città/territorio dell’anima, che, Ulisse pellegrino,considero la mia Itaca: 15 bellissime poesie e  diverse prose. Una di queste ultime ha per titolo “IL MIELE DI PESTO”, che fu scritta, quando, circa mezzo secolo fa o giù di lì, dal ventre della terra della città dissepolta venne alla luce un’anfora ipogea colma di miele di circa 2600 anni fa.  Riporto quella pagina qui di seguito anche in omaggio ad un ingrediente, che, usato già dai Padri Greci, resta ancora oggi re protagonista delle leccornie della pasticceria natalizia

 

“”Pur con qualche approssimazione geografica, qualche giornale ha dato notizia del miele di Paestum. Lo hanno trovato in un’anfora venuta alla luce durante nuovi scavi effettuati nella zona archeologica della città morta. Ridotto a poltiglia, ma riconoscibile, questo miele di 2600 anni fa, ci riporta l’odore e il sole di quella terra che è anche  un pò nostra, meno blanda e meno addomesticata di quanto la lascino vedere i sofisticatori delle sue rose perdute.

A questa notizia, il ricordo di Pesto nel torrido dell’estate – tra la montagna di Capaccio ed il mare verde allontanato dalle mura – resta sospeso in un ronzio solenne; i carretti di pomodori e dei meloni gialli dilungano nella dolcezza allappante della sete che si ripromette l’acqua, il balsamo del frutto addentato: I ragazzi, le lucertole, le serpi, le pietre hanno dentro lo stesso miele sepolto, un miele nero. I venditori di meloni zuccherini, dalla scorza verdissima e gialla, da Salerno a Napoli gridavano “melune ‘e Pieste”:

Tutta l’infanzia di noi ragazzi, laggiù, si tirava dietro l’interminabile controra di un caldo antico quanto il sole, e insieme il fresco d’una grotta sognata più che vista, lunare, ove stanno a ghiacciare boccioni di vino, uve, meloni. Ecco perchè la notizia non ci ha sorpreso:di queste vene sotterranee, dolcissime e funebri, di queste ceneri son fatti laggiù montagne e arenili: ove la terra tocca la sua violenza fa tutto buono e quasi si insudicia della sua ricchezza

Sono mai esistite le rose di Paestum? Saranno esistite -rispondiamo – se la storia ne ha tramandato il ricordo e se oggi i curatori della bellezza antica cercano in tutti i modi di ravvivarne il seme. Noi preferiamo dimenticarle, lasciando che rimanga a fiorire solo l’asfodelo, il fiore delle anime vaganti e dei morti. Vivissime e effimere, le rose non si addicono a questo lutto segreto e fermentante alla luce che è nelle cose. Si addicono i pomodori, si addicono i meloni gialli e verdi e gli uomini vestiti a lutto nel bianco delle strade maestre, le cornacchie che a sera calano sui templi, sugli scheletri spolpati della terra antica.

Rimandiamo alle bellissime pagine che Riccardo Bacchelli ha scritto su Paestum. Gli daranno la realtà di questo paesaggio in cui è presente, più che in ogni altro, il Genio del luogo, la misura di un mistero che dà i brividi addosso nel lungo presentimento della notte. A noi, quasi indigeni di Pesto, il sapore di quel  miele ritrovato dopo 2600 è nella bocca, lo abbiamo succhiato al petto di nostra madre nelle lunghe controre d’estate, l’abbiamo sentito formarsi nella sua dolce grana d’incenso da quel ronzio solenne che tiene la pianura malarica.

Nonostante questo abbiamo vissuto e viviamo, impreparati, improvvisi, come nati dal nulla. Ma negli occhi balena a volte il lustro della ferocia. Così vedemmo correre un giorno, quasi inebriati da un invisibile saccheggio, i ragazzi scalzi di Pesto. Mulinavano con i fantasmi, abbattevano le siepi di quel giardino di memorie pur di ritrovare, impiccata a una canna, la gialla bandiera dei padri””

 

Questo lo scritto straordinario di Gatto,in cui mi ritrovo con cuore, anima e pensieri,non solo per sintonia di “sentire” poetico con l’Amico e Maestro, ma anche con memoria fisica e psicologica di vissuto autobiografico, e che  forse molti non conoscono. Ho sentito il bisogno il sottoporlo all’attenzione di tutti  i miei conterranei Capaccesi/Pestani  a cominciare dagli amministratori comunali,soprattutto  quelli che hanno  gusto e  sensibilità per la frequentazione alla lettura, compreso, ovviamente, il prof. Gabriel Zuchtriegel neodirettore di Museo e Area Atcheologica, che non  conosco ma mi farebbe piacere incontrare se avrà l’amabilità di concedermi un appuntamento da tempo richiesto, per diversi ordini di motivi:l’amore per la mia terra,  il ricordo/affetto, devozione per un Amico e Maestro e direi, soprattutto,  perché i miei conterranei riscoprano ed esaltino l’importanza della CULTURA per fecondare di sviluppo tutto il territorio di CAPACCIO/PAESTUM e della sua vasta kora, di cui fa parte Trentinara che mi ha dato i natali, territori questi che potrebbero e, secondo me, dovrebbero  affondare la riflessione nella storia del PASSATO per esaltare il PRESENTE e costruire il FUTURO

E’ l’augurio caldo e sincero che faccio a me stesso e a tutti loro per il Natale e per l’Anno Nuovo

 

 

Giuseppe Liuccio

liucciogiuseppe@gmail.com

In questo fine settimana entriamo di diritto nell’atmosfera  di Natale. Nelle chiese e nelle case si lavora con alacrità e creatività a  “fare il presepe” per la gioia di grandi e piccini. Città e paesi brillano di luminarie nelle piazze, nelle strade ed anche nei vicoli più appartati. Trasmettono gioia gli alberi con luci intermittenti nei giardini delle ville dei ricchi come nelle case modeste dei poveri e, naturalmente,  quello monumentale fatto dalle Amministrazioni Comunali dai sindaci malati di megalomania E dappertutto fanno  irruzione festosa i “babbo Natale”con completo rosso e barba bianca Nelle cucine nonne,mamme e figlie apprendiste sono alle prese con la ricca e varia pasticceria natalizia:zeppole, struffoli, nocche, pastorelle,fagottini, ecc. ecc. E fila come oro il miele in abbondanza per soddisfare anche i palati più esigenti. Queste riflessioni introduttive me le ha suggerite la lettura di una prosa poetica straordinariamente bella di Alfonso Gatto, mio Amico  e Maestro Con lui parlo spesso, rileggendone  le poesie e le prose. E mi capita, così, di trovarmi nello stato d’animo di Machiavelli, che, entrato in conflitto con il governo della sua Firenze fu mandato in esilio nella Garfagnana, che, all’epoca, era una terra poco sicura e frequentata da gente di malaffare. Il grande storico/politologo fece di necessità virtù e di giorno passava buona parte del tempo nelle bettole di campagna, giocando a carte e bevendo vino, ma la sera, rientrando nel suo studio, si ripuliva,nel corpo e nello spirito, e dialogava con i grandi del passato leggendone le opere. Lo confessa all’amico Vettori, a cui indirizza un’accorata lettera affinchè  intervenga su chi di dovere perché gli sia concesso il ritorno nell’amata città. E, per identificare lo stato d’animo delle sue giornate nella poco sicura  e men che meno confortevole Garfagnana usa un termine efficacissimo “io mi ingaglioffo”. Mi sono ricordato sia dell’episodio autobiografico di Machiavetilli, sia di due miei endecasillabi scritti nella rasposa sonorità del mio dialetto” a lo paese pe me sente vivo/ pozzo ragionà sulo co li muorti”,mentre, trafitto da cocente e lancinante nostalgia, forse anche in vista del rientro ormai prossimo nel mio territorio di origine per un breve periodo di vacanza,. impiegavo le ore di un pomeriggio/sera quasi invernale nella lettura di quello che Alfonso Gatto ha scritto sulla mia città/territorio dell’anima, che, Ulisse pellegrino,considero la mia Itaca: 15 bellissime poesie e  diverse prose. Una di queste ultime ha per titolo “IL MIELE DI PESTO”, che fu scritta, quando, circa mezzo secolo fa o giù di lì, dal ventre della terra della città dissepolta venne alla luce un’anfora ipogea colma di miele di circa 2600 anni fa.  Riporto quella pagina qui di seguito anche in omaggio ad un ingrediente, che, usato già dai Padri Greci, resta ancora oggi re protagonista delle leccornie della pasticceria natalizia

 

“”Pur con qualche approssimazione geografica, qualche giornale ha dato notizia del miele di Paestum. Lo hanno trovato in un'anfora venuta alla luce durante nuovi scavi effettuati nella zona archeologica della città morta. Ridotto a poltiglia, ma riconoscibile, questo miele di 2600 anni fa, ci riporta l'odore e il sole di quella terra che è anche  un pò nostra, meno blanda e meno addomesticata di quanto la lascino vedere i sofisticatori delle sue rose perdute.

A questa notizia, il ricordo di Pesto nel torrido dell'estate – tra la montagna di Capaccio ed il mare verde allontanato dalle mura – resta sospeso in un ronzio solenne; i carretti di pomodori e dei meloni gialli dilungano nella dolcezza allappante della sete che si ripromette l'acqua, il balsamo del frutto addentato: I ragazzi, le lucertole, le serpi, le pietre hanno dentro lo stesso miele sepolto, un miele nero. I venditori di meloni zuccherini, dalla scorza verdissima e gialla, da Salerno a Napoli gridavano "melune 'e Pieste":

Tutta l'infanzia di noi ragazzi, laggiù, si tirava dietro l'interminabile controra di un caldo antico quanto il sole, e insieme il fresco d'una grotta sognata più che vista, lunare, ove stanno a ghiacciare boccioni di vino, uve, meloni. Ecco perchè la notizia non ci ha sorpreso:di queste vene sotterranee, dolcissime e funebri, di queste ceneri son fatti laggiù montagne e arenili: ove la terra tocca la sua violenza fa tutto buono e quasi si insudicia della sua ricchezza

Sono mai esistite le rose di Paestum? Saranno esistite -rispondiamo – se la storia ne ha tramandato il ricordo e se oggi i curatori della bellezza antica cercano in tutti i modi di ravvivarne il seme. Noi preferiamo dimenticarle, lasciando che rimanga a fiorire solo l'asfodelo, il fiore delle anime vaganti e dei morti. Vivissime e effimere, le rose non si addicono a questo lutto segreto e fermentante alla luce che è nelle cose. Si addicono i pomodori, si addicono i meloni gialli e verdi e gli uomini vestiti a lutto nel bianco delle strade maestre, le cornacchie che a sera calano sui templi, sugli scheletri spolpati della terra antica.

Rimandiamo alle bellissime pagine che Riccardo Bacchelli ha scritto su Paestum. Gli daranno la realtà di questo paesaggio in cui è presente, più che in ogni altro, il Genio del luogo, la misura di un mistero che dà i brividi addosso nel lungo presentimento della notte. A noi, quasi indigeni di Pesto, il sapore di quel  miele ritrovato dopo 2600 è nella bocca, lo abbiamo succhiato al petto di nostra madre nelle lunghe controre d'estate, l'abbiamo sentito formarsi nella sua dolce grana d'incenso da quel ronzio solenne che tiene la pianura malarica.

Nonostante questo abbiamo vissuto e viviamo, impreparati, improvvisi, come nati dal nulla. Ma negli occhi balena a volte il lustro della ferocia. Così vedemmo correre un giorno, quasi inebriati da un invisibile saccheggio, i ragazzi scalzi di Pesto. Mulinavano con i fantasmi, abbattevano le siepi di quel giardino di memorie pur di ritrovare, impiccata a una canna, la gialla bandiera dei padri””

 

Questo lo scritto straordinario di Gatto,in cui mi ritrovo con cuore, anima e pensieri,non solo per sintonia di “sentire” poetico con l’Amico e Maestro, ma anche con memoria fisica e psicologica di vissuto autobiografico, e che  forse molti non conoscono. Ho sentito il bisogno il sottoporlo all’attenzione di tutti  i miei conterranei Capaccesi/Pestani  a cominciare dagli amministratori comunali,soprattutto  quelli che hanno  gusto e  sensibilità per la frequentazione alla lettura, compreso, ovviamente, il prof. Gabriel Zuchtriegel neodirettore di Museo e Area Atcheologica, che non  conosco ma mi farebbe piacere incontrare se avrà l’amabilità di concedermi un appuntamento da tempo richiesto, per diversi ordini di motivi:l’amore per la mia terra,  il ricordo/affetto, devozione per un Amico e Maestro e direi, soprattutto,  perché i miei conterranei riscoprano ed esaltino l’importanza della CULTURA per fecondare di sviluppo tutto il territorio di CAPACCIO/PAESTUM e della sua vasta kora, di cui fa parte Trentinara che mi ha dato i natali, territori questi che potrebbero e, secondo me, dovrebbero  affondare la riflessione nella storia del PASSATO per esaltare il PRESENTE e costruire il FUTURO

E’ l’augurio caldo e sincero che faccio a me stesso e a tutti loro per il Natale e per l’Anno Nuovo

 

 

Giuseppe Liuccio

liucciogiuseppe@gmail.com

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