Il volo dal quinto piano di Domenico. Ipotesi e smentite nel giallo della gita. I pm: indagini ancora aperte

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In venti giorni di intercettazioni telefoniche non sono emersi «comportamenti anomali» o «indicazioni di responsabilità». Se c’era un segreto, insomma, i compagni di Domenico Maurantonio sono riusciti a custodirlo senza mai farsi scoprire. Nonostante le pressioni degli investigatori, nonostante la tensione accumulata con l’avvicinarsi degli esami di maturità. Tanto da fare pensare che, a questo punto, forse davvero in questa storia non esistono più misteri né segreti. Anche perché a un mese e venti giorni dalla morte di Domenico Maurantonio, neppure gli esami scientifici sono stati in grado di provare che la notte del 10 maggio scorso nel corridoio del quinto piano dell’hotel Da Vinci di Milano qualcuno fosse effettivamente presente mentre il 19enne cadeva per venti metri dal davanzale della finestra. Le indagini non sono finite. In Procura aspettano i risultati definitivi dei test del Dna sul (poco) materiale genetico trovato sotto le unghie dello studente e l’analisi cinetica della caduta. E, questa la sola voce ufficiale uscita da Palazzo di Giustizia, «non è ancora stato possibile escludere alcuna ipotesi né arrivare ad una ricostruzione “plausibile” di quanto successo in quella tragica gita». Parole che continuano a far sperare i genitori del liceale padovano aggrappati alla speranza di comprendere come e perché il loro figlio sia morto durante la gita a Milano. «Le voci uscite in queste ore e attribuite agli inquirenti sono prive di qualsiasi fondamento – spiega il padre Bruno Maurantonio – Le indagini non sono chiuse, sono solo illazioni. Non crediamo fosse solo. Continuiamo ad avere fiducia negli investigatori e nei magistrati». Certo è che, nonostante le speranze della famiglia, durante queste settimane di indagine non sono emersi neppure elementi che facciano pensare a una responsabilità indiretta dei compagni di classe di Domenico. Quegli studenti del liceo Nievo che ieri sono tornati su banchi della succursale di via Brondolo a Padova per la seconda prova dell’Esame di Stato e che in tutte queste settimane sono stati accusati di non aver raccontato tutta la verità su quella notte. Una parte del loro racconto resta avvolta nel mistero, perché continua a sembrare improbabile che Domenico abbia bevuto pochi minuti prima di morie così tanto alcol (un tasso nello stomaco da coma etilico) mentre tutti gli altri dormivano. Ma è altrettante improbabile che nonostante i ripetuti interrogatori e le intercettazioni telefoniche e delle chat, i ragazzi non abbiano mai fatto un passo falso. «Ci hanno buttato addosso moltissimo fango, abbiamo sempre detto la verità», dicono i compagni. Secondo le indiscrezioni, dai test scientifici non sono emerse finora prove della presenza di alcuna persona insieme a Domenico al momento della caduta. Quindi il 19enne era solo al momento della morte. Ha avuto un malore? Perché non ha usato il bagno della stanza ma ha «sporcato» il corridoio dell’albergo? Forse per una goliardata (nessuna traccia di lassativo) è stato chiuso fuori dalla camera? Domande ancora senza risposta. Così come resta aperta l’ipotesi di un gesto volontario, un suicidio magari per l’imbarazzo provato, specie in considerazione del moltissimo alcol bevuto prima di morire. (Cesare Giuzzi – Corriere della Sera) 

In venti giorni di intercettazioni telefoniche non sono emersi «comportamenti anomali» o «indicazioni di responsabilità». Se c’era un segreto, insomma, i compagni di Domenico Maurantonio sono riusciti a custodirlo senza mai farsi scoprire. Nonostante le pressioni degli investigatori, nonostante la tensione accumulata con l’avvicinarsi degli esami di maturità. Tanto da fare pensare che, a questo punto, forse davvero in questa storia non esistono più misteri né segreti. Anche perché a un mese e venti giorni dalla morte di Domenico Maurantonio, neppure gli esami scientifici sono stati in grado di provare che la notte del 10 maggio scorso nel corridoio del quinto piano dell’hotel Da Vinci di Milano qualcuno fosse effettivamente presente mentre il 19enne cadeva per venti metri dal davanzale della finestra. Le indagini non sono finite. In Procura aspettano i risultati definitivi dei test del Dna sul (poco) materiale genetico trovato sotto le unghie dello studente e l’analisi cinetica della caduta. E, questa la sola voce ufficiale uscita da Palazzo di Giustizia, «non è ancora stato possibile escludere alcuna ipotesi né arrivare ad una ricostruzione “plausibile” di quanto successo in quella tragica gita». Parole che continuano a far sperare i genitori del liceale padovano aggrappati alla speranza di comprendere come e perché il loro figlio sia morto durante la gita a Milano. «Le voci uscite in queste ore e attribuite agli inquirenti sono prive di qualsiasi fondamento – spiega il padre Bruno Maurantonio – Le indagini non sono chiuse, sono solo illazioni. Non crediamo fosse solo. Continuiamo ad avere fiducia negli investigatori e nei magistrati». Certo è che, nonostante le speranze della famiglia, durante queste settimane di indagine non sono emersi neppure elementi che facciano pensare a una responsabilità indiretta dei compagni di classe di Domenico. Quegli studenti del liceo Nievo che ieri sono tornati su banchi della succursale di via Brondolo a Padova per la seconda prova dell’Esame di Stato e che in tutte queste settimane sono stati accusati di non aver raccontato tutta la verità su quella notte. Una parte del loro racconto resta avvolta nel mistero, perché continua a sembrare improbabile che Domenico abbia bevuto pochi minuti prima di morie così tanto alcol (un tasso nello stomaco da coma etilico) mentre tutti gli altri dormivano. Ma è altrettante improbabile che nonostante i ripetuti interrogatori e le intercettazioni telefoniche e delle chat, i ragazzi non abbiano mai fatto un passo falso. «Ci hanno buttato addosso moltissimo fango, abbiamo sempre detto la verità», dicono i compagni. Secondo le indiscrezioni, dai test scientifici non sono emerse finora prove della presenza di alcuna persona insieme a Domenico al momento della caduta. Quindi il 19enne era solo al momento della morte. Ha avuto un malore? Perché non ha usato il bagno della stanza ma ha «sporcato» il corridoio dell’albergo? Forse per una goliardata (nessuna traccia di lassativo) è stato chiuso fuori dalla camera? Domande ancora senza risposta. Così come resta aperta l’ipotesi di un gesto volontario, un suicidio magari per l’imbarazzo provato, specie in considerazione del moltissimo alcol bevuto prima di morire. (Cesare Giuzzi – Corriere della Sera)