Napoli. Rogo a Città della Scienza. Parla il legale del vigilante scagionato: «Guai a cercare il mostro a tutti i costi»

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Napoli. Non c’è un testimone diretto, né è stato ricostruito un movente. Ci sono indizi, elementi raccolti al termine di indagini ritenute ben fatte, ma non bastano a tenere in cella una persona, non bastano a far scattare le manette ai polsi di un incensurato. Eccolo il nucleo del ragionamento del gip Rosa De Ruggiero, il magistrato che ha respinto la richiesta di arresto per uno dei vigilantes di Città della scienza, a quasi due anni dal rogo di Bagnoli. Una pagina di motivazioni dopo aver ripercorso – e in gran parte condiviso – le indagini della Procura di Napoli su quanto avvenuto la notte tra il 3 e il 4 marzo del 2013 in quel di Coroglio. Incendio e crollo dolosi, accuse non aggravate dal fine mafioso (come si era appreso in una primissima fase delle indagini), la Procura aveva provato la carta dell’arresto a carico di un agente di polizia privata. Una storia per molti versi nota, che fa oggi registrare la voce del diretto interessato. Lui, l’indagato numero uno della notte delle fiamme e della distruzione del centro scientifico napoletano, parla per bocca del suo legale, il penalista Luca Capasso. Fiducia nel lavoro della magistratura, ma anche una rivendicazione: «mi auguro che non si cerchi un colpevole a tutti i costi – spiega il legale – vista la particolare rilevanza del fatto». E l’avvocato chiarisce: «Mostriamo piena fiducia nel lavoro della magistratura, ribadiamo la nostra stima nei confronti del capo dei pm Giovanni Colangelo, ma chiediamo che non ci sia accanimento alla ricerca di un mostro a tutti i costi pur di chiudere in un certo modo il caso». Ma è ancora l’avvocato della guardia privata ad insistere su un punto: in questi due anni il mio cliente ha vissuto una sorta di calvario, licenziato a trenta anni, indiziato come responsabile di un fatto epocale, isolato da tutti. Nessuno gli ha voluto firmare un contratto di lavoro, chi lo conosce lo aveva già condannato. Ma in cosa consistevano le accuse mosse in questi mesi dalla Procura di Napoli? Inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Filippo Beatrice e dai pm Michele Del Prete e Ida Teresi, si parte dalle testimonianze incrociate rese dai vigilantes, da possibili contraddizioni messe a verbale, che hanno spinto la Procura a chiedere l’arresto verso uno degli agenti privati. Inchiesta corredata anche da intercettazioni telefoniche e dal verbale dei collaboratori di giustizia, a dimostrazione del fatto che in questi due anni non è stata esclusa alcuna pista. Pochi mesi fa anche un paio di pentiti – entrambi riconducibili alla camorra di Napoli ovest – hanno provato a farsi avanti. C’è infatti un collaboratore di giustizia che si è deciso a scrivere ai pm napoletani. E così agli atti finisce una lettera indirizzata in largo ritardo rispetto ai 180 giorni concessi dallo Stato per raccontare quanto in suo possesso, un testo comunque indicativo. Cosa racconta il collaboratore di giustizia? Dice che tra il 2008 e il 2009 il clan D’Ausilio aveva concepito un progetto di incendiare Città della scienza, probabilmente per fini estorsivi. Racket, appalti. Una ricostruzione che per qualche tempo ha spinto i magistrati a seguire la strada della camorra, la pista del crimine organizzato o, comunque, di una convergenza di interessi: da un lato, qualcuno motivato a lucrare dalla pioggia di investimenti destinati alla ricostruzione del centro, dall’altro una camorra che punta a monetizzare in vista della riqualificazione. Ipotesi – bene chiarirlo – che nulla hanno a che spartire con la posizione dell’agente di polizia municipale, che rispondeva di incendio in concorso con complici al momento rimasti senza nome. (Leandro Del Gaudio – Il Mattino)

Napoli. Non c’è un testimone diretto, né è stato ricostruito un movente. Ci sono indizi, elementi raccolti al termine di indagini ritenute ben fatte, ma non bastano a tenere in cella una persona, non bastano a far scattare le manette ai polsi di un incensurato. Eccolo il nucleo del ragionamento del gip Rosa De Ruggiero, il magistrato che ha respinto la richiesta di arresto per uno dei vigilantes di Città della scienza, a quasi due anni dal rogo di Bagnoli. Una pagina di motivazioni dopo aver ripercorso – e in gran parte condiviso – le indagini della Procura di Napoli su quanto avvenuto la notte tra il 3 e il 4 marzo del 2013 in quel di Coroglio. Incendio e crollo dolosi, accuse non aggravate dal fine mafioso (come si era appreso in una primissima fase delle indagini), la Procura aveva provato la carta dell’arresto a carico di un agente di polizia privata. Una storia per molti versi nota, che fa oggi registrare la voce del diretto interessato. Lui, l’indagato numero uno della notte delle fiamme e della distruzione del centro scientifico napoletano, parla per bocca del suo legale, il penalista Luca Capasso. Fiducia nel lavoro della magistratura, ma anche una rivendicazione: «mi auguro che non si cerchi un colpevole a tutti i costi – spiega il legale – vista la particolare rilevanza del fatto». E l’avvocato chiarisce: «Mostriamo piena fiducia nel lavoro della magistratura, ribadiamo la nostra stima nei confronti del capo dei pm Giovanni Colangelo, ma chiediamo che non ci sia accanimento alla ricerca di un mostro a tutti i costi pur di chiudere in un certo modo il caso». Ma è ancora l’avvocato della guardia privata ad insistere su un punto: in questi due anni il mio cliente ha vissuto una sorta di calvario, licenziato a trenta anni, indiziato come responsabile di un fatto epocale, isolato da tutti. Nessuno gli ha voluto firmare un contratto di lavoro, chi lo conosce lo aveva già condannato. Ma in cosa consistevano le accuse mosse in questi mesi dalla Procura di Napoli? Inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Filippo Beatrice e dai pm Michele Del Prete e Ida Teresi, si parte dalle testimonianze incrociate rese dai vigilantes, da possibili contraddizioni messe a verbale, che hanno spinto la Procura a chiedere l’arresto verso uno degli agenti privati. Inchiesta corredata anche da intercettazioni telefoniche e dal verbale dei collaboratori di giustizia, a dimostrazione del fatto che in questi due anni non è stata esclusa alcuna pista. Pochi mesi fa anche un paio di pentiti – entrambi riconducibili alla camorra di Napoli ovest – hanno provato a farsi avanti. C’è infatti un collaboratore di giustizia che si è deciso a scrivere ai pm napoletani. E così agli atti finisce una lettera indirizzata in largo ritardo rispetto ai 180 giorni concessi dallo Stato per raccontare quanto in suo possesso, un testo comunque indicativo. Cosa racconta il collaboratore di giustizia? Dice che tra il 2008 e il 2009 il clan D’Ausilio aveva concepito un progetto di incendiare Città della scienza, probabilmente per fini estorsivi. Racket, appalti. Una ricostruzione che per qualche tempo ha spinto i magistrati a seguire la strada della camorra, la pista del crimine organizzato o, comunque, di una convergenza di interessi: da un lato, qualcuno motivato a lucrare dalla pioggia di investimenti destinati alla ricostruzione del centro, dall’altro una camorra che punta a monetizzare in vista della riqualificazione. Ipotesi – bene chiarirlo – che nulla hanno a che spartire con la posizione dell’agente di polizia municipale, che rispondeva di incendio in concorso con complici al momento rimasti senza nome. (Leandro Del Gaudio – Il Mattino)