Giuseppe Squitieri ri-comincia da Schumann

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Il pianista sarà ospite questa sera presso il salone Bilotti dell’Archivio di Stato di Salerno,alle 17, del cartellone dell’Associazione Cypraea di Giuseppina Gallozzi

 

Di Olga Chieffi

Giuseppe Squitieri, pianista, docente del Conservatorio Statale di Musica di Salerno “G.Martucci”, ritorna alle amate scene, questa sera, alle ore 17 nel salone Bilotti dell’Archivio di Stato di Salerno, ospite del cartellone dell’Associazione Cypraea, presieduta da Giuseppina Gallozzi. Il maestro ri-compie il tuffo di memoria cartesiana “in acque profondissime”, lui che è anche un eccellente pescatore, per rinascere e riconciliarsi con l’agone artistico in palcoscenico. Giuseppe Squitieri riprenderà il suo dialogo con la scena con l’Arabeske composto nel 1839 da Robert Schumann, una delle rare concessioni – e forse la più riuscita – di Schumann a regole formali prestabilite: si tratta infatti di un rondò, con tre enunciazioni del refrain intercalate da due episodi in modo minore (di cui il secondo si riduce a poche battute) e seguite da una coda. Fu definita dall’autore stesso «debole e per signore»: giudizio troppo severo per un pezzo amabile ed elegante nei refrain, sensibile e delicato nei due episodi in minore, e con una conclusione intima e sognante che – quanto diversa dalle code retoriche o virtuosistiche di tanto concertismo ottocentesco! – sembra richiudersi in se stessa per ripensare in un’aura di superiore poesia quanto appena ascoltato, innalzandosi ai livelli più alti dell’arte schumanniana. Si continua nell’onda romantica con i sei Klavierstucke op.118 di Johannes Brahms datati 1892, che pare aprire come un cammino ideale per un viaggiatore, con un intermezzo. Dopo lo slancio del breve Intermezzo in la minore di apertura (Allegro non assai, ma molto appassionato), l’opera raggiunge subito un momento di altissimo e struggente lirismo con l’Intermezzo in la maggiore (Andante teneramente). L’impetuoso esordio della Ballata in sol minore (Allegro energico) che segue sembrerebbe far mutare radicalmente atmosfera, ma un ampio episodio centrale – indicato da Brahms pp e «una corda» – ridimensiona l’effetto complessivo del brano; si noti, inoltre, che a livello dinamico l’autore non prescrive mai il fortissimo, nemmeno nei momenti di maggiore enfasi. Ancora una pagina dai toni grigi, L’Intermezzo in fa minore (Allegretto un poco agitato), in cui compaiono parole come «dolce» e «delicatamente» e una dai toni intensamente idilliaci, la Romanza in fa maggiore (Andante-Allegretto grazioso-Tempo I), preparano la strada allo sconvolgente Intermezzo in mi bemolle minore conclusivo (Andante, largo e mesto): pagina arcana dai toni plumbei, considerata dall’autore una sorta di Requiem, che porta idealmente questo brano ben oltre le atmosfere dei 3 Intermezzi op. 117, definiti da Brahms «ninna-nanna dei miei dolori», alle soglie di quello stato d’animo che sarebbe presto stato espresso esplicitamente nel titolo della sua ultima composizione: O Welt, ich muss dich lassen (Oh mondo, devo lasciarti). Ritorno al Robert Schumann, stavolta dei Phantasiestücke op.12, composti nell’estate del 1837.  La raccolta si apre con una pagina delicatissima e dalle morbide sonorità (A sera) in cui si respira un’aria di notturna poesia romantica tra modulazioni di affettuosa dolcezza espressiva. Il successivo Slancio dal ritmo dinamico e incisivo, è carico di travolgente eccitazione psicologica. Con il terzo brano (Perché?) si torna a quello stato di abbandono e di malinconia che è tipico del musicista quando avverte le difficoltà provenienti dall’impatto con la realtà. Più movimentato e tormentato il gioco delle modulazioni in Grillen (Chimere), dove luci ed ombre si alternano fra di loro. Nel successivo Nella notte l’agitazione e l’ansia si fanno intense e ossessive con quella varietà di tonalità e di ascendenze cromatiche, caratteristiche del linguaggio di questo quinto pezzo. Qui esplode veramente quel senso drammatico e quasi di disperazione che serpeggia in tante composizioni pianistiche di Schumann. In Fabel (Favola) si esprime con leggerezza di tocco un’atmosfera fatta di ricordi della fanciullezza. Ed ecco con Sognanti agitazioni un trascolorare di scherzosi capricci e di immagini disegnate con brevi tratti di penna. Un gusto alla Chopin che si evidenzia tra ritmi veloci e pensosi ripiegamenti. A conclusione di questo album si delinea una intelaiatura solida e robusta di accordi, come ad indicare un futuro di speranza, pur tra qualche accenno di malinconia nello sfumato epilogo tra sonorità sospese. 

 

Il pianista sarà ospite questa sera presso il salone Bilotti dell’Archivio di Stato di Salerno,alle 17, del cartellone dell’Associazione Cypraea di Giuseppina Gallozzi

 

Di Olga Chieffi

Giuseppe Squitieri, pianista, docente del Conservatorio Statale di Musica di Salerno “G.Martucci”, ritorna alle amate scene, questa sera, alle ore 17 nel salone Bilotti dell’Archivio di Stato di Salerno, ospite del cartellone dell’Associazione Cypraea, presieduta da Giuseppina Gallozzi. Il maestro ri-compie il tuffo di memoria cartesiana “in acque profondissime”, lui che è anche un eccellente pescatore, per rinascere e riconciliarsi con l’agone artistico in palcoscenico. Giuseppe Squitieri riprenderà il suo dialogo con la scena con l’Arabeske composto nel 1839 da Robert Schumann, una delle rare concessioni – e forse la più riuscita – di Schumann a regole formali prestabilite: si tratta infatti di un rondò, con tre enunciazioni del refrain intercalate da due episodi in modo minore (di cui il secondo si riduce a poche battute) e seguite da una coda. Fu definita dall’autore stesso «debole e per signore»: giudizio troppo severo per un pezzo amabile ed elegante nei refrain, sensibile e delicato nei due episodi in minore, e con una conclusione intima e sognante che – quanto diversa dalle code retoriche o virtuosistiche di tanto concertismo ottocentesco! – sembra richiudersi in se stessa per ripensare in un’aura di superiore poesia quanto appena ascoltato, innalzandosi ai livelli più alti dell’arte schumanniana. Si continua nell’onda romantica con i sei Klavierstucke op.118 di Johannes Brahms datati 1892, che pare aprire come un cammino ideale per un viaggiatore, con un intermezzo. Dopo lo slancio del breve Intermezzo in la minore di apertura (Allegro non assai, ma molto appassionato), l'opera raggiunge subito un momento di altissimo e struggente lirismo con l'Intermezzo in la maggiore (Andante teneramente). L'impetuoso esordio della Ballata in sol minore (Allegro energico) che segue sembrerebbe far mutare radicalmente atmosfera, ma un ampio episodio centrale – indicato da Brahms pp e «una corda» – ridimensiona l'effetto complessivo del brano; si noti, inoltre, che a livello dinamico l'autore non prescrive mai il fortissimo, nemmeno nei momenti di maggiore enfasi. Ancora una pagina dai toni grigi, L'Intermezzo in fa minore (Allegretto un poco agitato), in cui compaiono parole come «dolce» e «delicatamente» e una dai toni intensamente idilliaci, la Romanza in fa maggiore (Andante-Allegretto grazioso-Tempo I), preparano la strada allo sconvolgente Intermezzo in mi bemolle minore conclusivo (Andante, largo e mesto): pagina arcana dai toni plumbei, considerata dall'autore una sorta di Requiem, che porta idealmente questo brano ben oltre le atmosfere dei 3 Intermezzi op. 117, definiti da Brahms «ninna-nanna dei miei dolori», alle soglie di quello stato d'animo che sarebbe presto stato espresso esplicitamente nel titolo della sua ultima composizione: O Welt, ich muss dich lassen (Oh mondo, devo lasciarti). Ritorno al Robert Schumann, stavolta dei Phantasiestücke op.12, composti nell’estate del 1837.  La raccolta si apre con una pagina delicatissima e dalle morbide sonorità (A sera) in cui si respira un'aria di notturna poesia romantica tra modulazioni di affettuosa dolcezza espressiva. Il successivo Slancio dal ritmo dinamico e incisivo, è carico di travolgente eccitazione psicologica. Con il terzo brano (Perché?) si torna a quello stato di abbandono e di malinconia che è tipico del musicista quando avverte le difficoltà provenienti dall'impatto con la realtà. Più movimentato e tormentato il gioco delle modulazioni in Grillen (Chimere), dove luci ed ombre si alternano fra di loro. Nel successivo Nella notte l'agitazione e l'ansia si fanno intense e ossessive con quella varietà di tonalità e di ascendenze cromatiche, caratteristiche del linguaggio di questo quinto pezzo. Qui esplode veramente quel senso drammatico e quasi di disperazione che serpeggia in tante composizioni pianistiche di Schumann. In Fabel (Favola) si esprime con leggerezza di tocco un'atmosfera fatta di ricordi della fanciullezza. Ed ecco con Sognanti agitazioni un trascolorare di scherzosi capricci e di immagini disegnate con brevi tratti di penna. Un gusto alla Chopin che si evidenzia tra ritmi veloci e pensosi ripiegamenti. A conclusione di questo album si delinea una intelaiatura solida e robusta di accordi, come ad indicare un futuro di speranza, pur tra qualche accenno di malinconia nello sfumato epilogo tra sonorità sospese.