Benitez al Real Madrid: «Torno a casa e voglio vincere tutto. Devo ringraziare De Laurentiis se mi trovo qui»

0

Il video che parte all’arrivo di Rafa Benitez nella tribuna d’onore del Bernabeu lo riprende mentre alza coppe e dà ordini in campo, nel Liverpool, a Valenzia, nell’Inter, con il Chelsea. Ma quei trofei sono già storia, a Napoli è finita con “zero tituli” e quella con le merengue è ancora tutta da scrivere. «Nel Real Madrid l’esigenza è massima e niente è sufficiente», esordisce il presidente Perez nel dare il benvenuto a «un uomo che respira calcio, professionalità e madridismo da bambino». A 13 anni come atleta, dal 1993 al 1995 tecnico della cantera e vice di Vicente del Bosque, Benitez ritorna 20 anni dopo da numero uno. Al “decimo di Florentino” è affidata la missione di rilanciare «cultura, calcio e valori che hanno costruito la leggenda». Perez ricorda «l’insaziabile ambizione di vittoria del club più grande e potente del mondo». E ripete a Benitez: «Benvenuto nella tua casa». Quando “el decimo” raggiunge il palco non è solo l’emozione a spegnergli la voce in gola: «È un giorno speciale perché torno a casa. Spero che vada tutto bene, spero di vincere titoli e che la squadra giochi bene, per ricambiare la fiducia riposta in me con il mio lavoro». Fine del discorso, ingoiando le lacrime, quelle che avranno fatto indispettire molti tifosi napoletani, congedati con un comunicato. Sa che non sarà un cammino di rose, perché in gioco c’è più che mai la reputazione del presidente. Rafa stira un sorriso, assieme alla moglie Montse, accanto alla faccia da poker di Florentino. Oggi è il giorno del flash, delle foto accanto alle dieci Champions, della sua prima immagine nella panchina del Bernabeu, con l’abito blu. Ma domani, se non arriverà l’undicesima zuppiera, se non sarà capace di competere con il Barca lanciato alla conquista del triplete di stagione, Benitez sa che la prima testa a ruzzolare sarà la sua. Ha firmato per tre stagioni dopo l’addio a De Laurentiis («Lo ringrazio se sono qui»). Dirigerà, senza condizioni, un gruppo disegnato da altri. «È la mia esperienza di molti anni in diverse strutture ad avermi portato qui. Vengo mettendomi a disposizione del club, a lavorare con grande fiducia», riconoscerà poi in conferenza stampa. Di acquisti galattici, come quello del Kun Aguero, secondo As, possibile regalo da dare in pasto al popolo blanco per compensare la magra stagione, nemmeno è disposto a parlare. «Un allenatore dà sempre la sua opinione, ma il club ha una struttura. Non mi preoccupa minimamente perché la squadra ha tanta qualità che tenterò di tirare fuori il massimo dai calciatori che ci sono e se ne viene qualcun altro, perfetto». Glissa pure sul “sistema Benitez”: «Più che dire se giocherò in un modo o nell’altro, il Madrid deve giocare nel miglior modo possibile per poter vincere, indipendentemente dall’impiego di un sistema o dell’altro. Deve essere una squadra competitiva, che giochi bene e tenti di vincere, sempre». Mentalità offensiva, cercando l’equilibrio nella fase difensiva, la ricetta non è cambiata. E che nessuno lo accusi di insistere in difesa: «Abbiamo segnato 104 gol questa stagione, record della storia del Napoli per due volte successive». E se «a Napoli con una squadra di un altro livello abbiamo potuto competere per i tre obiettivi, qui con un gruppo di questa qualità dobbiamo fare lo stesso e vincere». Anche perché «il presidente Perez mi ha insegnato che essere primo conta, il resto non conta nulla». Nello staff c’è anche Fabio Pecchia, l’ex capitano del Napoli, suo vice nei due anni azzurri. (Paola Del Vecchio – Il Mattino)

Il video che parte all’arrivo di Rafa Benitez nella tribuna d’onore del Bernabeu lo riprende mentre alza coppe e dà ordini in campo, nel Liverpool, a Valenzia, nell’Inter, con il Chelsea. Ma quei trofei sono già storia, a Napoli è finita con “zero tituli” e quella con le merengue è ancora tutta da scrivere. «Nel Real Madrid l’esigenza è massima e niente è sufficiente», esordisce il presidente Perez nel dare il benvenuto a «un uomo che respira calcio, professionalità e madridismo da bambino». A 13 anni come atleta, dal 1993 al 1995 tecnico della cantera e vice di Vicente del Bosque, Benitez ritorna 20 anni dopo da numero uno. Al “decimo di Florentino” è affidata la missione di rilanciare «cultura, calcio e valori che hanno costruito la leggenda». Perez ricorda «l’insaziabile ambizione di vittoria del club più grande e potente del mondo». E ripete a Benitez: «Benvenuto nella tua casa». Quando “el decimo” raggiunge il palco non è solo l’emozione a spegnergli la voce in gola: «È un giorno speciale perché torno a casa. Spero che vada tutto bene, spero di vincere titoli e che la squadra giochi bene, per ricambiare la fiducia riposta in me con il mio lavoro». Fine del discorso, ingoiando le lacrime, quelle che avranno fatto indispettire molti tifosi napoletani, congedati con un comunicato. Sa che non sarà un cammino di rose, perché in gioco c’è più che mai la reputazione del presidente. Rafa stira un sorriso, assieme alla moglie Montse, accanto alla faccia da poker di Florentino. Oggi è il giorno del flash, delle foto accanto alle dieci Champions, della sua prima immagine nella panchina del Bernabeu, con l’abito blu. Ma domani, se non arriverà l’undicesima zuppiera, se non sarà capace di competere con il Barca lanciato alla conquista del triplete di stagione, Benitez sa che la prima testa a ruzzolare sarà la sua. Ha firmato per tre stagioni dopo l’addio a De Laurentiis («Lo ringrazio se sono qui»). Dirigerà, senza condizioni, un gruppo disegnato da altri. «È la mia esperienza di molti anni in diverse strutture ad avermi portato qui. Vengo mettendomi a disposizione del club, a lavorare con grande fiducia», riconoscerà poi in conferenza stampa. Di acquisti galattici, come quello del Kun Aguero, secondo As, possibile regalo da dare in pasto al popolo blanco per compensare la magra stagione, nemmeno è disposto a parlare. «Un allenatore dà sempre la sua opinione, ma il club ha una struttura. Non mi preoccupa minimamente perché la squadra ha tanta qualità che tenterò di tirare fuori il massimo dai calciatori che ci sono e se ne viene qualcun altro, perfetto». Glissa pure sul “sistema Benitez”: «Più che dire se giocherò in un modo o nell’altro, il Madrid deve giocare nel miglior modo possibile per poter vincere, indipendentemente dall’impiego di un sistema o dell’altro. Deve essere una squadra competitiva, che giochi bene e tenti di vincere, sempre». Mentalità offensiva, cercando l’equilibrio nella fase difensiva, la ricetta non è cambiata. E che nessuno lo accusi di insistere in difesa: «Abbiamo segnato 104 gol questa stagione, record della storia del Napoli per due volte successive». E se «a Napoli con una squadra di un altro livello abbiamo potuto competere per i tre obiettivi, qui con un gruppo di questa qualità dobbiamo fare lo stesso e vincere». Anche perché «il presidente Perez mi ha insegnato che essere primo conta, il resto non conta nulla». Nello staff c’è anche Fabio Pecchia, l’ex capitano del Napoli, suo vice nei due anni azzurri. (Paola Del Vecchio – Il Mattino)

Lascia una risposta