Napoli. La piccola Irene migliora, la mamma scrive una lettera alla famiglia della bimba donatrice: ora ho due figlie

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Napoli. Un abbraccio lungo quattrocento chilometri. Un abbraccio a distanza, certo, ma che più stretto non si può. Un abbraccio da mamma a mamma, in cui la disperazione sfocia nella speranza e perfino lo strazio trova un senso. Un abbraccio per la vita. Quella di Irene, due anni e mezzo, è ancora in salita. Ma se può continuare è grazie al cuore di un’altra bambina: come lei anche Vittoria, di pochi mesi più piccola, era in lista d’attesa per un trapianto. Ma purtroppo non ce l’ha fatta. «Se mia figlia Irene è ancora davanti a me, lo devo a Claudia e a suo marito», commenta dalla sala rianimazione della Cardiochirurgia pediatrica del Monaldi Arianna, il viso pallido e provato da tre interminabili settimane passate sulle spine. Una decina di giorni dopo il trapianto di cuore che ha salvato la vita alla sua Irene, la giovanissima mamma di Scampia ha voluto scrivere alcune semplici parole ai genitori di Vittoria: «Avete fatto un gesto che vi fa onore. Io, mio marito Moreno e tutta la nostra famiglia lo apprezziamo moltissimo, ma dovrebbero apprezzarlo tutti», scrive Arianna, secondo la quale questa storia dovrebbe far capire a tutti quanto sia importante la scelta di donare gli organi. «Irene e Vittoria – dice ancora la donna – hanno sofferto entrambe, adesso la vostra generosità ci dà quella forza in più per affrontare le difficoltà che ancora ci sono. La mia bambina se ne stava andando e grazie a voi è viva. Io credo che quel nome che avete scelto, Vittoria, sia un segno del destino. E oggi è come se avessi due figlie». Ma come sta Irene? «Dal punto di vista cardiaco e emodinamico va tutto bene», spiega Andrea Petraio, il medico che da mesi assiste la piccola con una dedizione che ha commosso i familiari. «Il cuore che ha ricevuto è una Ferrari, lei ha un respiro spontaneo, muove gli arti, riconosce le voci. È uno dei trapianti meglio riusciti che abbiamo fatto», dice. E Giuseppe Caianiello, primario della Cardiochirurgia pediatrica del Monaldi, aggiunge: «Ci sono motivi per un cauto ottimismo. Sicuramente siamo confortati nella nostra scelta di aver fatto il trapianto nonostante il problema cerebrale che la bimba ha avuto». Appena poche ore prima che si rendesse disponibile il cuore di Vittoria, infatti, la bimba ha avuto un peggioramento improvviso, una crisi cerebrale le cui conseguenze sono tutte ancora da valutare. Anche Tina, la nonna paterna di Irene, è speranzosa: «Riconosce le nostre voci, migliora col passare dei giorni. Se tutto questo è possibile, lo dobbiamo alla generosità dei genitori di Vittoria», dice la madre di Moreno. Ma il rovescio della medaglia è pieno di incognite. Il dottor Petraio ricorre ad una metafora informatica per dare l’idea del lungo lavoro che c’è da fare. «Irene è come un computer che è stato resettato: bisogna reinstallare pian piano tutti i programmi – spiega – Dobbiamo valutare lo stato cognitivo e quello neurologico per capire come vanno la vista e l’equilibrio, la risonanza magnetica ci darà qualche indicazione in più». Intanto, il medico che ha adottato la bella bimba di Scampia racconta di un’opera maieutica complessa e delicata. «Servirà una riabilitazione di una decina di ore al giorno per rieducarla nel mangiare, nel parlare, nel deglutire, nel movimento degli arti», spiega Petraio. «Irene ha rischiato la vita tre volte nel giro di 5 mesi, è viva per miracolo», rimugina. E intanto, riaffiora un rammarico: «Se quel cuore fosse arrivato qualche giorno prima…». Proprio per questo, nella Giornata Nazionale per la donazioni di organi, il dottor Petraio è a Capri. E non al mare, ma al fianco dell’associazione «Donare è vita». Accanto a lui ci sono il primario Caianiello e il professor Maurizio Cotrufo, pioniere dei trapianti. Fu lui, nel lontano 14 gennaio del 1988, ad eseguire il secondo trapianto in Italia. Ventisette anni dopo, la strada da fare sul percorso delle donazioni è ancora lunga. E la piccola e forte Irene, con i suoi occhioni azzurro mare e i boccoli biondi, è la migliore delle testimonial possibili. (Davide Cerbone – Il Mattino)

Napoli. Un abbraccio lungo quattrocento chilometri. Un abbraccio a distanza, certo, ma che più stretto non si può. Un abbraccio da mamma a mamma, in cui la disperazione sfocia nella speranza e perfino lo strazio trova un senso. Un abbraccio per la vita. Quella di Irene, due anni e mezzo, è ancora in salita. Ma se può continuare è grazie al cuore di un'altra bambina: come lei anche Vittoria, di pochi mesi più piccola, era in lista d'attesa per un trapianto. Ma purtroppo non ce l'ha fatta. «Se mia figlia Irene è ancora davanti a me, lo devo a Claudia e a suo marito», commenta dalla sala rianimazione della Cardiochirurgia pediatrica del Monaldi Arianna, il viso pallido e provato da tre interminabili settimane passate sulle spine. Una decina di giorni dopo il trapianto di cuore che ha salvato la vita alla sua Irene, la giovanissima mamma di Scampia ha voluto scrivere alcune semplici parole ai genitori di Vittoria: «Avete fatto un gesto che vi fa onore. Io, mio marito Moreno e tutta la nostra famiglia lo apprezziamo moltissimo, ma dovrebbero apprezzarlo tutti», scrive Arianna, secondo la quale questa storia dovrebbe far capire a tutti quanto sia importante la scelta di donare gli organi. «Irene e Vittoria – dice ancora la donna – hanno sofferto entrambe, adesso la vostra generosità ci dà quella forza in più per affrontare le difficoltà che ancora ci sono. La mia bambina se ne stava andando e grazie a voi è viva. Io credo che quel nome che avete scelto, Vittoria, sia un segno del destino. E oggi è come se avessi due figlie». Ma come sta Irene? «Dal punto di vista cardiaco e emodinamico va tutto bene», spiega Andrea Petraio, il medico che da mesi assiste la piccola con una dedizione che ha commosso i familiari. «Il cuore che ha ricevuto è una Ferrari, lei ha un respiro spontaneo, muove gli arti, riconosce le voci. È uno dei trapianti meglio riusciti che abbiamo fatto», dice. E Giuseppe Caianiello, primario della Cardiochirurgia pediatrica del Monaldi, aggiunge: «Ci sono motivi per un cauto ottimismo. Sicuramente siamo confortati nella nostra scelta di aver fatto il trapianto nonostante il problema cerebrale che la bimba ha avuto». Appena poche ore prima che si rendesse disponibile il cuore di Vittoria, infatti, la bimba ha avuto un peggioramento improvviso, una crisi cerebrale le cui conseguenze sono tutte ancora da valutare. Anche Tina, la nonna paterna di Irene, è speranzosa: «Riconosce le nostre voci, migliora col passare dei giorni. Se tutto questo è possibile, lo dobbiamo alla generosità dei genitori di Vittoria», dice la madre di Moreno. Ma il rovescio della medaglia è pieno di incognite. Il dottor Petraio ricorre ad una metafora informatica per dare l'idea del lungo lavoro che c'è da fare. «Irene è come un computer che è stato resettato: bisogna reinstallare pian piano tutti i programmi – spiega – Dobbiamo valutare lo stato cognitivo e quello neurologico per capire come vanno la vista e l'equilibrio, la risonanza magnetica ci darà qualche indicazione in più». Intanto, il medico che ha adottato la bella bimba di Scampia racconta di un'opera maieutica complessa e delicata. «Servirà una riabilitazione di una decina di ore al giorno per rieducarla nel mangiare, nel parlare, nel deglutire, nel movimento degli arti», spiega Petraio. «Irene ha rischiato la vita tre volte nel giro di 5 mesi, è viva per miracolo», rimugina. E intanto, riaffiora un rammarico: «Se quel cuore fosse arrivato qualche giorno prima…». Proprio per questo, nella Giornata Nazionale per la donazioni di organi, il dottor Petraio è a Capri. E non al mare, ma al fianco dell'associazione «Donare è vita». Accanto a lui ci sono il primario Caianiello e il professor Maurizio Cotrufo, pioniere dei trapianti. Fu lui, nel lontano 14 gennaio del 1988, ad eseguire il secondo trapianto in Italia. Ventisette anni dopo, la strada da fare sul percorso delle donazioni è ancora lunga. E la piccola e forte Irene, con i suoi occhioni azzurro mare e i boccoli biondi, è la migliore delle testimonial possibili. (Davide Cerbone – Il Mattino)