Cannes. Francia pigliatutto. La Palma a Audiard per il film sui migranti. A mani vuote Sorrentino, Moretti e Garrone

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Cannes. La Palma della delusione va all’Italia. Smentendo ogni pronostico, ogni auspicio, nessun premio per i nostri tre film del concorso. Doccia gelata per Garrone, Moretti e Sorrentino, che al Festival erano stati accolti da molti applausi. Moretti e Sorrentino in particolare, subito messi in pole position dalla critica internazionale il primo per Mia madre, il secondo per Youth. Doccia gelata anche per il ministro Dario Franceschini, arrivato a Cannes con l’intenzione di spargere congratulazioni e invece rimasto in sala ad assistere tristemente ai trionfi altrui. Evidentemente le tante lodi ai nostri moschettieri non hanno avuto eco alcuna tra i giurati. Forse la presenza tra loro di un italiano, capace di sostenere le nostre ragioni, poteva essere preziosa… Ma è andata così. E la Palma è volata altrove. A vincere, tra consensi e dissensi, è stato Jacques Audiard con Dheepan, odissea di migranti fuggiti dalla guerra civile in Sri Lanka, protagonista un vero guerriero Tamil. Audiard, già premiato qui nel 2009 per Il profeta, ha ringraziato i fratelli Coen, presidenti della giuria, e ha ricordato suo padre Michel, storico sceneggiatore. Del resto, arrivata in gara con ben cinque titoli, la Francia stavolta non poteva permettersi di uscire di scena in sordina. E difatti, oltre alla Palma, si è portata via altri due riconoscimenti per i migliori attori. Meritatissimo e applauditissimo quello a Vincent Lindon, protagonista militante di La Loi du Marché, film a forti tinte sociali sul lavoro che non c’è, e se c’è va contro la dignità dell’uomo. Gli occhi rossi di lacrime, Vincent, 55 anni, ha confessato: «Questo è il primo premio della mia vita». Poi ha ringraziato il direttore Frémaux per aver scelto «un film come questo perché è stato un gesto politico», invitando poi tutti «a continuare a sognare in grande». Meno entusiasmo per la mezza Palma a Emmanuelle Bercot, ipercinetica protagonis t a d i Mon Roi, f i l m d i Maïwenn molto poco lodato persino in Francia. L’altra metà del premio è andata a Rooney Mara, che in Carol fa perdere la testa a Cate Blanchett. Una magnifica coppia lesbo che tutti immaginavano inscindibile anche nel premio. Invece Cate è stata tagliata fuori e Rooney, forse per impegni o forse per solidarietà, non si è neanche presentata a ritirarlo. Così Bercot sì è presa la scena lacrimando senza freni e tirandola tanto a lungo da creare imbarazzo al conduttore Lambert Wilson, che non sapeva più come fermare quella crisi emotiva. Saziate le ambizioni francesi, il prestigioso Grand Prix ha incoronato Il figlio di Saul di László Nemes, 38 anni, ungherese, la cui famiglia è stata decimata ad Auschwitz. Questo è il suo primo film, ed è di impatto scioccante. Perché racconta di quegli ebrei che nei campi venivano costretti a collaborare alla fabbrica della morte lavorando ai forni crematori. «Volevo mostrare questo orrore alla mia generazione », spiega. E aggiunge di aver scelto di girare il film in pellicola contro la dittatura del digitale. «La pellicola non deve sparire, è l’anima e la magia del cinema». Miglior regista il taiwanese Hou Hsiao-Hsien per The Assassin, affresco di una Cina leggendaria dove principesse crudeli come Turandot affondano lame nel cuore dei tiranni anche se per caso sono degli ex fidanzati. Il messicano Michel Franco, regista di Chronic, vince come miglior sceneggiatore e ringrazia i Coen di esistere «Siete la ragione per cui mi sono messo a fare cinema». Il greco Yorgos Lanthimos si aggiudica il premio della giuria per The Lobster, parabola surreale sulla cupa sorte dei singoli recidivi destinati in un mondo prossimo venturo a venir trasformati in animali. Infine, commovente omaggio alla carriera per Agnès Varda, unica signora della Nouvelle Vague, ancora vispissima a 87 anni, con caschetto di capelli bicolore e sorriso da ragazza. «Nel ’65 — ricorda — sono arrivata a Cannes con le bobine di Le bonheur in valigia e, su consiglio di André Bazin, ho affittato un cinema per mostrarlo. In sala c’erano 35 persone. Adesso qui siete in migliaia». (Giuseppina Manin – Corriere della Sera)

Cannes. La Palma della delusione va all’Italia. Smentendo ogni pronostico, ogni auspicio, nessun premio per i nostri tre film del concorso. Doccia gelata per Garrone, Moretti e Sorrentino, che al Festival erano stati accolti da molti applausi. Moretti e Sorrentino in particolare, subito messi in pole position dalla critica internazionale il primo per Mia madre, il secondo per Youth. Doccia gelata anche per il ministro Dario Franceschini, arrivato a Cannes con l’intenzione di spargere congratulazioni e invece rimasto in sala ad assistere tristemente ai trionfi altrui. Evidentemente le tante lodi ai nostri moschettieri non hanno avuto eco alcuna tra i giurati. Forse la presenza tra loro di un italiano, capace di sostenere le nostre ragioni, poteva essere preziosa… Ma è andata così. E la Palma è volata altrove. A vincere, tra consensi e dissensi, è stato Jacques Audiard con Dheepan, odissea di migranti fuggiti dalla guerra civile in Sri Lanka, protagonista un vero guerriero Tamil. Audiard, già premiato qui nel 2009 per Il profeta, ha ringraziato i fratelli Coen, presidenti della giuria, e ha ricordato suo padre Michel, storico sceneggiatore. Del resto, arrivata in gara con ben cinque titoli, la Francia stavolta non poteva permettersi di uscire di scena in sordina. E difatti, oltre alla Palma, si è portata via altri due riconoscimenti per i migliori attori. Meritatissimo e applauditissimo quello a Vincent Lindon, protagonista militante di La Loi du Marché, film a forti tinte sociali sul lavoro che non c’è, e se c’è va contro la dignità dell’uomo. Gli occhi rossi di lacrime, Vincent, 55 anni, ha confessato: «Questo è il primo premio della mia vita». Poi ha ringraziato il direttore Frémaux per aver scelto «un film come questo perché è stato un gesto politico», invitando poi tutti «a continuare a sognare in grande». Meno entusiasmo per la mezza Palma a Emmanuelle Bercot, ipercinetica protagonis t a d i Mon Roi, f i l m d i Maïwenn molto poco lodato persino in Francia. L’altra metà del premio è andata a Rooney Mara, che in Carol fa perdere la testa a Cate Blanchett. Una magnifica coppia lesbo che tutti immaginavano inscindibile anche nel premio. Invece Cate è stata tagliata fuori e Rooney, forse per impegni o forse per solidarietà, non si è neanche presentata a ritirarlo. Così Bercot sì è presa la scena lacrimando senza freni e tirandola tanto a lungo da creare imbarazzo al conduttore Lambert Wilson, che non sapeva più come fermare quella crisi emotiva. Saziate le ambizioni francesi, il prestigioso Grand Prix ha incoronato Il figlio di Saul di László Nemes, 38 anni, ungherese, la cui famiglia è stata decimata ad Auschwitz. Questo è il suo primo film, ed è di impatto scioccante. Perché racconta di quegli ebrei che nei campi venivano costretti a collaborare alla fabbrica della morte lavorando ai forni crematori. «Volevo mostrare questo orrore alla mia generazione », spiega. E aggiunge di aver scelto di girare il film in pellicola contro la dittatura del digitale. «La pellicola non deve sparire, è l’anima e la magia del cinema». Miglior regista il taiwanese Hou Hsiao-Hsien per The Assassin, affresco di una Cina leggendaria dove principesse crudeli come Turandot affondano lame nel cuore dei tiranni anche se per caso sono degli ex fidanzati. Il messicano Michel Franco, regista di Chronic, vince come miglior sceneggiatore e ringrazia i Coen di esistere «Siete la ragione per cui mi sono messo a fare cinema». Il greco Yorgos Lanthimos si aggiudica il premio della giuria per The Lobster, parabola surreale sulla cupa sorte dei singoli recidivi destinati in un mondo prossimo venturo a venir trasformati in animali. Infine, commovente omaggio alla carriera per Agnès Varda, unica signora della Nouvelle Vague, ancora vispissima a 87 anni, con caschetto di capelli bicolore e sorriso da ragazza. «Nel ’65 — ricorda — sono arrivata a Cannes con le bobine di Le bonheur in valigia e, su consiglio di André Bazin, ho affittato un cinema per mostrarlo. In sala c’erano 35 persone. Adesso qui siete in migliaia». (Giuseppina Manin – Corriere della Sera)